Daniele di Daniele
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La monaca di Monza nei Promessi Sposi

In questo appunto viene descritto il personaggio di Gertrude, nota come la Monaca di Monza e personaggio tra i più importanti dei Promessi Sposi dello scrittore milanese Alessandro Manzoni. Gertrude proviene da una famiglia nobile, sin da bambina suo padre l'ha destinata alla vita di clausura. Vengono descritti i principali tratti caratteriali della donna, la quale ha dovuto accettare, seppur a malincuore, il destino che il padre ha deciso per lei.
Gertrude, nonostante tutto, nella vita di clausura non rinuncia all'amore e instaura una relazione anche con Egidio.
Nel romanzo il destino di Lucia, protagonista centrale del romanzo, si incrocia con quello della monaca di Monza. In questo capitolo dei Promessi Sposi viene data una descrizione psicologica molto profonda della donna.

Indice

La Monaca di Monza - Versione alternativa 1
La Monaca di Monza ne I Promessi Sposi - Versione alternativa 2
Analisi de La Monaca di Monza - Versione alternativa 3
Descrizione de La Monaca di Monza - Versione alternativa 4
Commento de La Monaca di Monza - Versione alternativa 5
Riassunto de La Monaca di Monza - Versione alternativa 6
Sintesi de La Monaca di Monza - Versione alternativa 7
Spiegazione de La Monaca di Monza - Versione alternativa 8
Storia de La Monaca di Monza - Versione alternativa 9

La monaca di Monza


Nel IX e X capitolo de “I Promessi Sposi”, l’autore propone agli occhi del lettore un nuovo personaggio: suor Gertrude, ovvero la Monaca di Monza.
La sua presentazione avviene in due modi: indirettamente, attraverso il punto di vista di Lucia e direttamente, tramite un ritratto creato dal narratore, caratterizzato da una perfetta fusione di elementi fisici e psicologici.
La monaca di Monza veniva definita la “Signora” e viveva in un convento a Monza, dove si rifugiarono Lucia e Agnese. La Monaca di Monza, vissuta intorno al 1628, era figlia di un nobile principe molto famoso in quel periodo.
Con un ampio flash-back, il Manzoni narra gli avvenimenti della vita precedente di suor Gertrude. La sua sorte fu segnata ancor prima che nascesse; infatti in base alla legge del Maggiorasco, abolita nel 1500, ma a quel tempo ancora osservata, tutto il patrimonio doveva essere ereditato dal primogenito maschio, così tutti gli altri figli dovevano dedicarsi alla carriera militare o a quella religiosa. Così, appena nata, alla Signora fu dato il nome di Gertrude, già per risvegliare l’idea del monastero.
I suoi regali consistevano in bambole vestite da suore, santini e perfino i complimenti che riceveva erano inerenti al mondo religioso, per abituarla, fin da piccola, a quello che sarebbe stato il suo futuro.
A sei anni fu mandata in un convento di suore, a Monza, sia per “educazione” che per “istradamento”, come dice il Manzoni; là veniva considerata una bimba diversa dalle altre, sia perché figlia del grande principe, sia perché certe monache faccendiere erano d’accordo con il padre sulla sorte della fanciulla. Lei, anche se non aveva le idee chiare sul suo futuro, non aveva certo nessuna intenzione di divenire una suora, essendo anche influenzata dai progetti delle sue compagne.
Più il tempo passava più si accorgeva di essersi incamminata in un vincolo cieco: fu spinta dalle suore a scrivere una supplica al vicario per entrare in convento, ma subito se ne pentì; poi compose, su suggerimento di una compagna, una lettera al padre dove negava la sua volontà di divenire una suora, ma nulla cambiò!
Quando, come prevedeva la legge trascorse un mese, nella casa natale, prima dell’ammissione al noviziato, non fu compresa da nessuno, tranne che da un paggio, al quale si affezionò e scrisse una lettera, ma una serva lo scoprì e lo riferì al padre che lo seppe e giocò su questo nuovo fatto esercitando su di lei un supplizio psicologico finché il suo spirito crollò. Vedendo l’unica liberazione nel convento, Gertrude scrisse un’ulteriore lettera al padre, chiedendogli perdono e così il principe raggiunge il suo scopo.
In molte situazioni lei avrebbe potuto rifiutare la “vocazione impostale”, ma venne sopraffatta da una profonda ragione di insicurezza e sfiducia in se stessa. Troppo debole per affrontare le conseguenze derivanti dalla disubbidienza al volere paterno, inizia a mentire in primo luogo a se stessa, quindi alla badessa ed infine al vicario, un uomo “dabbene” come viene messo in evidenza dal Manzoni attraverso questa parola chiave.
Trascorso il noviziato angustiata da pentimenti e ripentimenti, pronunciò i voti e «fu monaca per sempre». Quell’atto le chiuse ogni via di libertà ed uccise la sua coscienza.
Così, quei capricci che faceva da bambina si fecero sempre più frequenti e lei divenne strana e volubile.
In quel momento le rivolse la parola Egidio, un giovane scellerato, che viveva vicino al convento e la «sventurata rispose»; in quest’epigrafe si confondono la pietà e la condanna che la portarono a divenire complice nell’omicidio di una conversa che era a conoscenza della relazione fra i due. Era trascorso un anno da tutti questi fatti, quando Lucia e sua madre, giunsero al convento e la ragazza notò subito questa suora molto particolare, nascosta dietro una grata anch’essa di forma “singolare”.
Gli elementi fisici del ritratto sono animati da una serie di contrapposizioni e da molte antitesi: con una prima, l’autore afferma che la monaca era di una bellezza sbattuta, «sfiorita e scomposta», particolare che ci fa capire quanto fosse tormentata moralmente. Una seconda contrapposizione è di natura cromatica: un velo nero le cadeva dalle due parti della testa e sotto questo, una bianchissima benda come la fronte, le incorniciava il volto. Nel pallore del suo viso emergevano due neri sopraccigli, un paio di occhi che a volte incutevano timore e chiedevano aiuto e le labbra rosate.
Anche nel vestire c’era qualcosa di strano; l’abito infatti aveva la vita attillata e tutto ciò rivelava un’attenzione mondana; dalla benda le usciva una ciocchettina di capelli neri, a testimoniare che non aveva nemmeno rispettato le regole del convento che prescrivevano di tenerli corti.
La scelta del colore e non colore bianco e nero, esprime la personalità della suora, dominata da purezza e peccato.
Dall’analisi cromatica notiamo la superiore presenza di toni scuri e possiamo affermare che questa monaca era più ricca di odio che di virtù e conoscendo i fatti della sua vita passata, possiamo capire anche il perché. La monaca di Monza, infatti, era una creatura debole che si lasciava travolgere dalle circostanze e dalla volontà altrui. Lei venne condizionata principalmente dal padre e da tutta la famiglia; ma lei fu anche vittima dei pregiudizi della società del XVII secolo, della condizione sociale in cui si trovava, delle suore faccendiere e di se stessa, perché avrebbe dovuto seguire il principio del libero arbitrio, secondo cui ognuno è libero di scegliere fra la via del bene e quella del male.
Io, come il Manzoni, attribuisco gran parte della colpa di essersi trovata in quella situazione a lei stessa. È vero che il modello di vita del 1600 era molto severo ed ingiusto e probabilmente lei, con il suo carattere non avrebbe mai potuto sottrarsi al suo destino precostituito, ma non sono da accettare il modo di vita e le azioni che lei assunse in convento.

La monaca di Monza ne I Promessi Sposi



L'episodio della monaca di Monza può essere considerato come un breve romanzo in se stesso perfettamente compiuto, anche a prescindere dal complesso dell'opera in cui è inserito. Forse mai come in questi capitoli appare in tutta la sua evidenza l'eccezionale acutezza psicologica del Manzoni, che si serve di essa per scrutare fino alle più insospettate profondità l'animo di questa giovane donna. Gertrude è una creatura potenzialmente buone e di notevoli capacità spirituali, atta a ricevere e a dare, qualora le circostanze della vita le fossero state favorevoli, tutto il bene e la felicità possibili. La sua distruzione spirituale avviene a causa delle aberrazioni della società e degli individui che la rappresentano, e compito dello scrittore è quello di renderci evidente questo tragico paradosso. Già la presentazione iniziale del personaggio, la stessa descrizione fisica di questa donna, la cui strana e sconcertante bellezza, unita a una espressione di amara tristezza, come per il "travaglio di un pensiero nascosto", appare così in contrasto con gli abiti monacali che indossa e il luogo dove si trova, ci fanno presentire il dramma. Questo ci si rivela a poco a poco, attraverso rapide presentazioni di fatti e immagini potentemente sintetiche, a cui si alternano sottili analisi di stati d'animo e considerazioni di ordine generale. La cieca accondiscendenza alle tradizioni, unita a considerazioni di gretto egoismo, fanno sì che il destino di Gertrude sia quello di diventare monaca. Con ironica amarezza lo scrittore indugia a descrivere le sottili ipocrisie dei familiari che tentano di allettare con false e immorali prospettive la fanciulla perché si avvii per la strada da essi voluta. Le lusinghe e il timore fanno sì che la povera Gertrude cresca con delle nozioni completamente sbagliate circa la religione e la morale: il male, alla sua mente inesperta, non può non apparire il seguire quelle che sono le sue autentiche inclinazioni, mentre, solo sfruttando in modo conveniente queste ultime, avrebbe potuto accostarsi al bene. Di qui un affastellarsi angoscioso di pensieri incerti, di dubbi tormentosi, di desideri repressi e dolorose rinunce subito seguite da contrastanti pentimenti, mentre gli avvenimenti la trascinano inesorabilmente alla dolorosa conclusione: la accettazione esteriore del destino impostole, la ribellione interiore ad esso. La narrazione dell'ultima parte del dramma si fa sempre più concitata e veloce, quasi a rendere il senso di ineluttabilità, di ferrea necessità degli eventi, a cui le precedenti analisi hanno introdotto. Quando Gertrude ci appare in azione, inserita dal'autore nel quadro centrale del romanzo, il suo traviamento è già avvenuto, ma non completamento, intuiamo: non al punto, cioè, di avere spento in lei ogni eco di rimorso e di pentimento. Uno spiraglio che ci fa intravvedere la tragicità di una lotta interna ancora in atto, è quel "sentite, Lucia" con cui, colta da improvviso pentimento, Gertrude cerca di salvare la povera ragazza che essa stessa ha spinto, quasi suo malgrado, nel pericolo. Non è che un attimo, e subito l'abitudine al male ha il sopravvento; ma è un attimo che fa presentire il riscatto finale di questa tragica figura di donna che, violenta nel male come nell'espiazione, concluderà la sua vita in un "supplizio volontario tale che nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovato uno più severo".

Analisi de La Monaca di Monza



La Monaca di Monza, il cui nome di battesimo è Gertrude, è un personaggio molto enigmatico e abbastanza rilevante nella storia de “I Promessi Sposi”. Manzoni la presenta come una donna abbastanza giovane, sui venticinque anni, dai forti contrasti sia per quanto riguarda l’aspetto fisico sia per il comportamento. Gertrude, a prima vista, dà un’impressione di bellezza ma non pura e genuina, anzi, appassita e quasi scomposta, tanto che l’autore la descrive con tre aggettivi uniti da un climax ascendente, sbattuta, sfiorita e scomposta. I colori principali che spiccano sul suo viso sono il bianco della pelle e delle fasce che le incorniciano il volto e il nero delle sopracciglia e degli occhi. Gli occhi sono misteriosi, soggetti a forti contrasti: a volte ispezionano una persona cercandovi rifugio, affetto e quasi pietà, altre volte sembrano ardere d’odio, rancore e orgoglio. Le labbra, invece, hanno un colorito rosa sbiadito, che spicca nel viso candido, e come gli occhi assumono spesso espressioni enigmatiche. Manzoni sottolinea che le labbra sono tinte, un particolare che si addice ben poco ad una monaca. Altri particolari insoliti sono il suo portamento, abbandonato e poco grazioso, il modo di portare la tonaca attillata sulla vita, un ciuffo di capelli neri che ricade sulla fronte candida contrariamente a quanto dice la regola. Nonostante questo all’interno del convento viene chiamata “signora”, come se appartenesse ad un rango abbastanza alto da potersi permettere di trasgredire le normali regole. Effettivamente aveva occupato da sempre una posizione particolare nel monastero.
Suo padre era un ricco principe lombardo che, come prevedeva una legge dell’epoca, non aveva intenzione di dividere l’eredità tra i figli cadetti ma destinarla interamente al primogenito. Così tutti gli altri figli venivano destinati al convento. Gertrude venne plagiata dai parenti, cresciuta cioè con la consapevolezza che sarebbe diventata una suora. I genitori le regalavano bambole vestite da suora e per farle un complimento o un’osservazione usavano sempre termini inerenti alla gerarchia ecclesiastica. A sei anni entrò in convento, dove le era riservato un trattamento speciale da parte delle suore in quanto figlia del principe. Il fatto di essere privilegiata le impedì di stringere amicizie con le compagne, che la invidiavano moltissimo. Rimase nel monastero senza mai uscirne per otto anni interi, fino all’età di quattordici anni. Gertrude fu quindi costretta a scrivere la supplica e a prepararsi per trascorrere un mese nella casa paterna prima di iniziare la sua nuova vita da monaca, come previsto dall’iter ecclesiastico dell’epoca. Trascorse gli ultimi giorno al convento confusa da mille pensieri opposti e ancora una volta in contrasto. Il giorno del ritorno a casa era da lei bramato perché non vedeva l’ora di uscire dal monastero che era stato la sua prigione infantile, ma al tempo stesso era temuto per la tensione di rivedere il padre, sempre duro e severo nei suoi confronti. Decise quindi di confidarsi con una compagna, che le consigliò di scrivere una lettera al padre in cui spiegava la sua situazione. Gertrude scrisse la lettera ma non ricevette mai una risposta. Venne il giorno del ritorno e finalmente la ragazza poté osservare di nuovo il mondo esterno, ma non permise a sé stessa di rilassarsi veramente perché terrorizzata appunto dall’idea di dover affrontare il padre. Giunta a casa fu completamente ignorata da tutti, come fosse un fantasma, ad eccezione di un giovane paggio. Gertrude decise di ringraziarlo per la sua vicinanza con un innocente biglietto. Il biglietto, però, venne intercettato da una serva e consegnato successivamente al padre, che lo considerò uno scandalo e punì la figlia costringendola a rimanere nella sua stanza sorvegliata a vista dalla serva. Gertrude si trovò a preferire la vita del monastero a quella tortura e cominciò a sentirsi in colpa, caratteristica propria delle persone abituate ad essere trattate male. Scrisse così una seconda lettera al padre, per scusarsi e implorare il suo perdono. Dopo vari discorsi che fecero soffrire moltissimo Gertrude, il padre accettò le scuse e dichiarò tutto dimenticato. Nonostante Gertrude sapesse che a breve sarebbe dovuta tornare al convento in veste di monaca, quando venne finalmente accolta dalla famiglia si sentì invadere da una felicità che non provava da molto tempo. Al monastero, a Gertrude fu riservata una stanza vicino a una casa abitata da un giovane di nome Egidio. Vedendosi tutti i giorni attraverso la finestra, i due si conobbero e s’invaghirono l’uno dell’altra. Cominciarono anche a frequentarsi di nascosto finché non vennero scoperti da una suora conversa. Egidio e Gertrude furono costretti ad ucciderla per farla tacere ma nessuno sospettò nulla, infatti le altre suore credevano fosse fuggita in Olanda attraverso un buco scavato nel muro. Circa un anno dopo questo fatto, Lucia e Agnese si presentarono alle porte del monastero.
Tutte queste esperienze dimostrano la debolezza di Gertrude, incapace di prendere una decisione definitiva perché spaventata dalla possibilità di prendere quella sbagliata. Il carattere e la mentalità dell’epoca la obbligano a sottomettersi e la costringono ad agire di conseguenza, peggiorando ulteriormente la sua eterna indecisione tra bianco e nero, tra pietà e odio, tra sottomissione e ribellione.

Descrizione de La Monaca di Monza



Gertrude, anche conosciuta come "la Monaca di Monza" dei Promessi Sposi, era figlia di un principe spagnolo stanziatosi a Milano.
Egli era molto ricco, ma era molto interessato anche a conservare intatta la proprietà all'erede maschio. In conseguenza della legge non scritta del maggiorasco, tutti i beni dovevano andare al primo figlio maschio e per gli altri figli c'era solo il convento, il sacerdozio.
Così, Gertrude, che non poteva accedere alla proprietà del padre, venne rinchiusa in un convento; privata dalla vita sociale, che lei desiderava ardentemente, fin dall'infanzia.
E' circondata da suore che cercano di persuaderla alla vita monacale, ma essa rifiuta categoricamente di entrare a far parte di quella realtà e cerca di far capire ai genitori che quella non è la strada che vuole intraprendere e che non ha nessuna intenzione di tornare in convento per prendere i voti.
Una volta comunicata la notizia ai genitori, essi si rivelano freddi e ostili nei confronti della giovane che, credendo che tutti cospirino contro di lei per renderle impossibile l'esistenza, torna in convento e prende i voti.
Ma questa scelta che lei è costretta a fare, peserà molto sulla sua vita data la voglia e il desiderio di vivere una vita mondana libera, ricca e armoniosa.
Si ritroverà infatti a provare astio nei confronti di tutti coloro che sono liberi di fare le proprie scelte e di vivere la vita come vogliono.Tuttavia, bisogna dire che la Monaca veniva trattata con molto riguardo, e servita e riverita da tutte le altre suore.
Gertrude, essendo privilegiata, riesce a sottrarsi ai doveri e alle consuetudini della vita monastica, a farsi notare per il suo spirito mondano.
Essa vive in un appartamento tutto suo, vive separata dalla comunità e per tutti è la Signora Geltrude, e non Suor Gertrude.

Commento de La Monaca di Monza


L’autore presenta la monaca descrivendone prima i caratteri fisici e successivamente racconta l’infanzia della signora e la sua vita antecedente, affrontando il problema che nelle famiglie nobili di quel tempo i padri, per conservare il patrimonio, destinavano le proprie figlie alla carriera ecclesiastica, prima ancora della loro nascita, cosicché tutte le sostanze sarebbero rimaste al primogenito che avrebbe portato avanti la famiglia. La monaca di Monza alla sua nascita fu chiamata Gertrude, perché portasse un nome che aveva avuto una santa importante e che fosse già un segno della sua carriera futura. Fin dai primi anni i genitori cercarono di accrescere la sua vanità naturale, continuavano a fare allusioni sul suo futuro, di cui non parlavano mai esplicitamente, ma come qualcosa di sottinteso e certo. Fu educata per otto anni nello stesso monastero in cui speravano che rimanesse tutta la vita, coinvolgendo anche le monache di questo, che la trattavano con superiorità rispetto alle altre allieve. Così Gertrude aveva immaginato per sé un futuro di madre badessa, di cui si vantava con le compagne; tuttavia erano immaginazioni diverse da quelle che avevano queste ultime che sognavano di sposarsi. Poiché desiderava che provassero invidia nei suoi confronti, sosteneva che il suo destino non era scritto e che avrebbe potuto cambiare le proprie idee. In realtà aveva capito le intenzioni e la sicurezza dei genitori e sebbene sapesse che per compiere l’importante passo era necessario il suo consenso, aveva paura di negarlo specialmente al padre. Tutto questo le generava un violento conflitto interiore perché non aveva alcuna certezza di un avvenire gradito, mentre le sue compagne ne erano molto più sicure; finiva così per provare verso di loro quell’invidia che aveva desiderato che esse sentissero per lei e ad odiarle. Il suo carattere andava così inasprendosi e l’unica arma in suo possesso era il far sentire il più possibile alle altre ragazze la posizione di privilegio che aveva presso le educatrici, che facevano ogni sforzo per farle piacere il chiostro, approfittando del suo carattere instabile e dei momenti di pentimento e dei sensi di colpa che ogni tanto provava per immaginato di sposarsi.
Le monache approfittarono di uno di questi momenti per farle sottoscrivere una supplica al Vicario, primo passo che per legge doveva compiere per entrare nel chiostro. Quando Gertrude si rese conto di ciò che era stata indotta a fare, per tirare indietro quel primo passo, dietro consiglio di una compagna scrisse al padre una lettera esprimendo la propria intenzione a ritirare la supplica. Questo fece andare il principe su tutte le furie e quando Gertrude tornò a casa per il mese che, sempre per legge, doveva trascorrere fuori dal monastero in attesa di compiere le altre formalità, tutta la famiglia le negò il proprio affetto, facendo di tutto per farla sentire colpevole e lasciandole capire che l’unico modo per tornare in unione con i familiari era accettare ciò che essi avevano dato per certo da molto tempo. Gertrude in quel mese quindi rimase sempre in solitudine o con la servi, che dimostravano la stessa freddezza della famiglia, eccetto un paggio che aveva per lei un rispetto e una comprensione che fecero cambiare i suoi stati d’animo e i suoi atteggiamenti. I genitori notarono i cambiamenti che questo nuovo rapporto comportava, ma ne capirono la ragione soltanto quando una cameriera intercettò una lettera che era destinata al paggio. Il padre reagì licenziando quest’ultimo e lasciando Gertrude rinchiusa con quella cameriera e minacciandole un castigo oscuro e terribile. In quei giorni, nel tumulto dei suoi pensieri, la ragazza vedeva il chiostro come unico destino possibile, dal momento che era stata privata di tutto ciò che avrebbe potuto accendere il suo animo. Questa idea e l’odio che provava nei confronti della sua carceriera, in un momento in cui entrambi erano troppo forti e lei si sentiva troppo debole, la spinsero a scrivere una lettera al padre per implorare il suo perdono. In questa parte Manzoni dimostra chiaramente la propria indignazione per l’atteggiamento del padre: egli, conoscendo il carattere di Gertrude e consapevole che non aveva alcuna vocazione, in quel momento la fece sentire più che mai colpevole di quello che definiva il suo errore ed infine, con il proprio contegno, cambiando con grande maniera dalla severità alla dolcezza, la indusse a pronunciare una risposta che le sfuggì, di cui si pentì quasi subito, ma che lui interpretò come un fermo ed irrevocabile consenso a prendere la strada del chiostro. L’atteggiamento dei familiari e tutto intorno a Gertrude cambiò immediatamente, la sua scelta fu ripetutamente lodata e da sola e rinchiusa si trovò al centro dell’attenzione. In tutti i passi successivi, tra cui la visita al monastero, l’esame con il vicario delle monache e la scelta della madrina, il padre riuscì a dominarla, ad indurla a mentire a se stessa, alle altre monache e al vicario perché tutto si svolgesse in maniera regolare. Per esercitare quest’influenza il padre utilizzava lo sguardo, l’espressione severa, nuovi slanci di affetto ad ogni passo compiuto, parole di avvertimento prima di ciascuna formalità; le faceva mancare il coraggio di comportarsi diversamente.
L’unico punto in cui la sua futura situazione avrebbe potuto adattarsi al suo carattere, e che ugualmente veniva sempre ribadito dal padre, era la condizione di superiorità all'interno di quel monastero e il grande rispetto che tutti avrebbero portato alla nobiltà delle sue origini. Ma nonostante questo, appena concluse le formalità del caso, i sentimenti dominanti di Gertrude erano la rabbia verso se stessa per il suo poco coraggio e il rimpianto per tutto ciò che le era stato tolto, per le possibilità di vita che avrebbe accolto con vero entusiasmo e che si vedeva scorrere accanto senza poterle sfiorare; infatti vivrà solo come monaca senza vocazione e ciò sarà l’origine e la principale causa del suo contegno e dei suoi modi insoliti e anche dei suoi futuri delitti.

Riassunto de La Monaca di Monza



Il famoso e singolare personaggio de ‘I Promessi Sposi’ di Manzoni fu la Monaca di Monza. Esistita veramente, ma con un altro nome e circa tre decine d’anni prima, apparteneva a una famiglia nobile, figlia di un principe avaro e feudatario lombardo di origine spagnola. Il suo nome di battesimo era Gertrude: la chiamarono così perché pensavano che facendole portare un nome di una santa importante, in lei si risvegliasse ancora di più il desiderio di farsi monaca, carriera tanto desiderata dai suoi familiari per i figli cadetti. Questo desiderio traeva origine dal volere del padre di mantenere intatto il patrimonio al primogenito.
Sin dai suoi primi anni di vita, genitori e parenti, facevano allusioni sul futuro della poveretta, parlando della sua carriera da Monaca in modo implicito, come una cosa ovvia, commentando i suoi naturali atteggiamenti di vanità con esclamazioni del tipo: ‘Ma che Madre Badessa!’. Tutto questo quasi come per sgridarla; come regali riceveva da parte loro solo cose (bambolotti o altri giochi) che richiamavano figure ecclesiastiche come frati o suore. Le suore facevano di tutto per farle piacere il convento trattandola in modo più vantaggioso rispetto alle altre ragazze, dandole un posto privilegiato a tavola e nel dormitorio e riempiendola di carezze e di affetto. Finita la permanenza in convento, quando tornò a casa, ricevette un’accoglienza fredda, sia dai suoi genitori, sia dalle dame di compagnia, a causa di una lettera che lei aveva mandato al padre dove gli chiedeva di potersi maritare e quindi rinunciare alla vita monastica tanto desiderata.
La ragazza avendo un carattere debole fu facilmente indotta dal padre ad accettare il suo volere: dopo aver ricevuto la lettera, il suo scopo era quello di farle capire quanto si sarebbe annoiata in casa rispetto al chiostro. Ma lei si rese conto che durante la sua permanenza a casa, vi era un paggio che le dava delle attenzioni, così decise di scrivergli una lettera; purtroppo questa lettera venne intercettata e portata immediatamente dal padre. La figura paterna venendo a conoscenza di questo episodio, fece sentire sua figlia colpevole di un peccato non commesso, convincendola che a causa della lettera mandata al paggio, non ci sarebbe stata nessuna possibilità che qualcuno l’avesse chiesta in sposa. La futura Monaca si convinse di ciò e acconsentii quindi a diventare tale. Manzoni la descrive come una ragazza timorosa e misteriosa, di appena 25 anni, di una bellezza sfiorita e scomposta. I suoi occhi dice che richiedevano pietà e ricambio di sguardi a causa della sorte cui era destinata. Commise tre peccati tra cui due molto gravi: il primo fu la tresca amorosa che ebbe con lo scellerato Egidio (il suo complice) e questo fu il meno gravoso; gli altri due riguardano entrambi la stessa persona, una conversa, che uccisero e occultarono il suo cadavere.
La monaca avrebbe voluto aiutare Lucia per redimersi dai suoi peccati cercando di trovare a tutti i costi un modo per espiare le sue colpe, solo che avendo un carattere molto debole, il suo complice (Egidio) la convinse a diventare sua complice per il rapimento di Lucia per ordine di Don Rodrigo: per l’ennesima volta la poveretta commise un peccato non di poco valore.

Sintesi de La Monaca di Monza



La monaca di Monza, che l'autore trae dalle cronache del secolo d'oro è un personaggio molto fragile che fa riflettere. Sin dalla nascita il padre aveva deciso il suo destino: aveva scelto per lei il nome Gertrude in onore di una santa di nobili origini. A causa della legge del maggiorascato, per cui il primo figlio maschio riceveva tutta l'eredità, Gertrude era stata educata in convento sin dalla tenera età di sei anni. Ma, come d'altronde molti personaggi dell'opera manzoniana, la monaca di Monza non aveva preso i voti per vocazione. La giovane era stata costretta attraverso un ricatto psicologico operato dalla famiglia: al momento della scelta, aveva deciso di tornare alla dimora paterna, dove nessun familiare le rivolse la parola, pretendendo un "sì" che sarebbe tanto costato alla giovane. Così Gertrude si ritrovò confinata nella sua camera, senza nessuno con cui poter parlare: alla fine si arrese e crollò come una valanga, provocata dall'accumulo di molta neve su un promontorio fin troppo friabile. La violenza non consiste solamente nelle percosse, ma può anche essere un comportamento che danneggia fortemente la vittima sotto il profilo psicologico.
In tal modo, Gertrude era diventata madre badessa e aveva a disposizione delle stanze in un'area appartata del convento, la quale confinava con la dimora di un giovane, Egidio. Egli, dopo averla corteggiata, la usa e la spinge oltre ogni confine, là dove una donna di Chiesa non dovrebbe mai arrivare, facendole infrangere delle leggi che avrebbero ormai dovuto essere scolpite nella sua anima. I due avranno dei bambini, che appena vedranno la luce dovranno dimenticarla, mentre i loro genitori, che non si possono definir tali, si macchieranno del loro sangue, ricoprendosi di un reato così atroce che la condanna peggiore sarà sentirselo dentro, rendersi conto di aver tolto la vita ai propri figli. Un giorno un'ancella, arrabbiatasi con la badessa poiché ella era stata boriosa nei suoi confronti, le aveva detto che sapeva qualcosa che non avrebbe dovuto sapere e minacciò Gertrude di dirlo alle consorelle. Fu così che l'ancella non vide più luce. La monaca di Monza è come un vaso di vetro il cui fiore contenuto è stato fatto appassire. E' un personaggio fragile che non ha ricevuto affetto né dai familiari né da Egidio, ritrovandosi senza alcun pilastro. Anche Manzoni ha pietà di lei, tanto che la chiama con l'affettuoso diminutivo di "Gertrudina". La monaca di Monza ricorda una farfalla alla quale sono state tarpate le ali, non permettendole di volare e condannandola ad una vita che non avrebbe voluto fosse sua. Gertrude percorre una via per lei sbagliata e cade in tutte le trappole, facendosi trascinare dal suo unico "uomo" in un vortice che la condurrà alla terribile punizione di essere murata viva.

Differenze tra romanzo manzoniano e la realtà : Tale personaggio viene tratto da Manzoni dalle cronache del XVII secolo, ma l'autore ha romanzato la storia, com'è giusto che sia. Marianna de Leyva (Il vero nome della monaca di Monza) fu costretta dal padre ad entrare nel monastero, successivamente ella iniziò una relazione con il conte Gian Paolo Osio. Osio, però, non costrinse Suor Virginia ad uccidere i suoi stessi figli, bensì uno morì dopo il parto per cause naturali, mentre l'altro venne riconosciuto dal conte.
Nonostante ciò, il conte si macchiò del sangue di altre persone pur di tenere segreta la sua relazione con la suora. Egli uccise Giuseppe Molteno, la conversa Caterina Cassini da Meda, suor Benedetta Homati, suor Ottavia Ricci e il farmacista Rainerio Roncino.

Spiegazione de La Monaca di Monza


Gertrude, conosciuta come la monaca di Monza é uno dei personaggi manzoniani piú particolari, misteriosi e controversi. Il padre di Gertrude voleva a tutti i costi lasciare tutta la sua eredità al primogenito; l' unico modo per poterlo fare era far in modo che Gertrude intraprenda la carriera ecclesiastica. Fin da quando é molto piccola viene educata al fine di farsi monaca. Quando diventa adolescente e comincia a sperimentare i primi amori le cose si fanno complicate. Dopo una lettera al padre dove esprime il suo dissenso alla scelta dell' abito monacale da parte del padre e un bigliettino d'amore indirizzato ad un paggio e intercettato da una domestica la situazione degenera. Gertrude viene privata degli affetti della famiglia e nessuno a casa le rivolge la parola. Tutto questo era parte di un piano del principe (il padre di Gertrude) volto a far crollare la ragazzina. Come il principe aveva previsto, Gertrude si reca n suo studio per chiedere perdono. Il principe coglie l'occasione a suo favore e rigirare tutto contro Gertrude che si trova costretta ad obbedire perché soggiogata dalla mente del padre. Dopo il noviziato Gertrude accetta e prende i voti, lei però non é fatta per una vita da suora di clausura e cede alle debolezze della carne. Ha infatti una relazione con un poco di buono che arriva perfino ad uccidere una suora perché era venuta a sapere della relazione. Quando Lucia si reca presso la Monza si accorge subito che questo personaggio ha qualcosa di anomalo; si rende subito conto che dalla sua benda si intravede una ciocca di capelli (tagliarsi i capelli era simbolo di devozione e castità) e che la sua non era l' indole di una monaca. Gertrude inoltre invidia molto Lucia perché lei è stata colorata nel"secolo" ovvero nel mondo.

Storia de La Monaca di Monza


Il brano, tratto dai capitoli IX e X dei Promessi Sposi, è incentrato sulla vicenda di Gertrude. Questo racconto è stato suddiviso in cinque parti importanti grazie alle quali possiamo comprendere meglio anche il suo personaggio. Infatti all’inizio viene introdotta con una descrizione fisica e psicologica. Tale descrizione viene in parte fornita grazie al punto di vista di altri personaggi, ma soprattutto per mezzo di un ritratto del tutto ‘singolare’ che ne fornisce l’autore: Gertrude viene anche esaltata per la sua specificità.
La descrizione fisica è principalmente in bianco e nero, come se fosse in una antica fotografia. Ha in sé qualcosa che fa intravedere un aspetto di sofferenza; poi il contrasto tra questi due colori ed il fatto che siano usati spesso, anche nella stessa frase, porta a pensare ad una contrapposizione come quella tra il bene ed il male, tra la luce e le tenebre.
Vengono messi poi in risalto alcuni particolari del volto dell’ ‘infelice’, termine che il Manzoni utilizza più volte per connotare Gertrude, come ad esempio gli occhi che sono lo specchio dell’anima, nei quali si possono intravedere le mille e una sfaccettature del disagio psicologico della monaca.
Vi è infine lo studio del modo di muoversi, poco controllato, che non era consono ad una donna, tanto meno ad una suora, ed anche per questo viene presentata come una persona singolare, sempre attraverso una continua oggettivazione dei modi.
Nella seconda parte abbiamo il racconto della sua infanzia, dove viene presentata l’inflessibile mentalità del tempo, personificata dal padre, che sacrifica l’avvenire e soprattutto la felicità dei giovani, solamente a causa del desiderio di potere. Infatti anche la vita religiosa non le viene mostrata come un avvicinamento a Dio, ma bensì come un gesto che aumenterà l’importanza della famiglia, dato che per non dividere l’eredità si lasciava tutto al primogenito e gli altri figli erano indirizzati al chiostro. E per questo motivo a Gertrude viene praticamente fatto un ‘lavaggio del cervello’ che inizia alla sua nascita; non le vengono insegnati i veri valori cristiani, perché a quel tempo non avevano alcuna importanza, non le mostrano come aiutare e servire il prossimo, ma come comandare.
Manzoni poi manifesta la propria pietà nei confronti della povera giovane, mentre la sua disapprovazione è tutta per il padre, tipico rappresentante della mentalità feudale del ‘600.
Dopo di che si passa subito all’entrata in monastero di Gertrude, dove viene immediatamente posta al di sopra delle altre e chiamata ‘signorina’, anche un po’ per assecondare il suo orgoglio.
Vengono poi presentati i suoi conflitti interiori, poiché, iniziata l’adolescenza, si rende più conto di ciò che la circonda, quando inizia a sapere che quello che vuole fare non è ciò che desidera il padre. Comprende poi che non è più padrona della sua vita, ma che suo padre lo è per lei e per scappare da questa autoritaria figura deve farsi monaca.
Si ha poi un’accelerazione del tempo e si arriva al momento in cui il destino della giovane si è compiuto, non può più ritrattare la parola data perché se no avrebbe creato una situazione poco piacevole. Inoltre la religione viene presentata come qualcosa che aiuta ad accettare le costrizioni, aiuta a far diventare la volontà degli altri la propria volontà.
L’ultimo episodio è quello in cui viene introdotto lo ‘scellerato’ Egidio che, abitando accanto alla zona del monastero dove la giovane era costretta a vivere isolata, l’aveva vista passare qualche volta ed un giorno le rivolse la parola. La ‘sventurata’ rispose.
Il narratore è sicuramente esterno ed onniscente: possiamo infatti riscontrare che, utilizzando alcune frasi, se non esplicitamente, dà la sua opinione e cerca di farci riflettere.
Ma il Manzoni non fa di Gertrude, debole ed insicura, la vittima del padre autoritario: ne mette in luce anche le responsabilità e ne condanna gli atteggiamenti negativi, ad esempio il fatto di usare troppo la fantasia e vivere in un’atmosfera d’illusione.
La accusa inoltre di essere troppo orgogliosa, perché accetta la vita monastica soprattutto per la necessità di un riconoscimento sociale.
Alla fine, la figura della monaca di Monza, suscita un naturale confronto con quella di Lucia. Come abbiamo detto in precedenza, Gertrude è una persona psicologicamente fragile ed oppressa da un’educazione prevaricante. Lucia invece è un personaggio di grande forza morale, è il simbolo dell’innocenza, della fede. Perciò possiamo dire che Lucia è colei che esercita il suo influsso benefico su chiunque le si avvicini.
Infine possiamo sottolineare la religiosità che Lucia mostra durante tutto il romanzo, infatti crede fermamente nei valori cristiani e proprio nella religione trova la forza per affrontare e superare i momenti più cupi.

Autori che hanno contribuito al presente documento: GIANLU001, mrndnl97, Alfred71, chiarasamantha, Jessica93,chiapirass_, Giada_Misty, SqUiDdY2001, virgi994.
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