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La letteratura che indaga l’alienazione

Quando parliamo di disagio, di disadattamento, di alienazione non dobbiamo pensare sempre e comunque a forme “patologiche”, a comportamenti strani, tali da far pensare a una “malattia mentale”. Molti di questi vengono giustamente interpretati come conseguenze del continuo conflitto fra generazioni o catalogati come segni di un carattere individuale chiuso o scontroso. Il fatto è che il conflitto fra l’individuo e il mondo si svolge in massima parte all’interno della coscienza: è dentro di sé che la persona soffre, cerca le ragioni del suo malessere, tenta di trovare la via d’uscita.
Se la coscienza della propria individualità è sempre stata un campo d’indagine privilegiato dalla letteratura, sia in poesia sia in prosa, è indubbio che la narrativa, a partire dell’Ottocento, si è occupata sempre più di questi conflitti interiori, ha cercato di scandagliare la coscienza per dare una spiegazione, non scientifica (a quella tendono i medici, gli psicanalisti, i sociologi, ecc.) ma “umana”, emotiva, psicologica di quello che il nostro grande poeta Montale chiamò il male di vivere.

In molte opere narrative dell’Otto e del Novecento, infatti, il soggetto scelto dall’autore è un inetto, cioè un individuo che, secondo un metro comune di “normalità” (ma chi deve stabilire cosa è normale?), viene giudicato disadattato, incapace di agire, di provare i sentimenti che tutti gli altri manifestano. Si tratta spesso di un personaggio che possiede una sensibilità eccezionale, un essere delicato, il quale risente in maniera anch’essa eccezionale delle violenze della vita, delle sue assurdità, che risulta inadatto alla “lotta per la sopravvivenza”.
L’inettitudine diventa un tema proprio della cultura e della letteratura (soprattutto del Novecento) in quanto è lo strumento che permette di analizzare la condizione umana: proprio assumendo un punto di vista “fuori dalla normalità”, gli scrittori riescono a esprimere e a trasmettere un giudizio sulla vita “normale”, svelandone meccanismi e meschinità. Colui il quale, con un termine assai in voga in questa fine del XX secolo, si definisce “perdente” può essere la coscienza critica del gioco in cui prevalgono i “vincenti”; è lui il punto debole della catena sociale che può farci vedere come per vincere occorra spesso rinunciare a essere se stessi, ai propri istinti, alla propria indole.
C’è comunque un’angoscia tutta moderna che potremmo riassumere nel conflitto tra le esigenze profonde della persona e il ruolo, le regole che la società impone, un’angoscia che nasce dalla percezione della disgregazione dell’individuo, di una perduta possibilità di armonizzazione tra l’individuo e la realtà.
Per spiegare questa condizione propria della modernità, bisogna considerare che, a partire dal XIX secolo, la civiltà occidentale ha dato un impulso fortissimo a un atteggiamento individualistico che ha condizionato il modo di vivere e di stare nel mondo di gran parte dell’umanità; le ragioni culturali e storiche di questo fatto sono assai complesse, ma ciò che importa rilevare è che esso ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo economico e al progresso della nostra civiltà, perché è stato la “molla” del rinnovamento. Tuttavia, in questa condizione il singolo uomo si è trovato a dover fronteggiare la vita in una solitudine esistenziale del tutto nuova, che lo rende sede di una continua battaglia interiore: l’aspirazione è quella di realizzarsi, di avere la libertà di essere ciò che si vuole, secondo le inclinazioni, i caratteri e le tendenze culturali che ciascuno possiede e predilige, ma sulla strada per raggiungere questo traguardo l’individuo incontra infiniti ostacoli e cade in continue contraddizioni. In primo luogo ogni forma di realizzazione umana non può che essere di carattere sociale: non è possibile che un uomo si senta veramente libero se non in mezzo agli altri, perché la libertà raggiunta isolandosi diventa immediatamente una prigione. Ecco dunque che l’individuo deve “farsi riconoscere” dagli altri, ha bisogno della società, la quale, d’altra parte, impone all’individuo le sue regole, le sue convenzioni. Da qui nasce il conflitto che trovò espressione nell’arte romantica dell’Ottocento e che caratterizza anche l’età presente. Vivere nella società significa accettare un “ruolo” che rende ciascuno “identificabile”.
Nasce così la sensazione di essere costretti a una doppia vita, che provoca uno sdoppiamento: da una parte la persona che vive fra gli altri, dall’altra la nostra vera personalità, che spesso deve essere repressa, se non nascosta, per non incorrere nella riprovazione della gente.
Questi processi, che sono una delle cause dell’angoscia dell’individuo, si sono assai amplificati nella società moderna, nella quale i rapporti interpersonali si sono nello stesso tempo moltiplicati, sono diventati facili, complessi e indispensabili, ma insieme si sono “spersonalizzati”, perché masse crescenti di esseri umani vivono in città in cui è sempre difficile conoscere veramente gli altri e mostrarsi agli altri per quello che si è.
La letteratura dell’Otto e del Novecento ha espresso con grande continuità l’angoscia dell’individuo che si sente impedito nell’avere una vita autentica, cioè soffre dell’impossibilità di far combaciare la propria immagine “pubblica” con la propria personalità più vera e intima.

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