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Provo ammirazione e un po' di invidia per chi sa, già in giovane età, cosa farà da grande. Sono forti quelli che hanno in mente, fin da ragazzi, un percorso preciso, quelli che riescono a pianificare la propria vita nei minimi dettagli e non sbagliano mai strada.

Personalmente sono ancora un po' confuso circa il mio futuro. Senza contare che non mi farebbe schifo trascorrere il resto della mia vita coltivando l'ozio, godendomi un bel paesaggio o un bel tramonto, viaggiando in paesi lontani, prendendomi tutto il tempo necessario per riflettere sui problemi dell'esistenza o semplicemente per sorseggiare un aperitivo davanti a un caffè, da solo o in buona compagnia, guardando con indolente attenzione la gente che passa.
Come i filosofi dell'antica Grecia, che consideravano il lavoro una faccenda da schiavi, sono piuttosto dubbioso sulla necessità del febbrile attivismo del mondo contemporaneo.

Se proprio dovessi elencare le carriere che più mi piacerebbe intraprendere, metterei al primo posto quella di calciatore. Acclamato dalle folle, corteggiato dalle ragazze, il calciatore è un dio.

È vero che la sua carriera finisce piuttosto presto e, ancora giovane, deve reinventarsi la vita, cercandosi una nuova occupazione. Inoltre deve affrontare preoccupanti infortuni, trasferte faticose, noiosi ritiri e stressanti allenamenti, oltre ad essere costantemente sottoposto alle critiche della stampa sportiva. Malgrado ciò, i benefici che trae dalla propria attività mi sembrano tuttavia ben superiori ai sacrifici e alle seccature cui deve sottoporsi. Il problema è che mi manca il talento e ancora, nelle partitelle tra amici, mi capita purtroppo qualche volta di ciccare la palla.

Seducente trovo anche la carriera della rockstar, con i suoi concerti da 80mila spettatori paganti e adoranti, gli incassi da milioni di euro e la possibilità di esprimere la propria personalità in modo creativo. Irresitibili e irraggiungibili, le rockstar inventano la colonna sonora della vita degli altri: non è, secondo me, un merito di poco conto. Ma la vedo dura: non conosco le note e non so suonare nessuno strumento.

Mi piacerebbe anche il mestiere di giornalista. Scrivere mi piace, contribuire a far luce sui problemi della propria epoca storica mi sembra un'attività utile e gratificante. Certo, anche in questo caso ambirei alla gloria, l'articolo di fondo in prima pagina, l'elzeviro nella pagina culturale, la rubrica con fototessera sul settimanale trendy.
La concorrenza è agguerrita: la professione di giornalista esercita attrazione su decine di migliaia di giovani. Per inserirsi bisogna mettere in conto di faticare tanto, e di fare la consueta gavetta. A meno che non si abbiano conoscenze altolocate.

Da ultimo, mi attira il lavoro del medico. Assistere chi ha bisogno di aiuto, contribuire all'avanzamento della scienza e al benessere della collettività, essere utile agli altri, mi sembra un bel modo di impegnare il proprio tempo. Mi dicono che gli studi sono particolarmente severi e che l'orario di lavoro è pesante. In più non bisogna essere schifiltosi: le malattie hanno talvolta aspetti raccapriccianti e spesso il medico si deve confrontare con la sofferenza, la morte, col sangue, le urine e altri liquidi e secreti prodotti dal corpo umano. Occorre quindi una motivazione fortissima per superare tutti questi ostacoli. Non so se potrei essere all'altezza della difficile sfida.

Se devo essere sincero devo aggiungere che non mi piacerebbe poi tanto dedicare la mia vita ad un'unica occupazione, che mi assorbisse tutte le energie. Mi piacerebbe occuparmi di tante cose, con competenza; una vita varia mi sembrerebbe l'unica degna di essere vissuta.
Purtroppo viviamo nell'era della specializzazione e il mio desiderio è destinato quasi di certo a rimanere insoddisfatto. Pazienza, dovrò rimboccarmi le maniche, realisticamente abbassare le mie aspettative e cercare, un po' controvoglia, di adattarmi.

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