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Kosovo: la diplomazia saprà porre un fine?
La guerra che doveva durare due notti prosegue ormai da più di un mese e potrebbe durarne molti di più. È chiaro che Milosevic rifiuta qualsiasi formula di negoziato preveda una forza internazionale in Kosovo, tantopiù se organizzata intorno ad un nucleo Nato. Per quanto si possa ancora sperare che la diplomazia russa aggiri i no di Belgrado e inventi una pace praticabile, questa non è una partita che possa concludersi con un pareggio. Milosevic promette che la Nato "morirà in Kosovo" e il nucleo trainante della Nato vuole che in Kosovo muoia lui. Credere nella possibilità di un compromesso tra queste due volontà di vittoria (o di sopravvivenza), potrà anche aiutare i governi di Roma e Bonn a tenere insieme le rispettive maggioranze, ma non ci sottrarrà alla scelta che vorremmo evitare: se continuare una guerra finora inconcludente oppure accettare una pace serba alle condizioni di Belgrado. Nel campo occidentale permangono ambiguità e confusione. Da una parte si dice: "vogliamo risolvere la crisi del Kosovo". Ma Clinton, il Dipartimento di Stato, Londra, ormai da settimane aggiungono: "Milosevic deve farsi da parte. Questo progetto non è stato improvvisato per giustificare una continuazione del conflitto". Già due anni fa l'ex ambasciatore americano Morton Abramowitz esplicitava così la nuova linea del Dipartimento di Stato: "Per stabilizzare definitivamente l'ex Jugoslavia è indispensabile togliere di mezzo i regimi autoritari di Zagabria e di Belgrado". Resta Milosevic: il Kosovo è diventato l'occasione o il pretesto per toglierlo di mezzo. Se per il tradizionalismo serbo il Kosovo è la culla della patria, per Milosevic ha un valore anche maggiore: è l'origine simbolica del suo potere personale. Proprio a cavallo del risentimento anti-albanese, 12 anni fa s'impossessò del partito comunista serbo e celebrò la virata nazionalista con una grandiosa manifestazione in Kosovo. Consegnare adesso alla Nato il palcoscenico da cui aveva promesso la "Grande Serbia", equivale ad un suicidio politico. Egli ne è così consapevole che fino allo scorso ottobre rifiutava perfino l'idea di un negoziato sul Kosovo.Ma forse la più grande vergogna della situazione balcanica risiede nel fatto che alcuni cinici politici, sia da noi sia in Occidente e in Jugoslavia, giocano adesso la carta del Kosovo non nell'interesse del popolo serbo o albanese, ma soltanto per il prestigio personale, il mantenimento del potere e per l'egemonia. Occorre notare che, salvo rari casi, molti assumono posizione a favore dei serbi o degli albanesi. Forse, la sola posizione corretta è quella pro serbi e pro albanesi allo stesso tempo, vale a dire una posizione a favore dell'uomo. Non si devono confondere i popoli con i loro estremisti e allo stesso modo non si deve demonizzare un popolo poiché qualcuno può fare altrettanto del nostro. Quindi, prudenza con i Balcani ma anche i Balcani devono essere prudenti con se stessi. Le ininterrotte processioni di profughi albanesi innocenti mostrate sugli schermi televisivi inclinano l'animo umano alla misericordia. Ma lo stesso sentimento suscitano le case in fiamme dei serbi. E' tragico che Russia e America vedano attraverso la televisione due guerre diverse: la guerra è una sola!La Nato continua, comunque, i suoi attacchi, ma finora il regime serbo ha retto, i generali hanno obbedito, e la guerra anzi ha prodotto l'opposto dei risultati dichiarati. Questo è lo stato delle cose, e non si può negare fondatezza alle obiezioni di chi in Italia sostiene che i raid siano stati (finora) controproducenti. Il problema è che il partito degli scettici avrebbe dovuto manifestarsi molto prima: in autunno, quando la Nato, su richiesta americana, propose la minaccia di bombardamenti al negoziato sul Kosovo. Quello era il momento di opporsi e di suggerire strade meno avventurose. Ora è troppo tardi. Se adesso la Nato rinunciasse ai bombardamenti e accettasse il ricatto di Belgrado (rimpatrio dei deportati albanesi, ma alle nostre condizioni), Milosevic trionferebbe. Il presidente jugoslavo diventerebbe la prova di una possibile rivincita sui valori che le democrazie occidentali rappresentano. Il partito umanitario può obiettare che questa è un'ipotesi astratta rispetto all'unica certezza: il prezzo imposto alle popolazioni dal perdurare della guerra. Ma non è difficile intuire che sofferenze ben maggiori attenderebbero gli albanesi, i montenegrini, i macedoni, i bosniaci e gli stessi serbi nel caso gli occidentali accettino un qualunque compromesso Milosevic possa realisticamente vendere per una vittoria. Né il Kosovo né alcune tra le nazioni confinanti con la Serbia sarebbero al sicuro. Se dunque la guerra è stata finora fallimentare, una pace ad ogni costo sarebbe assai peggio. La questione del Kosovo resta, quindi, tuttora irrisolta e di difficile soluzione. Di certo dovrebbe essere chiaro che la soluzione non è in quei generali che rischiano di cadere nella trappola di Milosevic, una guerra con truppe di terra il cui esito è prevedibile: una mostruosa spartizione etnica del Kosovo, dopo una sconfitta militare serba che Milosevic trasformerebbe agevolmente nella propria vittoria politica (gli basterebbe la morte di cento soldati occidentali per gridare: ho fermato l'invasore). Le opinioni pubbliche europee andrebbero poste di fronte alla realtà: questa probabilmente non sarà una guerra di settimane, e produrrà altro dolore e solo il futuro potrà darci una risposta a quello che, all'alba del giubileo del 2000, sembra essere un conflitto inspiegabile.

Fonti giornalistiche:

* "la Repubblica.it - Quotidiano OnLine", 28 aprile '99

* "Corriere della sera On Line", 25 aprile '99
* "Washington Post", 17 agosto '97
* "L'Espresso", 22 aprile '99

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