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Tema sulla guerra in Afghanistan
Bagliori di menti assopite ci hanno destato quel maledettissimo giorno dalla droga dei nostri tempi, a ricordarci che non si poteva continuare a vivere con gli occhi bendati da mille bugie, che questo mondo nonostante tutto non è l’unico possibile, quando ci illudevamo fosse perfino il migliore. WORK IN PROGRESS dice il cartello luminoso sporco di fango e sangue al ciglio della nostra strada verso il nulla, e segna 11 Settembre 2001.
Come è stato brusco il risveglio!
Non so se vi sia mai capitato di alzarvi di soprassalto al suono assordante della sveglia. Ora si prova quella stessa sensazione di stordimento e confusione. Vorremmo continuare a nasconderci sotto le coperte, ma il frastuono delle due torri crollate nel cuore di New York, la Grande Mela, patria di tanti sogni di libertà e successo, ci costringe ad una presa di coscienza. Non è più possibile sfuggire gli sguardi e i giudizi altrui, tutti dobbiamo decidere e, nel nostro piccolo, contribuire al miglioramento di questo minuscolo granello di sabbia.
Con le Twin Towers quel giorno sono crollati tutti i nostri sogni di un mondo civile e democratico.
La storia docet, ogni cambiamento passa sempre per una rivoluzione. Che dire dei martiri delle persecuzioni anticristiane o delle crociate di inizio millennio, dei re condannati al patibolo, dei civili morti nelle grandi rivoluzioni francese e russa, nel Risorgimento italiano o di chiunque altro si sia gettato tra le fiamme in nome di un ideale? Non si sono forse suicidati gli attentatori alle Torri e al Pentagono in nome di un loro ideale, pur sbagliato che sia? Quale occidentale, uomo del benessere e del consumismo, avrebbe oggi il coraggio di farlo? Ma soprattutto quali sono le cause, oltre ad un ottuso fanatismo religioso, che possono spingere un uomo a una simile azione, a sacrificare la propria vita uccidendo migliaia di persone? È questa la domanda che tutti i “politicanti” del mondo dovrebbero porsi, interrogandosi sul perché, prima del come o del dopo.
Le mie orecchie, i miei occhi sono saturi di un’informazione guidata, centellinata e censurata. Una strumentalizzazione dei mass-media ha facilmente mobilitato l’opinione pubblica in favore del sentimento filo-americano, in virtù di sopiti ideali patriottici, nazionalistici e vendicativi; come se i morti americani contassero più delle centinaia di migliaia di morti palestinesi, pakistani, afghani.
È molto più semplice sradicare che risolvere i problemi, fare demagogia che prendere decisioni, anche controcorrente.
Come non considerare quanto avvenuto una conseguenza della politica imperialistica dell’America, di una politica di sopraffazione e prepotenza vincolata solo dall’interesse economico delle multinazionali. Troppo lungo e dispendioso sarebbe riportare tutti i torti perpetrati ai danni dei Paesi più poveri in virtù del dio denaro, del debito economico e di chissà quanto altro.
Tutto questo ha portato ad un tale stato di esasperazione da far identificare negli Stati Uniti, emblema del capitalismo più sfrenato, della speculazione economica con a capo un figlio di petrolieri ed industriali, la causa prima di ogni male. A tutto ciò va poi aggiunto il fanatismo religioso, la propaganda politica, la sete di sangue e di morte. Lo stesso Bin Laden, oramai presunto mandante di ogni attentato anti-americano, è diventato strumento di consumo di industrie americane che hanno contribuito ad alimentarne il mito, attirando verso di lui nuove orde di fanatici, guerriglieri e giovani in cerca di gloria. Lo stesso Bin Laden è figlio del capitalismo americano, armato e arricchito dagli Americani nella lotta anti-sovietica.
Nemesi storica la definiva il Carducci: la storia si vendica sugli stessi figli dopo averli saziati e dissetati. E se un giorno i miliziani del Nord o le truppe anglosassoni riusciranno a catturare, vivo o morto, poco importa, il “presunto mandante”, non si farà che alimentare nuove guerre, nuove vendette. Come sempre ci occorre un capro espiatorio per mettere a tacere le nostre coscienze urlanti vendetta, ma un morto in più non cambierà certo il corso degli eventi.
Perché non tentare di risolvere veramente la questione mediorientale e di debellare il terrorismo nel mondo?
Troppo intricato sarebbe spiegare in questa sede le cause della lotta tra Israele e Palestina, che tutti dovrebbero conoscere ormai a memoria, eppure nulla dall’inizio dell’Intifada è stato fatto per risolvere i problemi locali causa di instabilità internazionale. Israele ha diritto di esistere; la Palestina di ritornare nella terra strappatale con la forza; e in questa sorta di “anamnesi storica” ritorniamo sempre a quelle “benedette” crociate della Chiesa giusta e pacifica.
Ai politici spetta l’arduo compito di trovare una soluzione in una difficile convivenza, principio di un equilibrio internazionale, unica alternativa ad una storia di guerra, sangue e morti. Solo allora sarà possibile la formazione di una coalizione mondiale che si faccia realmente carico della lotta al terrorismo, in ogni sua forma e matrice, in ogni Stato di qualsiasi religione. Si sa, però, che debellare il male non è mai indolore, inevitabile sarà l’uso della forza qualora necessario. È inutile nascondersi dietro false speranze di pace, la non-violenza ha portato sì a grandi vittorie, ma a spesa di quanti morti, soprusi ed ingiustizie ?
< Homo homini lupus >. L’egoismo, l’indifferenza, l’interesse, l’utile sono valori non di questa società, non di una visione distorta e guidata della storia, ma di tutta la storia dell’umanità: quanti Caini si sono succeduti sulla faccia della Terra? Non siamo forse noi stessi degli assassini? Uccidiamo il prossimo ogni istante, quando lo disprezziamo, lo denigriamo, lo deridiamo. L’uomo sarà libero, diceva pressappoco Nietzsche, quando non dovrà più vergognarsi di essere se stesso. Chi può dirlo realmente oggi all’alba del nuovo millennio? La stessa guerra americana, che da pacifista non giustifico né approvo, appare comunque inevitabile, nella condizione “estrema” che si è venuta a creare, inquadrandola nella congiuntura storico-politica del momento. Appare come l’unico strumento attuale per far rispettare quella Giustizia che è alla base di ogni mondo civile e democratico.
Non possiamo rimanere inermi senza ricorre al principio di autodifesa, lasciare libero campo ai terroristi…avremmo dovuto risolvere prima le cause di simili attacchi: i dislivelli economici, la povertà, la fame, l’intolleranza religiosa, la disperazione di popoli senza una terra dove vivere. Ma, come spesso accade, per indifferenza o per pigrizia lasciamo tutto nel dimenticatoio delle nostre menti assopite, stordendoci col sonnifero dell’utopia di un mondo migliore. Non è forse questo un’eutanasia volontaria delle nostre coscienze? La “ politica del disimpegno”, così potremmo definirla! E allora almeno per una volta rendiamo capaci di “strappare” quanto di “positivo” possa esserci in una guerra mai giusta ed imparziale: la formazione di un governo che dia voce a tutte le fazioni e che non diventi zimbello dei giochi egemonici di Russia, Pakistan, India e Cina o di passati sogni colonialistici di Inglesi e Americani, con a capo donne che hanno sempre rivestito in Afghanistan una funzione di primo piano, un paese cosmopolita, fiore all’occhiello della rinascita mondiale.
Perché allora non rendere l’Afghanistan il centro propulsore del processo di globalizzazione? Chirac al congresso dell’UNESCO ha messo ben in evidenza i principi a cui deve attenersi la nuova globalizzazione alla luce degli accadimenti dell’11 Settembre: DIGNITA’, DIVERSITA’ E CONFRONTO.
Solo con questi presupposti possiamo sperare nella realizzazione di un mondo migliore e globalizzato, non più guidato dall’interesse economico e speculativo, ma rispettoso di tutte le culture del mondo da salvaguardare dalla futura estinzione ( si pensi ai quasi cinquemila idiomi che spariranno entro la fine del secolo ) in quanto testimonianza e patrimonio di tutta l’umanità. Solo una società diversificata può progredire e migliorarsi, ma sono necessari la tolleranza, la pace, il rispetto verso il prossimo, verso il diverso da accettare, anzi da apprezzare per il contributo culturale e morale apportato. Un’ apertura di orizzonti culturali e di frontiere, un mondo dove scomparirà dai dizionari la parola “straniero”. Certo appare difficile prospettare un simile futuro alla luce di quanto avvenuto, siamo tutti portati a chiuderci nelle nostre case per timore del vicino, ma questa è l’unica strada praticabile, forse, ma questo spetterà deciderlo ai posteri, la migliore. Solo quando tutto questo sarà possibile potremo ritornare ai nostri sogni beati, sicuri che un mondo di pace e serenità ci aspetti al risveglio.

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