gian149 di gian149
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Commenta questo brano, tratto da un articolo apparso su il quotidiano.net il giorno 17 aprile 2000:
“Gli slogan della protesta di Washington non sono giunti all'orecchio dei delegati del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, protetti da un ingente spiegamento di polizia che hanno però invitato i dimostranti a non voltare le spalle alla globalizzazione.
«Non li abbiamo sentiti - ha detto il ministro delle finanze britannico e presidente del Comitato finanziario dell'Fmi Gordon Brown - e i colloqui si sono svolti in piena normalità. Ma anche noi abbiamo un messaggio per chi vuole ridurre la povertà e promuovere uno sviluppo più equilibrato nel mondo: non portate indietro l'orologio della globalizzazione»”.

Gli avvenimenti del 1999 (conferenza di Seattle) e del 2001 (G8 di Genova) ci hanno fatto conoscere in modo drammatico il movimento di chi si oppone alla cosiddetta globalizzazione. Essi esprimono un dissenso sulla base di queste considerazioni: il grande divario ( culturale ancor prima che economico) tra nord e sud del mondo, la mancanza di rispetto ed anzi l'abuso nei confronti dell'ambiente (acqua cielo o terra non importa: tutto viene ugualmente depredato, inquinato, rovinato), il raggiro dei consumatori, ripetutamente ingannati sui prodotti alimentari e farmaceutici.

Penso anch’io che ci debba essere un’attenzione all’ambiente e contro le truffe e le ingiustizie, ma non condivido le critiche radicali dei cosiddetti no-global, pregiudizialmente contrari anche agli aspetti positivi della globalizzazione.

Ma chi sono questi no-global? Perché si trovano in maggior parte proprio in quel nord del mondo? Perché usano internet?

Qual è il loro substrato ideologico? A mio parere, essi riprendono le tesi emergenti nel periodo del sessantotto, fortemente critiche nei confronti del consumismo. Per esempio il filosofo Marcuse denunciava la falsa coscienza in cui viene relegato l'uomo contemporaneo, obbligato dall'economia del consumo a desiderare l'inutile, e schiavo di una produzione orientata al superfluo.

Ma siamo davvero sicuri che sia così logico opporsi alla globalizzazione? In realtà la globalizzazione dipende dalla evoluzione del modo di produrre, pertanto è un processo inarrestabile. È come un fiume che s’ingrossa sempre più, quindi cercare di bloccarlo con una diga potrebbe portare ad un rimedio che è peggiore del male. Val la pena, invece, di arginarlo, di indirizzarlo, di sfruttarne i lati positivi, che a ben vedere non sono pochi, perché la globalizzazione produce nuove possibilità di benessere. I governi nazionali sono di fatto ininfluenti di fronte a questo fenomeno, e gli organismi sovranazionali sono ovviamente gli enti preposti ad operare quella “regolamentazione” necessaria cui si accennava poco fa. Appare quindi paradossale che i no-global tentino di fermare proprio quelle organizzazioni, le uniche, che possono fare qualcosa per arginare i mali della globalizzazione. Inoltre, non si vuole dire che il movimento no-global sia un movimento violento, ma è indubbio che le sue frange incontrollate condizionino il movimento stesso, inducendo il sospetto che alla base vi sia una concezione profondamente antimoderna e reazionaria, che tende a imporsi con metodi che non sono propriamente quelli del confronto democratico. Per esempio i no-global affermano che la globalizzazione ha aumentato la povertà. Ebbene, la globalizzazione, con tutti i suoi limiti e difetti, non ha aumentato il numero dei poverissimi nel mondo, ma lo ha diminuito.

Fra il 1990 ed il 2000 il numero degli esseri umani che vivono con meno di 1 dollaro Usa al giorno (questa è la definizione di povertà assoluta nei paesi in via di sviluppo e in transizione) è sceso di 137 milioni, passando da 1.237 milioni a 1.100.

E la diminuzione è più evidente proprio in quelle aree del mondo che sono riuscite a partecipare al gioco dell’import-export internazionale, come l’Asia, mentre le regioni che sono rimaste fuori dai processi di globalizzazione, come l’Africa, sono proprio quelle che hanno visto aumentare il numero dei loro poveri assoluti.

Un’altra obiezione che viene spesso fatta dai no-global è che questi processi avvantaggiano il nord del mondo a sfavore del sud del mondo, ignaro e contrario alla globalizzazione. Ebbene, il più noto istituto canadese di sondaggi, la Environics, ha realizzato un sondaggio su scala internazionale, coinvolgendo altri istituti demoscopici, come l’italiana Eurisko, presentandoci risultati sorprendenti e illuminanti al proposito. Infatti, la maggioranza dei cittadini dei paesi ricchi (il 62 contro il 33%) è convinta che i paesi poveri non beneficeranno veramente della libera circolazione delle merci, mentre la maggioranza dei paesi poveri pensa il contrario (il 52% di essi contro il 38). Emerge anche, da questo sondaggio, che molti abitanti dei paesi ricchi (per esempio francesi e giapponesi) sono convinti che la globalizzazione influirà negativamente sulla loro economia nazionale. Infine parecchi paesi asiatici continuano ad accusare l’Unione Europea di “protezionismo” per la politica adottata riguardo alla circolazione di alcuni prodotti sul mercato internazionale. Sorge allora il dubbio: non è che per caso noi occidentali ci vogliamo opporre alla globalizzazione perché temiamo di diventare noi più poveri rispetto ad altre zone del mondo, con le quali è adesso evidente il divario, ma potrebbe non esserlo più se l’economia fosse davvero liberalizzata?

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