Tema: Una gita scolastica


In genere, la gita scolastica viene sempre ritenuta un’esperienza molto divertente e costruttiva. Parla di quella che ricordi con maggiore soddisfazione.

Scaletta


1) Introduzione: la gita a Venezia, un’esperienza indimenticabile.
2) Le difficoltà di ottenere la gita.
3) La difficile organizzazione.
4) L’esperienza di muoversi sempre con la barca.
5) L’albergo e i giri che abbiamo fatto.
6) L’incanto di Piazza San Marco.
7) L’escursione nella laguna e la visita a Murano.
8) Il Palazzo Ducale.
9) Il turbolento viaggio di ritorno.
10) Conclusione: a casa, ho dormito per 16 ore.

La gita scolastica che ricordo con maggiore piacere, anche perché fu l’unica durata più di un giorno, è quella che facemmo a Venezia, tutti quanti noi delle terze.
Un’esperienza indimenticabile, sia perché Venezia è la più bella città che io abbia mai visitato, sia perché la nostra classe è molto affiatata e quindi non ci sono state le solite fasi di noia, nélitigi o dissidi di sorta.

Tutto è filato liscio, in perfetta armonia.
Per ottenere quei tre giorni di folle divertimento, dovemmo sconfiggere le intransigenti assemblee dei genitori, i cui componenti sembravano divertirsi a mettere i bastoni tra le ruote ai ragazzi, non avendo evidentemente niente di meglio da fare.
Poi, le solite divergenze tra i membri delle varie sezioni che parlavano di Roma, Milano e altro ancora, terribilmente impiccioni, più degli stessi genitori. Ma cosa gliene importava a loro di dove andavamo in gita?
Risolti tutti questi problemi, mancava solo la parte pratica e cioè l’organizzazione, niente affatto facile, perché a Venezia, contro le invasioni dei turisti, c’è il numero chiuso.
Per un momento il progetto sembrava dovesse saltare, ma quando la preside ne prese prontamente le redini, tutto si risolse per il meglio.
Venezia in primavera è fantastica: forse la stagione migliore per godersela, visto che d’estate il clima lagunare è spesso importuno e inoltre c’è molto meno affollamento, sia nelle piazze che nei mezzi pubblici.
Prendere la barca per spostarsi da una parte all’altra della città puà sembrare una banalità, ma per chi, come noi, non è abituato ad avere a che fare col mare, l’esperienza è molto suggestiva. Dopo un po’ ci prendi l’abitudine e schizzi da una barca all’altra come fossero autobus! Le gondole, invece, sono roba per ricchi, le tariffe richieste sono esorbitanti: naturalmente si specula sullo spirito romantico dei visitatori!
Il nostro albergo, situato a Mestre, non era molto elegante, potendo a malapena fregiarsi di una sola stella, ma tutto sommato, per tre notti potevamo anche sacrificarci, per amore della Serenissima. Non commettemmo l’errore di girovagare per gli altri centri, ma passammo tutte le giornate a Venezia.
Ne ho fatti di chilometri lungo quelle calli che si ramificavano come in un labirinto, portandoti a conoscere gli angoli più nascosti e caratteristici, ponticelli sperduti, ristoranti rinomati, curiosità di ogni tipo!
Ma fu piazza San Marco ad offrire le visioni più incantevoli, con il Canal Grande sullo sfondo che, in determinate ore, manda dei luccichii che fanno venire la pelle d’oca. Non avevo mai ammirato i paesaggisti, ma in quei giorni ho compreso perfettamente con quale spirito dovessero lavorare i vedutisti veneziani, che passavano le giornate a dipingere gli innumerevoli effetti che questo luogo incantato è in grado di regalare all’occhio umano.
Naturalmente non ci facemmo scappare una lunga escursione in vaporetto nella laguna, che navigammo in lungo e in largo, per poi giungere alla celeberrima isola di Murano, dove operano gli artisti vetrai più rinomati del modo. Maestri capaci di veri e propri giochi di magia con della semplice pasta incandescente che si trasformava miracolosamente, davanti ai nostri occhi allibiti, in splendidi oggetti decorativi.
Era la mattina dell’ultimo giorno quando andammo a visitare il Palazzo Ducale, la cui fastosità degli interni sarebbe difficilmente migliorabile: oro dappertutto, sfarzo come più non si può, opulenza d’alta scuola. A tante suggestive visioni vanno poi aggiunti tanti scherzi indimenticabili, situazioni curiose e imbarazzanti e la felicità di aver scoperto che anche gli insegnanti sono esseri umani.
Il viaggio di ritorno, a differenza di quello di andata che per forza di cose fu fatto in piena notte, fu tra i più turbolenti che si possano immaginare.
Facemmo un caos indescrivibile, divertendoci a combinarne di tutti i colori, senza freni.
Tornati a casa, dopo ben otto ore di baldoria, mi addormentai senza guardare in faccia a nessuno, per poi svegliarmi 16 ore dopo.

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