Emarginazione, disadattamento, solidarietà, volontariato


Lo sviluppo sociale ha sempre un suo prezzo: chi non riesce ad integrarsi, adeguandosi ai ritmi della competizione, chi non è più in grado di produrre e di consumare massicciamente, è condannato all’emarginazione. Inevitabilmente, ad essere allontanati, sono i più deboli: gli anziani, i portatori di handicap, quei giovani che si sentono rifiutati o incompresi e che, caso mai, si gettano nell’avventura della droga.
Facilitato dalla “nuclearizzazione” della famiglia e dal suo isolamento nel contesto urbano industrializzato, il disadattamento sociale è oggi più diffuso di quanto si pensi, causato dalla disumanizzazione dei rapporti sociali. Le società agricole del passato, caratterizzate da ritmi di vita più naturali e dall’esistenza della famiglia “allargata”, avevano al loro interno meccanismi funzionali e spontanei di solidarietà e d’integrazione. È la società industriale, invece, che, con la sua mobilità, il suo sottomettere tutto alle esigenze della produzione e del mercato, frantuma la solidarietà e disperde gli individui in un territorio urbano organizzato in modo non certo a misura d’uomo, tale da far sentire soli nella folla. Tuttavia, negli ultimi anni, si sono intensificate le associazioni e le opere di volontariato, allo scopo di aiutare le persone più bisognose e più sole, offrendo così risposte concrete alle forme antiche e nuove di emarginazione, alle vecchie a alle nuove povertà. Il volontariato è una forma d’impegno sociale, finalizzato al recupero e all’attuazione di quei valori di solidarietà sociale che industrialismo, produttivismo ed estremismo liberista sembrano voler accantonare. È un fenomeno, perciò, degno di attenzione ed un segno di maturità umana e di civiltà.
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