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figura di Don Abbondio nei Promessi Sposi di Manzoni

In questo appunto viene descritto uno dei personaggi dei Promessi Sposi, il curato Don Abbondio, un uomo codardo vile, schivo e codardo che spesso e volentieri nel romanzo del Manzoni viene meno alle proprie responsabilità e che si sottrae dinnanzi alle proprie difficoltà. Egli è il parroco del paese in cui vive Lucia ed è anche uno dei primi personaggi che si incontrano nel romanzo del Manzoni. Molto famosa è la sua frase: "Carneade. Chi era costui?".
E' un uomo che non ha prospettive per il futuro, non ha strategie. Il suo carattere debole viene messo in risalto sin dal primo capitolo dei Promessi Sposi, quando prova paura nel momento in cui incontra i Bravi di Don Rodrigo, degli uomini loschi. Oltre alla figura di Don Rodrigo viene descritta anche quella di Fra Cristoforo, dei Bravi e di Don Rodrigo.
Molto interessante è anche il confronto che viene fatto tra Don Abbondio e Fra Cristoforo, personaggi dai caratteri completamente diversi.

Indice

Don Abbondio - Versione alternativa 1
Figura di Don Abbondio - Versione alternativa 2
Analisi di Don Abbondio - Versione alternativa 3
Descrizione di Don Abbondio - Versione alternativa 4
Don Abbondio, spiegazione - Versione alternativa 5
Ritratto di Don Abbondio - Versione alternativa 6
Caratteristiche di Don Abbondio - Versione alternativa 7
Don Abbondio, Don Rodrigo, I Bravi e Fra Cristoforo
Confronto tra Don Abbondio e Fra Cristoforo
I Bravi
L'incontro tra Don Abbondio e i Bravi


Don Abbondio


Don Abbondio è senz'altro il personaggio più popolare dei Promessi Sposi, nonché il primo ad essere presentato. La figura di Don Abbondio è quella con cui Manzoni sfoggia tutta la sua capacità comica; la figura di Don Abbondio è infatti comicizzata da una serie di eccessi inaccettabili, nonostante siano causati da debolezze legate alla situazione del tempo e dunque causa di condizionamenti storici a cui è difficile sottrarsi. Questi eccessi sono evidenziati soprattutto dal confronto con personaggi inseriti nel suo stesso contesto sociale ma culturalmente inferiori, come vediamo nel dialogo tra Perpetua e Don Abbondio, in cui si rivela ancora il carattere schivo e pauroso del prete, che è esattamente l'opposto di quello della sua domestica. Perpetua era dotata di una dose di determinazione, dote che certo mancava al curato. per esempio Perpetua, che è capace di trovare soluzioni accettabili ai problemi che angosciano il curato. La comicità di Manzoni dunque fa leva sulla sproporzione tra le cause e gli effetti dei fenomeni e cioè tra una realtà difficile da affrontare ed il comportamento del curato, povero di prospettive e strategie. Attraverso la comicità, intesa come parodia delle debolezze umane, Manzoni esprime una critica: Don Abbondio è infatti un personaggio negativo dei Promessi sposi in quanto male incarna i valori cristiani. Il carattere di Don Abbondio si delinea fin dalle prime pagine dei Promessi Sposi, vale a dire fin dalla scena dell'incontro con i bravi: la paura che prova, le speranze di vedere qualcuno nei campi circostanti a cui chiedere aiuto, il desiderio di fuggire, il fatto di affrettarsi a raggiungere i bravi pur di abbreviare l'angoscia che provava nel vederli e nell'aver capito che i due stavano aspettando proprio lui, rivelano il suo carattere vile e insicuro.
Il timore di Don Abbondio si può capire poi anche dai dialoghi, dove il curato si limita a balbettare o a far ricadere la colpa su qualcun' altro; nel primo capitolo, per esempio, attribuisce la colpa a Renzo e a Lucia, ai quali era passato per la testa di sposarsi. Non dice mai una parola che riveli coraggio, nonostante essere un curato avrebbe dovuto garantirgli una certa protezione da parte della Chiesa. Manzoni spiega inoltre il motivo fondamentale che aveva spinto Don Abbondio a diventare prete: l'assoluta mancanza nel Seicento di leggi che proteggessero i deboli dai prepotenti e dai malvagi. Così Don Abbondio, che non era certo nato con un cuore da leone, si era presto accorto di essere nella società in cui viveva "come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di vasi di ferro". Il curato aveva pertanto deciso di diventare sacerdote, cosa che gli avrebbe permesso di trascorrere una vita quieta e comoda, lontano dai disagi e dai problemi. All’epoca, infatti, la scelta religiosa era spesso dettata dalla volontà di acquisire immunità se non privilegi, in un tempo in cui le difese dei soggetti che non fossero legati alle strutture di potere erano ben poche. Il personaggio di Don Abbondio è quasi l'incarnazione dell'inettitudine intesa come incapacità di far fronte alle situazioni della vita, di relazionarsi con gli altri nei casi difficili, in cui occorra mostrare un po' di decisione. Manzoni, descrivendo il carattere di Don Abbondio, ci dice che l'inettitudine di don Abbondio è solo in parte frutto della sua indole. E' vero che il religioso ha vissuto un'intera vita evitando impicci per non doversi trovare davanti a scelte rischiose.
Ma è stata questa quasi una sua scelta obbligata in un secolo in cui "la forza legale non proteggeva in alcun modo l'uomo tranquillo, inoffensivo e che non avesse altri mezzi di far paura altrui...". Egli cercava di non far torti a nessuno e quando doveva scegliere da che parte stare, stava sempre dalla parte del più potente. L'unica strategia conosciuta da Don Abbondio è la fuga; del resto, non sa ascoltare i pratici consigli di Perpetua e subisce anche psicologicamente tutti gli effetti della scomoda situazione in cui è coinvolto.
L'inettitudine di Don Abbondio, però, non è esclusivamente spontanea, dettata dalla sua indole, ma anche necessariamente utilizzata per proteggersi dai soprusi del tempo. Trovatosi a vivere in una società retta da prepotenti, Don Abbondio si è fatto prete senza riflettere sugli obblighi e sugli scopi della missione sacerdotale, badando soltanto a procurarsi una vita agiata e tranquilla. Si lascia governare dalla paura che, unita alla coscienza della propria debolezza e ad un eccessivo attaccamento alla vita, lo rende egoista ed irragionevole. Per la paura non vede più la luce della verità, non ode più la voce del cuore e della mente, non segue la via del dovere. Uomo meschino, soggiogato dal terrore e dal sospetto, vive schiavo delle minuzie della vita; privo di volontà, cede a tutti, dopo breve resistenza; incapace per natura a compiere il male, per viltà si fa complice e strumento dei violenti. Don Abbondio è privo di cultura, è attaccato al denaro, è diffidente di tutti. Eppure, da questo spirito così meschino, il Manzoni ha ricavato il suo personaggio più attraente.

Figura di Don Abbondio


Nel romanzo storico seicentesco “I Promessi Sposi”, narrato dallo scrittore Alessandro Manzoni, il primo personaggio su cui si imbatte la lettura è Don Abbondio.
All’inizio egli ci viene presentato come un uomo tranquillo, sereno. Tutte le sue mosse, infatti ispirano un senso di grande tranquillità: la lettura dell’uffizio, il chiudere il breviario mettendovi l’indice dentro per tenere il segno, lo scansare i ciottoli che sono di intralcio con il piede da una parte della strada, l’alzare gli occhi per vedere i monti vicini... .
Questo senso di tranquillità che compare in Don Abbondio viene sconvolto dall’incontro coi bravi. Infatti a questo punto i suoi gesti sono contratti e rigidi, non più riposati e distesi come prima (ad esempio gli occhi cercano una via di fuga all’avvistamento dei bravi).
L’ecclesiastico era un uomo dominato dalla paura, si schierava sempre dalla parte dei potenti e quando doveva prendere una decisione cercava di rimanere neutrale. In una società in cui bisognava farsi largo con la forza, Don Abbondio, accorgendosi i non avere né coraggio né denaro aveva ubbidito ai parenti che volevano che diventasse prete: lui però non conosceva gli obblighi e i fini della vita ecclesiastica, la sua scelta era condizionata solo dal fatto che sarebbe entrato così a far parte di una classe agiata e rispettata dalla collettività.
Egli si paragona a “un vaso di terracotta costretto a vivere in una compagnia di molti vasi di ferro”.
Secondo l’aspetto fisico, il curato non ci viene descritto dettagliatamente: ci viene soltanto detto che è un vecchio sessantenne.

Analisi di Don Abbondio


Don Abbondio è il personaggio più maltrattato dal Manzoni, e colui che più spesso appare oggetto della acuta ironia dello scrittore. In effetti, l'alta concezione cristiana, di cui lo scrittore è imbevuto, il senso della grandezza della missione che Dio affida ai suoi rappresentanti in terra, fa sì che egli non possa mostrarsi benevolo verso chi a questa missione vien meno per viltà e debolezza umana. Don Abbondio rappresenta, a parte la differenza intrinseca dei due personaggi, un caso analogo a quello della monaca di Monza: entrambi sono ecclesiastici che hanno assunto l'abito non per una vera, sentita vocazione, ma per motivi di ordine esteriore; se l'una ha a suo discarico una sia pur lieve giustificazione nella coazione morale e materiale esercitata contro la sua libera volontà, don Abbondio non ne ha alcuna; egli ha assai di buon grado assecondato il desiderio dei suoi perenti che lo volevano prete, pensando di non essere adatto, lui, "vaso di coccio" a viaggiare "in compagnia di vasi di ferro", e convinto che la carriera ecclesiastica sarebbe stata per lui un sicuro e comodo rifugio ai pericoli del mondo. Ma, come appare nel corso del romanzo, i suoi calcoli si rivelano inesatti.
La vigliaccheria è il fondo della sua personalità, ed è la causa di tutti i suoi difetti: la sua viltà verso i prepotenti, lo rende prepotente verso i deboli; la viltà gli fa capovolgere completamente l'ordine dei valori, come appare nel suo astioso sfogo contro quei "ragazzacci" di Renzo e Lucia, colpevoli solo di voler convolar a giuste nozze; la viltà si ritorce a suo danno, ottenebrandogli la mente e impedendogli di seguire i partiti più giusti e convenienti, come quello, suggeritogli da Perpetua, di mettere il suo superiore ecclesiastico al corrente dei soprusi impostigli; la viltà lo rende anche veramente crudele, come quando si rallegra per la peste che, come "una scopa", ha liberato il mondo dai ribaldi, ovvero lo ha liberato dall'incubo di don Rodrigo. Il Manzoni, riguardo a questo personaggio, fa uso di tutte le più diverse sfumature d'ironia: questa è ora benevole e compassionevole, ora più amara e sferzata; sempre comunque controllata e di buon gusto. Si può dire che la comicità che contrassegna il personaggio di don Abbondio è una comicità che nasce dal tragico, dalla constatazione cioè della assoluta incapacità di vivere del personaggio, della sua incompatibilità col mondo. Intuiamo quale incubo debba essere per il "pover uomo" la vita e il mondo, un mondo che, alla sua morte ottenebrata dal terrore, appare sotto l'aspetto di un covo di insidie a suo danno.
Alla fine del romanzo, tutti i personaggi appaiono lievemente cambiati rispetto all'inizio di essi, tutti hanno imparato qualcosa dalla vita, si sono temprati attraverso le esperienze e le sventure, sono diventati migliori. Solo per don Abbondio non sembrano esistere possibilità di miglioramento, come appare chiaro dai suoi ultimi atteggiamenti: dopo avere rischiato di rovinare l'atmosfera di generale serenità a causa dei suoi antichi timori derivati dal sempre incombente incubo di don Rodrigo, alla notizia della sicura morte di costui, diventa improvvisamente allegro, gentile, faceto, felice solo dello scampato pericolo, senza che un pensiero misericordioso lo sfiori nei riguardi del disgraziato uomo, così sciaguratamente vissuto e miseramente morto. I grandi peccatori, sembra voler dire Manzoni, possono convertirsi trasformando la loro grandezza nel male in equivalente grandezza nel bene, ma per i meschini e i vili non vi è possibilità di riscatto.

Descrizione di Don Abbondio


Il carattere di Don Abbondio, si intuisce chiaramente si dalla sua prima apparizione. Gli avverbi che lo accompagnano (oziosamente, tranquillamente) e il gesto emblematico dello scansare i ciottoli che gli si parano davanti, fanno subito pensare a quel tipo di uomo tranquillo, abitudinario, poco amante del nuovo che è Don Abbondio. Egli è il curato del paesino dove abitano Renzo e Lucia, ma la sua vocazione non è certamente scaturita dall’ardore della fede, ma dalla sua piena consapevolezza di essere un debole in una società di forti, un “...vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro...”, se vogliamo usare l’azzeccatissima similitudine del Manzoni. Le uniche ragioni per le quali Don Abbondio ha aderito al sacerdozio, sono l’opportunità di entrare a far parte di una classe, quella ecclesiastica, molto potente, che gli avrebbe potuto garantire un’adeguata protezione e quella di trovare un modo sicuro per condurre una vita abbastanza agiata. Tuttavia, come il Manzoni ci fa notare, “....una classe qualunque non protegge, non rassicura un individuo che fino a un certo segno...”, e Don Abbondio, per non essere schiacciato da una società violenta alla quale non era in grado di far fronte, ha dovuto anche elaborare un sistema di vita che gli avrebbe dovuto consentire di scansare quanto più è possibile i guai, e quindi un sistema di vita basato su di un atteggiamento di “...neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui...” ,o , quando questo non fosse stato possibile, su di una blanda alleanza con il più forte, in modo da garantirsi sempre la massima protezione e il minimo danno. Don Abbondio è fondamentalmente un uomo debole che cerca di evitare le ritorsioni dei forti con una obbedienza incondizionata a chi si dimostri tale. I continui atti di sottomissione richiesti dal suo sistema di vita, il suo continuo buttar giù bocconi amari in nome della tranquillità, lo rendono poi, di fronte ai deboli e agli oppressi, tanto forte e dispotico quanto arrendevole e docile davanti ai potenti. Che giudizio dare di Don Abbondio? Difficile dirlo. Una figura che il Manzoni, pur con le dovute attenuanti, ci presenta come inevitabilmente negativa.

Don Abbondio, spiegazione


Don Abbondio è un uomo tranquillo, dalla vita monotona. E' molto timoroso e vigliacco, infatti quando vede i bravi cerca di trovare un via di scampo, e poi inizia a chiedersi cosa possa aver fatto contro di essi o qualche potente. E' un curato, ma non è molto acculturato. Conosce un po' di latino, il minimo indispensabile che è richiesto ai preti per poter celebrare la messa.
  • - non è nato con un cuor di leone, ma comunque non vuole soccombere alle ingiustizie ricevute;
    - si sente come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, quindi molto fragile
    - ha più di 60 anni;
    - se la prende con i più deboli.

Ritratto di Don Abbondio


Don Abbondio è un curato di sessanta anni proveniente da una famiglia non nobile e non ricca. Vive in un paesino sul Lago di Como.
È un uomo molto pauroso, così tanto da essere diventato prete per sentirsi al sicuro da ogni eventuale ostacolo che la vita potrà presentargli. Di lui Manzoni dice: “Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare” La sua intenzione non è difendere gli umili e gli indifesi come richiederebbe la fede cristiana ma soltanto pensare alla propria tranquillità senza impicciarsi in fatti che, secondo lui, non lo riguardano. Manzoni lo descrive come “ un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Quando scoppiano dei contrasti, Don Abbondio si mette sempre dalla parte del più forte e guarda il più debole come per dirgli che se fosse lui il più forte lo appoggerebbe senza ombra di dubbio. Che sia servile ed obbediente nei confronti dei potenti, lo dimostra il fatto che deciderà di fare ciò che vuole Don Rodrigo, invece di sposare i poveri Renzo e Lucia.
È molto attaccato ai beni materiali infatti conta minuziosamente i soldi che gli vengono dati.
È un ozioso, ama la tranquillità e per lui è importante che ogni cosa sia al suo posto, che non ci siano nuovi avvenimenti o sorprese: per lui anche un piccolo sasso può rappresentare un turbamento.
È un abitudinario, infatti prende sempre la stessa strada per andare alla sua curia e, sempre nello stesso punto della via, si ferma , tiene il seno della pagina che sta leggendo sul suo breviario ed osserva lo spazio attorno a sé.
Non ha senso di responsabilità e neanche carità cristiana, infatti invece di occuparsi dei più deboli come avrebbe dovuto fare un uomo di Chiesa, sta sempre dalla parte dei potenti e dei prepotenti di cui ha molta paura.
È un egoista, infatti il suo desiderio è quello di rimanere in vita e si preoccupa della reazione di Renzo al momento in cui gli dirà che il matrimonio con Lucia non si celebrerà. Egli teme le domande e la rabbia del giovane e si chiede perché tanta ostinazione nel volersi sposare.

Caratteristiche di Don Abbondio


Nelle lezioni napoletane del 1872, Francesco De Sanctis proponeva una tripartizione in gruppi dei personaggi del romanzo: "un gruppo ideale del bene, un altro ideale del male, e un gruppo intermedio, che tiene dell’uno e dell’altro, e perciò più volentieri e più spesso si accosta al comico che al grave, al nobile. [.. .] Quello che ha più carattere geniale è il gruppo intermedio, e colui che in modo più pieno lo rappresenta, è don Abbondio". La fortuna di don Abbondio presso i critici e lettori è stata davvero grande: al curato che con la sua pavidità dà inizio alle vicissitudini dei due promessi- "natura buona e pacifica, sincera e passiva, subitanea nelle sue impressioni, originale ne’ suoi giudizi, con scarsa coscienza di se e con nessuna coscienza degli altri, egli è l’inconscia macchina da cui escono tanti avvenimenti" dedica, appunto, pagine fondamentali il De Sanctis. Il quale insiste, rispetto a personaggi di più alta statura religiosa e morale, come il cardinale Federigo, sulla sua identità di "individuo compiutamente libero, con una idealità sua propria, col suo carattere, con la sua fisionomia, co’ suoi fini e co’ suoi mezzi". Dal canto suo Luigi Pirandello nel saggio su L’umorismo (1908), muovendo dalla tesi secondo la quale l’umorismo è provocato dalla riflessione che, esercitandosi sull’ideale, induce nello scrittore il sentimento del contrario, vede in don Abbondio l’incarnazione del contro ideale il "sentimento del contrario oggettivato e vivente", e quindi una creazione non soltanto comica, ma genuinamente umoristica: "Dove sta il sentimento del poeta? Nel disprezzo o nel compatimento per don Abbondio? Il Manzoni ha un ideale astratto, nobilissimo della missione del sacerdote su la terra, e incarna questo ideale in Federico Borromeo. Ma ecco la riflessione, frutto della disposizione umoristica, suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto per una rarissima eccezione può incarnarsi e che le debolezze umane sono pur tante. Se il Manzoni avesse ascoltato solamente la voce di quell’ideale astratto, avrebbe rappresentato don Abbondio in modo che tutti avrebbero dovuto provar per lui odio e disprezzo, ma egli ascolta entro di se anche la voce delle debolezze umane. [...] Sì, ha compatimento il Manzoni per questo pover’uomo di don Abbondio; ma è un compatimento [...] che nello stesso tempo ne fa strazio, necessariamente. Infatti, solo a patto di riderne e di far ridere di lui, egli può compatirlo e farlo compatire, commiserarlo e farlo commiserare. Ma, ridendo di lui e compatendolo nello stesso tempo, il poeta viene a ridere amaramente di questa povera natura umana inferma di tante debolezze; e quanto più le considerazioni pietose si stringono a proteggere il povero curato, tanto più attorno a lui s’allarga il discredito del valore umano. Il poeta, insomma, ci induce ad aver compatimento del povero curato, facendoci riconoscere che è può umano, di tutti noi, quel che costui sente e prova, a passarci bene la mano sulla coscienza". Le pagine che seguono su don Abbondio sono tratte dal libro Manzoni. Storia e provvidenza di Ferruccio Ulivi (n. 1912). Storico della letteratura italiana, già docente dell’Università di Roma, e narratore, Ulivi ha proficuamente dedicato molta parte della sua attività di studioso al Manzoni, pubblicando altri saggi (Il Manzoni-lirico, 1950; Dal Manzoni ai decadenti 1963; Il romanticismo e A.M., 1965; Figure e protagonisti dei "Promessi sposi", 1967), nonché una biografia (Manzoni, 1984).

Per scoprire precedenti alla figura di don Abbondio, si potrebbe frugare nei più diversi repertori letterari, fra antichi e moderni, e dargli come lontani parenti ora la maschera comica del pauroso dell’antico teatro, che prende bette da tutti ed è ventura se salva la pelle; ora la figura del buonsenso sbalestrato nelle più diverse avventure, alla stregua degli scudieri medievali, dei servi e buffoni delle commedie ch’essi condiscono con salaci commenti, fino all’inimitabile Sancho; ora l’inevitabile presenza comica che alleggerisce l’atmosfera dei romanzi storici mentre ne arricchisce il campionario umano. Partendo da questi presupposti, del resto vagamente attendibili, che possono aver incoraggiato lo scrittore a mettere in scena il personaggio, l’arte del Manzoni si schiude in un ventaglio così vario che la figura del modesto parroco brianzolo ha finito per assumere un significato proverbiale: che è il punto della massima distorsione psicologica, ma anche la controprova della coerenza e originalità di un’intuizione artistica; e si aggiunga all’aspetto d’arte quello morale, in quanto invita a far convivere il personaggio lungo i casi della vita. A confronto tuttavia di altre, il raggio d’azione della figura manzoniana sembra tutt’altro che facilitante, poiché prospetta su una società piccola, rattrappita, e lo scenario rasenta i limiti del banale [...]. L’ambiente in cui siamo portati è un ambiente senza tempo abbandonato a se stesso, se non fosse il connettivo religioso all’ombra del campanile. Di questo tipo di società, che era forse il più consono alle tristi peripezie italiche, sempre destinate a sbandare fra l’idillico e il tragico, un idillio in fondo amareggiato, un tragismo che veniva poi a smorzarsi nella rassegnata pacatezza delle abitudini, naturale rappresentante era il parroco, ed è giusto che sin dapprima lo scrittore fermi il tono del discorso sul punto idillio-tragedia. Don Abbondio, che sta nel mezzo, è il commentatore disilluso dell’uno e l’altro versante, e quando il racconto tenderà a elevarsi di tono, sarà la sua presenza a riportare al giusto l’ago della bilancia [...]. Da ricordare che non a caso il romanzo, iniziato con la grande paura di don Abbondio, finisce col suo grande respiro di liberazione alla conferma della morte del persecutore. A quel punto non c’è davvero che chiudere, o vedere dove possa rinnovarsi in altro modo l’idillio; all’ambiente sul lago, a quella sua atmosfera piccolo-artigiana e contadina, i due nostri protagonisti non hanno più nulla da dire. E don Abbondio rimane dominante, figura inalienabile sulla prospettiva che sappiamo. È chiaro ch’egli non è in alcun modo un individuo di rilievo, e i suoi casi esemplificano il ritmo di vita di una comunità elementare, coinvolta nelle grandi ondate del secolo in modo completamente passivo. A questa società i secoli hanno appreso soprattutto una cosa, la rassegnata resistenza agli eventi [... ]. In linea di ascendenze manzoniane, don Abbondio è l’erede naturale, debitamente sdrammatizzato, di quei Romani del primo coro dell’Adelchi che sperano salvezza da fuori, e somigliano a un volgo ignoto, privo di nome. Anche il nome dell’uomo appartiene a questa classe; è il nome, comunissimo, del santo protettore della regione costiera. Prete si è fatto per la ragione più disarmante: per trovare da allogarsi in una classe "riverita e forte" [...].Don Abbondio non si occupa [...] affatto ad usufruire dei vantaggi della propria classe; ne trae soltanto gli aspetti difensivi, a preservazione del suo io privato. Non solo, ma organizza la sua mentalità a "sistema": un sistema attentamente elaborato, sfaccettato nei comportamenti più minuti, a suo modo un piccolo congegno, una piccola opera d’arte, il cui risultato è di garantire l’entità, la monade, il soggetto don Abbondio come un’ostrica nel suo guscio. Vengano carestie, guerre, pestilenze; don Abbondio le guarderà con un distaccato interesse, apparentemente simile al comportamento del cristiano nel mondo. Per tutto e tutti potrà avere benissimo una sua parola parificante, un generico balsamo di commiserazione: questo vogliono le norme del comportamento cristiano, specie ecclesiastico. Ma il fatto è che tutto dovrà, dovrebbe, lasciar indenne l’unico sostanziale interesse di quell’esistenza; non un interesse morale di qualsiasi specie, attivo oppure passivo, affermativo oppure negativo, diretto o no all’affermazione di certe convenienze, credulità, principi; ma un interesse tutelare del proprio nucleo, accuratamente differenziante quell’unicum dal mondo, l’individuo nella propria solitudine morale, sociale, economica. Qui è il centro del suo universo. Quando Manzoni infatti scrive ch’egli è "assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete", non ci dà soltanto come potrebbe sembrare un giudizio morale, ma il senso profondo, nonché la psicologia di una certa versatilità dell’uomo. La "quiete" è poi anche il diffuso stato d’animo che ingenera nell’uomo un alone di beatitudine, è il corrispettivo rallegrante della preoccupazione che si è imposta. Certo egli è sempre all’erta col suo stato d’animo, con sfumature da moralizzatore; come c’imbattiamo in un moralizzatore, staremmo per dire un moralizzatore appagato, un "arrivato" nel suo particolare modo d’essere, quando poco prima d’incontrare i bravi, come ci apprende l’inesorabile veridicità manzoniana, "diceva tranquillamente il suo uffizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo al sentiero. . . "Come avviene solo in pochi autori, in poche righe di un’apparenza sommessa Manzoni ci dà un piccolo saggio esemplare di metafora del costume. Si capisce che l’individuo è un attempato, il quale si è fatto una norma, si direbbe, igienica dei gesti e degli atteggiamenti che assume. Proprio come succede a chi è avvezzo a speculare dentro di sé, quasi meccanicamente si fa prender la mano, cioè il piede, dal "sistemati, buttando verso il muro i ciottoli che ingombrano la strada senza la minima ragione acché ci stiano. Chiaro anche qui ch’egli vezzeggia un suo sogno o illusione, quella di un mondo tranquillo dove a nessuno possa venire in mente d’arrecar disturbo altrui, [...] e che lo ha indotto a fare l’indignato moralizzatore nei crocchi degli amici più fidi -"a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio" come dirà avanti - e poi qui a spese della natura inanimata: cercando di mettere a ragione i ciottoli... Non basta; in quella famosa passeggiata, dopo aver fatto il lavoro coi piedi, "alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora". Nell’idillismo non mancano dunque le attrazioni di quelle che diremmo, sia pure ai fini di un don Abbondio, le bellezze del paesaggio; paesaggio che a una fantasia di poco volo come la sua richiama il pensiero di una costosa "pezza di porpora" (notazione oltre tutto verissima pensando alle tonalità del sole nel tardo autunno, che torneranno, non meno smaglianti né meno fredde, all’inizio del cap. IV, quando padre Cristoforo si dirige a casa delle due donne). Per capire ulteriormente la piccola digressione descrittiva a cui abbiamo assistito, si noti l’accentuarsi del "tema" della quiete. Don Abbondio riapre il suo breviario e arriva a una svolta della strada "dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi; e così fece anche quel giorno". E proprio qui scatta la trappola: scatta, cioè, la sorpresa. Siamo arrivati con la più ovvia disinvoltura al primo, sarcastico, fatale urto, che il sistema pacioso di don Abbondio è votato a subire all’incontro col mondo: quel mondo, ciottoli, bravi, vessatori, e magari bravi parrocchiani e presuli santi che siano, che non vuoi saperne di ridursi a ragione: alla modesta ma essenzialissima ragione di lui [...].La comicità di don Abbondio dipende proprio da questo continuo dislivello tra se e la vita, tra le ragioni ch’egli difende con tanto zelo e si può dire con tanto ingegno, frutto d’esperienza vissuta, e quell’incomprensibile, immitigabile, irriducibile realtà, che con la sua esigua vena missionaria egli tenta invano di scongiurare. Comica è la lotta delicata, affabile, circuente ch’egli tenta: coi bravi, che non vogliono intendere ragioni, e alla fine sigillano il tutto con una "buona bestemmia" e gli tappano la bocca col terribile nome, che, una volta glielo estorca Renzo, don Abbondio sa quanto è grave il suo sacrificio, ingiusta la pretesa dell’antagonista; col cardinale, che lo spedirà al castello del neoconvertito un istante dopo quella strana, quanto meno opinabile, trasformazione; con lo stesso cardinale a tu per tu, che, santo e intelligente com’è, spreca forze e intelletto a frugare in se e in altri, e, una volta che gli mette avanti nientemeno i santi martiri della Chiesa, lui gli spiattella senza mezze dosi la sua sacrosanta legittima "paura". [...]. Se il superiore gliel’ha cantate, l’inferiore non si è mangiato la lingua: ha dovuto mordersela. Una volta messo allo sbaraglio e stanato, don Abbondio è capace davvero di tutto: persino di commuoversi, di arrendersi altrui, di piangere. Ma vivaddio, lo si lasci rientrare nel proprio guscio, e si vedrà se abbia inalienabili diritti, se abbia diritto di difendersi, di proteggersi. Tanto che la Provvidenza alla fine si prende cura di lui, e gli dà come estrema consolazione dei suoi giorni, in questo episodio dei due promessi sposi, la morte per merito della peste di don Rodrigo, col trionfo del suo sentimento di giustizia e della sua condiscendente bontà, conseguendo l’avvenimento delle nozze lui celebrante, nonché la pioggia di benefizi a profitto delle sue pecorelle per mano del degnissimo marchese erede. È una esistenza esemplare la sua (così crede in buonissima fede), contegnosa pur negli indispensabili accorgimenti della cautela, del dolus bonus; o avrebbe dovuto buttarsi allo sbaraglio, giocando non si sa per qual causa lo stesso bene più prezioso, la vita? Un’esistenza che gli è stato difficile forgiare, a cominciare dal sacrificio dell’andata in seminario, dove i superiori avevano forse insistito più del giusto sugli obblighi dell’ufficio di pastore; per arrivare, riferimento piccolo eppur rispettabile, a quel gruzzolo di assidui risparmi, che altri (Tonio) mostrava di apprezzare così poco con le continue dilazioni a restituire. Un’esistenza nella cui ratio è difficile sperare che altri entri, e in fondo a don Abbondio non è interessato troppo che entrasse: gli bastava che la rispettassero. Ma anche gli avversari alla fine avrebbero dovuto apprezzarlo; si sa ad esempio che l’apprezza Agnese, quando dice al cardinale: "non lo gridi... e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso"[cap. XXIV]. Un "uomo fatto così": cioè disposto a tutto pur di non farsi letteralmente depredare del bene supremo; qui anche il signor cardinale trovava, com’è giusto, una legittima ripulsa. Semmai, in quel suo modo di organizzare la vita, restava oscuro il motivo per cui, a un certo momento, le cose gli giravano in senso opposto sotto gli occhi, e sembrava davvero che qualcuno si prendesse gioco di lui. Dove dunque veniva a spuntarsi il suo "sistema"?La dottrina manzoniana della vita, sarà ormai apparso chiaro anche a chi volesse credere agli spiriti riposatamente confortevoli del romanzo, s’ispira anzitutto, fondamentalmente, a un sentire attivo, eticamente dinamico, che non consente rilassamenti, a pena d’incorrere altrimenti nella presa di parte diametralmente opposta: la correità col male [.. ]È certo in ogni modo che, agli occhi del Manzoni, don Abbondio ha agito vilmente, e per di più sconsideratamente; è quel che gli rimprovera lo stesso cardinale, che anche i normali accorgimenti, ovvero i "ripari umani", bene usati, non mancano di efficacia, e così sovvengono allo stizzito don Abbondio i "pareri di Perpetua", le "ragioni di Perpetua". Per neutralizzare l’accusa che a questo punto (o altrove) sorgerebbe, e finirebbe per travolgere la figura sotto un peso insopportabile, lo scrittore non ha che un mezzo: puntualizzare il carattere nel senso del rilievo patologico, percorrendo più o meno la via dei ritratti del teatro classico, dal servo astuto all’avaro plautino o molieresco, grazie a un attributivo, la paura, che s’insinua con insanabile autenticità fra l’arduo richiamo evangelico e il senno del banale egotismo. E mai forse come qui Manzoni ha toccato una prospettiva classica, ha cioè radicalizzato la figura lungo la scia di una logica per nulla realistica; sì che non abbiamo affatto un’individuazione di tipo romantico (un unicum, un’impareggiabile individualità e intimità), ma un ritratto di ragione universale, un topos, una maschera in quel che umanamente genuino possiede, come ne possiedono Arpagone, don Giovanni, Colombina. Una maschera che si cela fra le pieghe della bonarietà stizzita, del legittimo senso comune, in un gioco di luci e ombre, di simpatia contingente, a rapide, folgoranti penetrazioni che formano l’ineguagliabile impasto del personaggio. Don Abbondio spunta da un clima tra idillico e burlesco, ma subito è chiamato a un rendiconto che lo disorienta, lo sconcerta, e col povero uomo scombussolato non possiamo a meno di sentire una certa solidarietà: di specchiare in lui certi vizi o deficienze. Siamo sospesi fra il riso e la compassione, fra il sorriso, e inevitabili riserve. Quando si aggira fra una situazione e l’altra coi suoi sommessi brontolii, don Abbondio fa più o meno la figura di un personaggio da commedia, in lui s’indovina però uno spessore diverso, il contrapposto morale o religioso è troppo forte per lasciarlo passare indenne. L’area d’azione di don Abbondio si stende sul terreno del comico, del risibile; lì è veramente impareggiabile, e lo scrittore approfitta del caso senza scrupoli (si vedano, caso esemplare, le battute del soliloquio durante il viaggio al castello [cap. XXIII]). Lo scontro avviene di rimpetto al cardinale. E qui, con le sue scappatoie insostenibili, don Abbondio diventa qualcosa più che buffo: diventa un comprimario. Se ha delle carte da spendere, deve buttarle sul tavolo. Ebbene, quelle carte si riducono a una, ma di uno sconcertante rilievo: la paura come "a solo", la paura come folgorazione totale dello spirito. È una prospettiva, un va fondo" nell’animo umano che si impone anche a Federigo, che si fa subito pensoso: che si atteggia di colpo "a una gravità compunta e pensierosa" [cap. XXVI], riconoscendo lo spazio che bisogna attribuire al suo interlocutore. Ed è in questo stesso momento, in questo confronto, che anche la malattia radicale di don Abbondio, l’abile plasmatrice e deformatrice di tutta la sua natura etica, la paura, sale a valore testimoniale, e ci si chiede se possa essere se non indulta per lo meno pietosamente ricompresa nel finalismo evangelico. È un punto in cui, per vincere la pasta umana, come Federigo dichiara, non ci sarebbe che un mezzo: trascendersi per forza d’amore, e sanare le proprie piaghe con la virtù sanatrice della preghiera. Contro la natura umana, che è il termine più difficile a sconfiggere, il Vangelo non ha dunque che questi umili dettami: l’umile coscienza di se, la carità, la preghiera. Ed è la sanatoria a cui alla fine anche don Abbondio si appiglia: e si veda la sua pur effimera commozione. Dopo averci illuminato sulla amara regola della vita, che dà regolarmente scacco a chi non sa affrontarla in modo intrepido vuoi ai lini del bene che a quelli del male, e ha ridotto così un don Abbondio a un vinto perpetuo con l’irridente puntualità che sappiamo, dopo aver ribadito cioè l’esigenza eroica non solo della legge morale ma della legge esistenziale, e averci mostrato le travagliose peripezie di chi si illude di sottrarsi riducendosi a una specie di nucleo tutto compatto, un "sistema chiuso" all’interno come un’ostrica, ma un nucleo che chiunque può prendere a calci sballottandolo, Manzoni ci mostra il contravveleno a questa radicalizzazione nel senso umano dell’individuo, appunto la medicina dell’amore e della preghiera. Non a tutti è chiesto lo stesso grado di coscienza; don Abbondio non sarebbe certo in grado di razionalizzare con superiore saggezza la sua paura, e non è davvero in grado, lui così mediocre, di assaporare il veleno del male come ha fatto l’innominato. Con una natura come la sua, fondata su reazioni secondarie anche se complicate, le controreazioni non potranno essere che parimenti esistenziali: accanto al senso del male fatto agli altri il dispiacere di averlo fatto, accanto a una prima nozione di colpa uno spunto di amore per il prossimo. Tutto questo lo scrittore dice con la solita veggente acutezza, senza alcunché in più o meno: "sentiva un certo dispiacere di sé, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione". Segue poi, più che paragone, la stupenda metafora dello stoppino umido e ammaccato d’una candela che alla fine brucia. È chiaro che quel presupposto di maschera che lo scrittore ha fatto balenare rientra in una dimensione flessibilmente, sensibilmente umana, e don Abbondio, lunge da riuscire un prototipo, appare alla fine un monotipo, un inconfondibile esempio della capacità manzoniana di articolare ogni immagine nella piena latitudine morale.

Don Abbondio, Don Rodrigo, I Bravi e Fra Cristoforo


Prendiamo in esame alcuni personaggi del romanzo romantico “I Promessi Sposi”.
Da una parte abbiamo Don Abbondio, curato del paese di Renzo e Lucia , uomo timoroso e pauroso, che a scelto la strada ecclesiastica per non mettersi contro ai potenti;dall'altra Don Rodrigo , l'ostacolatore del matrimonio di Renzo e Lucia, presentato come uomo potente e autoritario che però, come si vede dopo poco, plagiato e intimorito anche da persone inferiori al suo livello sociale. Apparentemente sembrerebbero due persone diverse ma si scoprono invece simili.
Infatti tutte e due si lasciano intimorire, il primo dai bravi mandati da Don Rodrigo, il secondo dal padre cappuccino Fra Cristoforo.Viene fuori così una bella analogia : Don Abbondio viene intimorito ed ha paura dei bravi così come Don rodrigo dal padre. Se notiamo con attenzione questa analogia , almeno nell'apparenza,stride, poiché dovrebbe investire da timorosi i bravi e Don Rodrigo, cioè i potenti e malvagi.In Fondo però Don Rodrigo non ha un cuore da bravo, non è malvagio , infatti,guarda antenati quando è in preda alla paura e non si rispecchia in nessuno di loro,mentre il Padre cappuccino usa tutte le sue armi per infondere paura, ma non solo della sua persona , anche delle arti che professa.
Con questi quattro termini possiamo anche decretare Don Abbondio è come Don Rodrigo così come Fra Cristoforo è come i bravi.E questa è la comparazione che si fa di più alle tesi portate prima. Perché? Perché qui vengono comparati i personaggi che coprono la stessa funzione narrativa e non solo descrittiva.
Infatti abbiamo da una parte gli intimoriti e dall'altra i timorosi.
Se non ultima e più interessante la seguente: Don Abbondio sta a Padre Cristoforo come Don Rodrigo sta i bravi. Qui si trovano all'interno dei singoli termini di paragone i personaggi che appartengono alla stessa classe sociale e che hanno una stessa funzione narrativa all'apparenza.In più vi è una analogia fra i personaggi all'interno dei termini poiché Don Abbondio , in quanto curato, dovrebbe ricoprire una carica più importante di quella del frate, anche se poi si viene a sapere dal romanzo che Padre Cristoforo gode di ottima fama e rispetto più di del curato. Così Don Rodrigo, in quanto signore, dovrebbe essere più forte rispetto ai suoi uomini che però hanno un coraggio maggiore del signore.
Con quest'ultima si ribadisce che non è l'apparenza o il ruolo sociale a determinare il carattere di un uomo.

Confronto tra Don Abbondio e Fra Cristoforo


La prima differenza che si evidenzia tra i due personaggi è il proporsi in prima persona di Fra Cristoforo e il nascondersi dietro le sue paure di Don Abbondio.
Il Manzoni lo identifica con poche, ma ben riuscite frasi :


“… Don Abbondio non era nato con un cuor di Leone … “
“… un vaso di terracotta, costretto a viaggiare con molti vasi di ferro … “



Si evidenzia così la sua fragilità e la sua paura di essere schiacciato dalla forza altrui. Egli viene da una famiglia povera che lo spinge verso il sacerdozio, anche per garantirsi un discreto benessere e una vita tranquilla.
Mentre Fra Cristoforo si pone a difesa di ogni persona, sia buona che cattiva, Don Abbondio presenta una sorta di doppia faccia: con i potenti, ossequioso, sottomesso e schivo, con i deboli, autoritario.
Il suo interesse è condurre una vita tranquilla ed è disposto a qualunque cosa per raggiungere il suo scopo, mentre Fra Cristoforo, figlio di un mercante, istruito e facente parte di un Ordine, i Cappuccini, che godeva di rispetto e autorità, non usa questa sua condizione sociale per farsi strada, anzi, con il suo carattere forte cerca di far rispettare la giustizia esponendosi direttamente, non ha paura di dire quello che pensa, mentre Don Abbondio giustifica la sua debolezza, che comunque riconosce, come prudenza e come amore per la vita, si dichiara disposto all’ubbidienza quando capisce di non essere in grado di far valere le sue ragioni.
Anche fisicamente si notano differenze che quasi si rispecchiano nelle loro caratteristiche :


“ … con i suoi occhi infossati sempre rivolti verso terra, ma che spesso sfolgoravano come due cavalli condotta da un cocchiere al quale sapevano di dover ubbidire, ma che facevano ogni tanto degli gambetti per i quali venivano sgridati con una tirata di morso … “


Tipico delle persone che, anche se legate a determinati comportamenti, non rinuncino a pensare con la propria testa.
Don Abbondio invece viene descritto come un lento e goffo Prete di campagna, poco propenso ad una pronta reazione.

I Bravi


I Bravi sono professionisti del delitto al servizio di un signore (Don Rodrigo). Questi sono vestiti bene e dal loro aspetto lasciano intendere chi sieno. intorno al capo hanno un reticella verde che cade sulla spalla sinistra, dalla quale esce un ciuffo enorme. hanno folti baffi dalla punta arricciata e indossano una cintura di cuoio con attaccate 2 pistole. Portano una collana con attaccato un corno riempito di polvere da sparo. Indossano pantaloni largi, dai quali esce il manico di un coltellaccio.

L'incontro tra Don Abbondio e i Bravi


L'inizio dei Promessi Sposi ci trasporta in luoghi che il Manzoni descrive minuziosamente, essendogli essi ben noti. Infatti, nella villa del Caleotto, presso Pescarenico, aveva trascorso parte della fanciullezza e della gioventù. Il paese gli era quindi caro e familiare e non doveva riuscirgli punto difficile renderne con tono minuzioso e particolareggiato tutti gli aspetti più vari. E' proprio questa sua minuziosità, non disgiunta da un'intima commozione, che riesce a profilare davanti fra monti e lago, nel quale, alcuni particolari su cui il Manzoni si sofferma, come in una pausa, servono, senza che neppure ce ne accorgiamo, a collocarsi nell'ambiente che sarà quello di tutto il romanzo: l'ambiente di sopraffazione e di violenza, favorito dalla dominazione straniera. Così, fra curve sinuose e avvallamenti freschi di acque, fra campi ridenti e casette serene, fra azzurro dei cieli e verde-azzurro di lago, si staglia il castello dall'aspetto severo e sinistro, quello di signorotto del luogo, di don Rodrigo.
Ed ecco, ora, animarsi la scena e cominciare l'azione, diretta da quel meraviglioso regista che è il Manzoni. Sul sereno paesaggio scende oramai la sera, e un uomo passeggia tranquillo per un viottolo tornandosene a casa. E' don Abbondio, curato di un paese, del quale il Manzoni ci tace il nome, per lasciare a noi lettori una più ampia libertà di immaginazione. E' il curato di una parrocchia di campagna che ripete, anche questa sera, quei gesti che gli sono consueti da anni: il breviario in mano, la recita dell'Uffizio, interrotta di quando in quando per guardarsi attorno, mentre il piede lancia lontano i ciottoli "che fanno inciampo". Ed ecco il completamento del quadro. A questa mite e pacifica figura fanno contrasto il ceffo prepotente e la spavalda ferocia dei due bravi, al servizio di don Rodrigo, che appaiono improvvisi a una svolta, seduti su un muretto che fiancheggia la strada: a quel breviario aperto fra le mani, le pistole che i manigoldi portano al fianco. A questo punto, il Manzoni ci regala un intermezzo storico per chiarire l'azione e ci dirà, al lume dei documenti, chi fossero questi bravi, e in che consistessero le "gride" che tentavano di disciplinarne l'azione. L'atteggiamento dei due figuri non è certo confortante. Anche se don Abbondio ha la coscienza tranquilla, sa che da simile gente non c'è mai da aspettarsi nulla di buono e che gran bella cosa sarebbe non trovarsela mai fra i piedi. Questo suo turbamento si traduce in mosse esterne che il Manzoni coglie con il suo grande acume: quelle dita che girano nel collare vogliono quasi allargare il fiato. Pure, anche se è tutto un tremito, egli cerca di comporre una faccia ilare e tranquilla e di abbozzare un sorriso. Ed ecco scoppiare la bomba: questa, poi, del tutto inaspettata. In quell'accenno del bravo al matrimonio fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella che dovrebbe avvenir l'indomani, e che non deve assolutamente farsi, c'è già tutto il sunto del romanzo. E in quel "cioè" che don Abbondio risponde, è compendiato il suo carattere: egli ha ceduto subito, ha già tradito il suo dovere e la sua missione di sacerdote. Più nulla contano le deboli sforzate obiezioni che farà in seguito. Don Abbondio è tutto qui.

Autori che hanno contribuito al presente documento: GIALNLU001, mrndnl97, ...Chia..., Stress, valentinainaina, orrfeos, Anaxs, italianjob.
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