DISOCCUPAZIONE E LAVORO MINORILE
L’attuale situazione economica italiana è caratterizzata dal progressivo e instabile degrado di tutti i fondamentali apparati industriali e dei servizi che hanno sostenuto finora il tessuto socio-economico nazionale.
A tale riguardo si diffondono le più varie analisi, sia da parte degli economisti che degli ambienti politici. La tesi più accreditata è che la crisi presente sia di natura strutturale e non congiunturale, vale a dire dipenda da una mancata politica di sviluppo di ampio respiro che ha origine fin dai primi decenni del II dopoguerra e che si è adesso particolarmente aggravata in un epoca cruciale per i futuri assetti politico-economici del vecchio continente.
In un simile contesto, caratterizzato da una palese crisi epocale e da un conseguente forte incremento della disoccupazione, s’innesta ancora una volta l’annosa questione del lavoro minorile, da sempre utilizzato come robusto supporto a buon mercato per li principali attività produttive, soprattutto per quelle che rappresentano la cosiddetta economia sommersa, quel mondo produttivo, che sfugge ai censimenti ed ai controlli ufficiali e che pure rappresenta la fonte di sopravvivenza per decine di migliaia di famiglie.
Per spiegare questo fenomeno occorre considerare che il livello di disoccupazione nel nostro paese è fra i più alti in Europa, non solo a causa della permanente crisi strutturale dell’intero sistema operativo, ma anche perché spesso sono le stesse richieste di lavoro delle imprese a restare disattese in assenza di mano d’opera specializzata.
Una simile situazione incrementa il fenomeno cosiddetto del “lavoro nero”, cioè attività lavorative di mediocre livello svolte clandestinamente, retribuite con bassi salari e non garantite col versamento dei dovuti contributi previdenziali ed assistenziali.
In questo universo di soprusi e di sopraffazioni, i primi a cadere nella rete del lavoro nero sono i minori, con la complicità delle famiglia, per le quali anche il misero guadagno dei loro figli rappresenta una “boccata d’ossigeno” per sostenere la disastrosa economia familiare.
Considerato che la morsa della disoccupazione attanaglia soprattutto il Mezzogiorno d’Italia, vittima di miopi scelte di sviluppo, è proprio nelle regioni del Sud che si registra il più elevato numero di ragazzi sottratti alla scuola dell’obbligo fin dalla più tenera età ed avviati a mortificanti e spesso inumane forme di sfruttamento nei luoghi di lavoro,malsani e pericolosi.
La scuola combatte una dura battaglia contro queste deleterie forme di evasione scolastica e, molto di frequente è costretta ad operare da sola avvalendosi di strumenti visibilmente inadeguati rispetto alla complessità dei problemi.
In questi ultimi anni il Parlamento italiano ha varato numerose leggi in aiuto alla disoccupazione. A di speciale valore storico- sociale è la legge n. 863 del 1984 che avvia i giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni, verso i contratti di formazione e lavoro, cioè contratti di lavoro a tempo determinato, per un periodo massimo di due anni. Al termine del contratto il giovane, che può essere assunto dalla stessa ditta presso la quale si è formato,riceve un attestato che certifica il tirocinio professionale svolto e che è immediatamente spendibile nel mercato del lavoro. Sfortunatamente i contratti di formazione e lavoro hanno raggiunto solo in parte gli obbiettivi prefissati e non sono stati pochi i casi di abusi. Il problema del lavoro minorile è estremamente complesso e non può essere avviato a soluzione senza l’azione energica e coordinata di tutte quelle forze istituzionali e sociali.
Il fenomeno è stato ampiamente analizzato in vari livelli; è or si abbandonare l’ormai sterile retorica dei convegni e delle tavole rotonde sul tema ed accantonare gli interventi episodici ed estemporanei per progettare tutti insieme nuovi scenari di vita civile e far entrare il nostro paese in Europa attraverso l’ingresso principale e non per la porta di servizio.

Registrati via email