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Confronto tra "Il biasimo delle donne" di Semonide di Amorgo e "A mia moglie" di Umberto Saba

Della produzione letteraria di Semonide di Amorgo, poeta greco del VII sec a.C., sono rimasti pochi e spesso non collegati frammenti. Uno di questi è il più significativo per contenuto e per lunghezza – è infatti un giambo di 118 versi – ed è noto come il Biasimo delle donne. Esso presenta il classico stile giambico, aggressivo e satirico, e presenta uno dei topoi stilistici del genere poetico, ovvero il paragone ad animali o a oggetti (in senso dispregiativo).
Ed è così che la donna viene paragonata prima ad una scrofa, criticandone la sporcizia; poi ad una volpe, per il suo opportunismo; quindi ad una cagna, per le sue urla; poi alla terra, per le sue basse aspirazioni, e al mare, per la sua instabilità caratteriale; tramite la figura dell’asina viene definita di facili costumi e la sua ingordigia viene associata ad una gatta; viene paragonata ad una cavalla per il suo interesse verso le cose futili, e ad una scimmia per le sue malignità. Alla fine di questo elenco di critiche nei confronti della donna, viene descritta la donna – ape: essa <<si distingue fra tutte le donne>>, perché nobile e priva di difetti, la perfezione. Si verifica quindi una rottura, dopo una lunga fase di stabilità dettata dalle offese, con una conclusione di carattere positivo.

Un carattere omogeneo presenta invece l’opera di Umberto Saba, “A mia moglie”. La poesia, scritta nel 1910, esprime in modo piuttosto insolito l’amore del poeta nei confronti della moglie Lina, paragonandola a diversi animali, alcuni dei quali citati già nel Biasimo delle donne. Tuttavia, se Semonide utilizza questi paragoni per dare una connotazione negativa al contesto, Saba stravolge l’uso di questo tipo di similitudine usandola non per criticare o ironizzare sulla moglie, ma per elogiarne la virtù. La moglie, che si dice inizialmente non abbia apprezzato molto il componimento dedicatole, è paragonata ad una pollastra, per la sua dolcezza nell’andatura; poi ad una gallinella, per la sua voce soave; quindi ad una giovenca, per la sua leggiadria; la sua “ferocia” d’animo è collegata a quella di una cagna, e l’immagine di una coniglia ricorda la sua fragilità. La rondine è connessa alla donna per le sue “movenze leggere”, ed infine la formica condivide con lei la qualità di essere provvida, ossia di saper provvedere a tutto.
A questo punto ci si potrebbe chiedere come faccia il paragone con gli stessi animali ad essere per un poeta fonte di biasimo e per l’altro motivo d’encomio. Semonide guarda il fatto che l’animale sia puramente soggetto all’istinto, e non alla ragione, e di conseguenza sia una creatura bestiale; Saba parte dallo stesso presupposto, traslandolo tuttavia in semplicità: gli animali, in quanto creature molto semplici, sono quelle più vicine a Dio. Si assiste quindi quasi a una divinizzazione della donna, riprendendo alcuni tratti dell’amore stilnovistico. Le due opere differiscono comunque anche nell’impostazione linguistica: il ritmo incalzante e dinamico del giambo di Semonide è totalmente diverso da quello pacato dei versi liberi di Saba.
L’elemento più importante in assoluto che accomuna le due poesie, invece, è, oltre all’utilizzo degli stessi termini di paragone, il carattere discriminatorio ed esclusivo. Infatti Semonide, dopo aver delineato le proprietà della gran parte delle donne, ne distingue una piccola fetta, un’èlite, cioè quelle donne che sono paragonate all’ape. Allo stesso modo, Saba non individua delle caratteristiche comuni a tutte le donne, ma riserva tutte le qualità elencate nella poesia esclusivamente alla moglie – in teoria, quindi, riguardo al resto del mondo femminile avrebbe potuto pensarla anche come Semonide.

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