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Traccia:
Una delle cose di cui più si parla in campo scientifico negli ultimi anni è la bioetica, cioè la riflessione sui limiti morali dell’agire scientifico. Come mai non tutti sono d’accordo sulla natura e l’entità di questi limiti?
Svolgimento:

La ricerca scientifica deve porsi dei limiti oppure ogni tipo di sperimentazione è lecita, purché raggiunga il risultato per il quale è stata intrapresa? Rispondendo a questa domanda, avverto subito un rischio: quello che, su questo tema, emergano posizioni preconcette, pertanto mi sforzerò di essere il più obiettivo possibile, partendo però sempre dal presupposto che non è possibile essere perfettamente neutrali su questo, come su altri argomenti. Anzitutto, sono molto contento che la ricerca possa giungere a risultati importanti riguardo a tumori o altre malattie inguaribili, che possa aiutare a risolvere il problema della fame, che possa aiutare a sfamare tutte le popolazioni mondiali, e a donare la gioia di avere un figlio anche a chi non può provarla altrimenti.

Tuttavia gli scienziati stessi che si trovano a sperimentare e a modificare i meccanismi della vita, hanno pensato di riflettere sui loro lavoro, sul comportamento da adottare in certi casi, e così è nata la bioetica. La filosofia illuminista ci ha insegnato che esistono non solo diritti civili, ma anche diritti naturali dell’uomo, pertanto, giustamente, gli scienziati si chiedono se, in una o nell’altra situazione, stanno violando i diritti di qualcuno. Un conto, infatti è che l’uomo operi su una materia inerte, un altro conto è che operi su un altro uomo.

Ritengo corretto quindi che l’uomo adoperi le nuove capacità tecnico-scientifiche, salvaguardando però i diritti che ciascun uomo ha sin da quando è nato.

Infatti, se non credo giusto frenare il progresso umano con principi e credenze tese solo a fermarlo, d’altra parte non ritengo legittimo subordinare al profitto personale (o di alcuni…) ogni tipo di ricerca. Non possiamo dire ad un medico “ho bisogno di un organo da trapiantare”, comportandoci con lui come ci si comporta con un commerciante qualsiasi. Infatti ci si dovrebbe chiedere: “Da chi è stato trapiantato quell’organo? Per caso, per curare il paziente a cui trapiantare un organo, si sono lesi i diritti del paziente da cui l’organo è stato espiantato?”.

L’autonomia della scienza, insomma, non può essere liberazione dall’etica, altrimenti passeremmo dall’umanesimo all’utilitarismo, subordinando tutto all’appagamento di bisogni personali, scavalcando i diritti degli altri, o creando i presupposti per un’involuzione, invece che un miglioramento.

Facciamo un altro esempio: poniamo che un ricercatore individui il gene responsabile delle perdite di raccolto di un prodotto e ne riesca a prevenire l’effetto con un intervento genetico sul prodotto stesso, ma si dimostra che questa tecnica è dannosa per gli esseri umani. In quel caso, secondo me, il ricercatore dovrebbe essere indotto a proseguire con altre metodologie e, se proprio non se ne trovano, a cessare immediatamente le sue ricerche. Questo non significherebbe privare quel ricercatore della sua libertà scientifica, ma operare nell’interesse dell’intera umanità, in modo che la scienza aiuti la specie umana a progredire e non ad autodistruggersi.

Tuttavia questo non vuol dire che la ricerca debba essere inibita. La bioetica non è un ostacolo alla scienza, ma un aiuto, affinché la scienza operi nel rispetto della morale. Occorre esaminare ogni situazione in modo approfondito. Prima di esprimere una propria opinione occorre documentarsi con scrupolo e solo dopo prendere una decisione, che sia poi condivisa dalla maggioranza, e non imposta dall’alto.

L’importante è che non prevalga il criterio che sono stati spesi dei soldi, allora bisogna andare fino in fondo sempre e comunque, altrimenti prevarrebbe l’interesse imprenditoriale-economico su quello della persona.

La prospettiva da cui osservare il singolo problema, in ogni modo, è che non tutto quello che può dare un vantaggio immediato costituisca per forza la procedura corretta, perché, magari, a lungo andare, potrebbe causare risultati sfavorevoli di cui spesso ci si accorge quando ormai è troppo tardi.

La soluzione è quindi quella di usare la ragione, e, al di là dei suggerimenti interessati dei laboratori di ricerca o dei talk-show serali, che la nostra sia una responsabilità diretta o che siamo chiamati solo ad esprimere un’opinione o un voto, di prendere una posizione autonoma e ben ponderata.

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