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Saggio breve - Libertà e sicurezza

Saggio breve di ambito storico-politico Libertà e sicurezza. La pena e la sua giustificazione nella cultura moderna.

E io lo dico a Skuola.net
Saggio breve
Ambito storico-politico
Argomento: Libertà e sicurezza. La pena e la sua giustificazione nella cultura moderna


Pena, perdita di libertà o di dignità?

Destinazione Editoriale: “Il Caso”, mensile di informazione, cultura e arte per un pubblico di media preparazione.


L’Italia, dove si muore di carcere
Quando sentiamo parlare delle atroci condizioni delle carceri italiane, fatiscenti, sovraffollate, ferocemente disumane, speriamo che la questione non ci riguardi da vicino. Quello delle carceri è uno dei temi tabù della politica italiana. Escludendo le tenaci battaglie dei radicali, la questione non viene quasi mai affrontata con la dovuta serietà. Qualche trafiletto sui quotidiani all'ennesimo suicidio di un detenuto, un dibattito più sterile che costruttivo sull'indulto e l'amnistia. Poi il nulla. Eppure le carceri italiane scoppiano. Un Paese come il nostro può definirsi davvero democratico con un'emergenza tanto vistosa quanto dissimulata? Investire in favore di chi ha nociuto rischia l'impopolarità, e la politica lo sa bene. Ma una legislatura moderna che ripensi il sistema, trovando per certi delitti soluzioni alternative al carcere capaci di recuperare le persone, sarebbe anche a vantaggio della sicurezza dei cittadini.
Il giurista e filosofo illuminista, Cesare Beccaria, ne “Dei delitti e delle pene”, già nel 1764 afferma: “Ecco dunque sopra di che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra e inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi.”.


Giustificazione della pena
L’idea dell’esistenza di alcune regole sociali, che se infrante comportano una punizione e riparazione, risale a tempi assai remoti della storia umana. La pena è lo strumento più efficace di prevenzione del delitto, ed è stata praticata nelle varianti più diverse.
Il filosofo greco Platone, nel “Protagora”, afferma che “chi cerca di punire secondo ragione non punisce a motivo del delitto trascorso, […] ma in considerazione del futuro, affinché non commetta nuovamente ingiustizia quello stesso che viene punito, né altri che vedano costui punito.” Quindi, come sottolinea Cantarella, ne “I supplizi capitali”, edito BUR nel 2005, “nel Protagora la pena ha una funzione di deterrenza sia specifica, in quanto evita che un criminale ripeta lo stesso delitto, sia generale, in quanto evita che altri commettano quel reato.”.
Nei tempi moderni si è definita la pena in termini di limitazione della libertà, fondata sull’idea della reclusione, istituendo l’impianto del carcere destinato a sopravvivere in eterno. La detenzione si afferma come condanna umanitaria: tutti vengono privati dello stesso tempo di libertà e la misura del tempo consente di rendere la pena in proporzione alla gravità del reato commesso. Il passato, invece, ha assistito al diffondersi di pene corporali, della pena di morte e dell’esilio. Il corpo perdeva di dignità ed era bersaglio della pena. Dalla ghigliottina della rivoluzione francese ai roghi delle presunte streghe, il corpo era dato in spettacolo, producendo un crimine tanto più forte del delitto commesso. Oggi, come analizza Foucault nel saggio “Sorvegliare e punire”, edito Einaudi nel 1975, “è scomparso il corpo come principale bersaglio della repressione penale. […] Il cerimoniale della pena tende ad entrare nell’ombra, per non essere altro che un nuovo atto procedurale o amministrativo. […] Quel rito che concludeva il crimine viene sospettato di mantenere con questo losche parentele: di eguagliarlo, se non sorpassarlo, nell’essenza selvaggia, di abituare gli spettatori a una ferocia da cui si voleva invece distoglierli, di mostrar loro la frequenza dei crimini, di far rassomigliare il boia a un criminale e i giudici ad assassini, di intervenire all’ultimo momento i ruoli, di fare del suppliziato un oggetto di pietà o di ammirazione.”.
Ma Mereu, ne “La morte come pena” edito Donzelli nel 2000, testimonia un passo indietro e una posizione completamente antitetica: “L’assassinio legale di Saddam Hussein - conclusosi con tutti i riti barbarici che si usano
in questi casi - ha riportato in primo piano la discussione sull'opportunità di servirsi della morte come pena per punire, con la stessa moneta, quanti si sono macchiati di
delitti e hanno esercitato violenze tiranniche nel periodo del loro comando.“. Un ritorno all’antica Babilonia, con delle argomentazioni degne del re Hammurabi. E’ realmente giusta una pena tanto drastica? Quali risultati potrebbero essere raggiunti? Proprio per questo motivo, l'Italia ha subito reagito, presentando all'Onu la proposta di realizzare una sospensione generale della pena di morte.


Le pene del futuro
Eppure, come testimoniano gli ultimi allarmi, il sistema carcerario non funziona più; quindi è necessario individuare pene alternative. E’ un fatto che altre proposte vengano scartate, o rinviate, poiché troppo impopolari o difficili da realizzare. Come la depenalizzazione di alcune tipologie non gravi di reato, dal consumo di cannabis alla presenza irregolare degli immigrati. Ma c’è anche tra i temi di altissimo indice di sensibilità, l’idea che i reati contro la pubblica amministrazione potrebbero essere più efficacemente prevenuti e puniti, invece che con la detenzione, con l’interdizione permanente da tutti gli uffici pubblici e con dure sanzioni pecuniarie che attacchino la proprietà privata. E qui, come è evidente, è fin troppo facile il sospetto che si voglia evitare alla “casta” l’ignominia del carcere. Anche il ricorso a pene alternative, come gli arresti domiciliari e le pene extra-murarie in percorsi rieducativi con lavoro obbligatorio, trova più critici che fautori, sia per la pesante nuvola di giustizialismo che ci assorbe da troppo tempo, sia per sfiducia nelle capacità organizzative e di controllo dei servizi sociali.

Divieto significa libertà
Il filoso francese Montesquieu, nell’opera “Lo spirito delle leggi” del 1748, afferma: “Dalla bontà delle leggi penali dipende principalmente la libertà del cittadino. […] Il trionfo della libertà si ha quando le leggi penali traggono ogni pena dalla natura particolare del delitto. Cessa ogni arbitrio, la pena non deriva dal capriccio del legislatore, ma dalla natura della cosa; e non è l’uomo che fa violenza all’uomo.”.
La pena rimane il deterrente più sicuro, ma anche il più facile da applicare. Ma se si agisse con modalità diverse? Se non si aspettasse che qualcuno commetta un reato? Se si educasse alla libertà? Abbiamo dimenticato il valore del divieto, manca la cultura del rispetto. Se ristabilissimo tali valori, l’intervento della pena sarebbe inutile. Ma è pura utopia e non funziona nel mondo reale.
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