Ominide 50 punti

“La riflessione degli intellettuali sulla civiltà dei consumi”

Saggio breve da collocare su un volume di saggi sul boom economico in Italia

Tra gli anni ’50 e ’60 del XX secolo l’Italia è protagonista del cosiddetto “boom economico”, che porta una profonda e rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali: da paese prevalentemente agricolo diviene un moderno paese industrializzato.
Questo è il risultato di svariati fattori: lo sfruttamento della grande congiuntura internazionale, agevolata anche dalla fine del tradizionale protezionismo, la disponibilità di nuove fonti di energia, la trasformazione dell’industria dell’acciaio con il conseguente incremento della produzione e abbassamento dei prezzi, l’esiguo costo del lavoro.
Le conseguenze del “boom economico” fanno approdare il paese a un epilogo negativo in campo sociale, intellettuale e artistico: superficialità della vita, impersonalità intellettuale, svalorizzazione e standardizzazione culturale.

Gli anni successivi al secondo dopoguerra vedono l’Italia come uno tra i paesi più industrializzati del mondo e fortemente inserito nel “sistema” occidentale di mercato. Gli anni del “miracolo” furono anche anni di grandi trasformazioni degli stili di vita, dei mezzi di comunicazione, dei costumi del popolo italiano, dell’aspetto del territorio. Si verifica un sensibile aumento del tenore di vita delle famiglie, assecondato inoltre da innovazioni tecniche che agevolarono e allettarono la vita quotidiana: si fa uso dei primi elettrodomestici, le strade italiane vengono percorse dalle prime automobili Fiat e confluiscono nelle moderne autostrade; l’avvento del sonoro nel cinema viene ora accompagnato da quello del colore e si intensifica la produzione cinematografica anche in Italia: “Il sorpasso”, “La vita agre”, “La dolce vita”, “Miracolo a Milano” e moltissimi altri, con film che rappresentano nei suoi diversi aspetti questo grandioso e florido periodo della storia italiana; la comparsa della televisione, ormai presenza indiscussa e indispensabile nelle case di ogni famiglia.
Per mancanza di un incanalamento regolato della crescita, il “boom economico” si è realizzato secondo una propria logica di libero mercato, giungendo a profondi scompensi, come la cosiddetta “distorsione dei consumi”: la crescita orientata sull’esportazione privilegiò la produzione di beni di consumo privati, a scapito di un adeguato sviluppo di quelli pubblici (tutt’oggi “godiamo” di infrastrutture arretrate rispetto agli standard europei).
La rapidità del passaggio dell’Italia alla modernità ha comportato la mancata risoluzione di problemi risalenti anche all’Unità, come la tanto citata (in politica e in letteratura) quanto irrisolta “questione meridionale”: il boom economico fu un fenomeno strettamente settentrionale e solo marginalmente interessò le regioni meridionali, attualmente ancorate alla produzione agricola. Una delle conseguenze di questo squilibrio economico e sociale del territorio fu l’immigrazione di ingenti masse umane verso le grandi città industrializzate; il loro aspetto fu sconvolto dall’inevitabile urbanizzazione e dal formarsi di sobborghi-città e “quartieri dormitorio”; i loro abitanti sono cittadini diventati prodotto in serie da fabbrica, spersonalizzati, svuotati e poi colmati tramite l’apparentemente innocua e insignificante TV, che diventò presto fenomeno di massa e strumento di potere imponendo modelli di vita edonistico e consumistico tramite l’illusoriamente inoffensiva ed irrilevante pubblicità: l’amabile e oggi vagheggiato “Carosello” (che insinua, tramite il “bombardamento” di immagini, nuovi bisogni e necessità per lo più superflui. L’immagine propagandata dalla TV viene poi emulata nella realtà, portando l’ansia e la preoccupazione di raggiungere lo scopo di eguaglianza al modello televisivo. Questa uguaglianza è finita poiché imposta passivamente e poiché nega all’uomo il libero arbitrio, rendendolo schiavo dei suoi stessi desideri: non è stata conquistata con la volontà e la lotta dell’uomo ma mediante la sublimazione.
Con la privatizzazione televisiva, parallelamente alla diffusione della TV nelle singole case, l’uomo dimentica l’uso socializzante del tempo libero: il nuovo (e unico) luogo delle relazioni diviene la fabbrica, dove l’uomo ha disimparato a comunicare e socializzare con i propri simili.
In questo contesto, caratterizzato dall’orientamento verso il profitto e il consumismo, si aprono nuove possibilità di guadagno anche in campo culturale grazie a fenomeni come l’industrializzazione della letteratura: per rispondere alle esigenze della grande massa di utenti, l’editoria puntò su prezzi più accessibili al consumatore; non fu sufficiente: per consentire la più ampia accoglienza da parte del mercato era necessario cercare forme adeguate per rappresentare la realtà, produrre romanzi di facile lettura che ritraggano la vita mondana e gli straordinari mutamenti provocati dal boom economico, con protagonisti spesso gli operai e talvolta associati anche a una trasposizione filmica. In questo modo viene però negato alla letteratura il suo ruolo politico, sociale, storico, educativo e culturale; diventa una letteratura dine a se stessa, di intrattenimento e di evasione da una vita progressivamente massificata e alienata: l’arte trova ispirazione nella realtà, ne incarna le caratteristiche e gli ideali.
Se, in Italia ma non solo, vivere all’insegna del benessere significa perdere l’individualità, la capacità di critica, la qualità della vita stessa, che si rispecchia nell’arte in tutte le sue forme, a favore di una felicità facile e artificiale, che traspare da lineamenti e da espressioni ebeti, alla quale bisogna puntare ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, per una vita in cattività dove perfino i gesti e le azioni quotidiani sono prevedibili e ripetuti continuamente in modo costante fino a perdere la concezione del tempo stesso, per valori materiali a cui è impossibile sottrarsi perché inconsciamente troppo allettanti o perché indispensabili per vivere in una società basata su questi. Forse viene spontaneo pensare che il vero benessere non è da cercare nell’accumulazione di beni (della “roba”), ma nell’apprezzamento dei beni di prima necessità, della loro qualità più che quantità, beni non imposti da agenti esterni ma desiderati e cercati poiché sono questi che determinano la vera qualità della vita, beni che tuttavia l’uomo non è mai stato capace di apprezzare e dei quali è incapace di accontentarsi.
A fronte di queste considerazioni, è lecito credere che la povertà del mondo contadino e preindustriale sia più genuina e porti al vero benessere ricercato dall’uomo, rispetto alla ricchezza di cui godiamo attualmente, poiché i beni necessari rendono necessariamente povera e precaria la vita, mentre i beni superflui la rendono superflua e priva di valore. Raggiungere uno scopo o una meta soffrendo e con le proprie capacità rende più felici e soddisfatti piuttosto che passivamente e con supporti esterni.
Il boom economico ha favorito questo processo di facile guadagno e facile conquista, facendo perdere all’uomo la volontà di imporsi e mettersi in discussione, l’arte e la cultura sono diventate a loro volta vittime del consumismo e portatrici dei suoi valori; hanno dimenticato anch’esse il loro ruolo di critica trasformandosi in prodotti solamente estetici. Il boom economico, come la “bomba”, ha lasciato al suo passaggio solamente aridità intellettuale e artistica: tutto il resto è stato spazzato via e ci vorranno diversi anni prima che possa nascere e germogliare qualcosa di sano e incontaminato.

Registrati via email