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Dialogo contro il razzismo

Il razzismo è definito generalmente come la tendenza a difendere la purezza della propria etnia da ogni possibile contaminazione da parte di altre popolazioni ritenute inferiori, attraverso lo sterminio o l’isolamento di queste ultime.
Possiamo parlare di razzismo già nell’antichità, quando i Romani chiamavano barbari i popoli che si distinguevano da loro per lingua, usanze e credenze particolari.
Afferma Buiatti ne ‘Razzismo e biologia’ che “ Risulta chiaro che il colore della pelle non distingue razze diverse, tanto è vero che, ad esempio, per molti caratteri noi italiani, […], siamo più vicini agli africani che agli svedesi.”
Grazie alla genetica infatti possiamo oggi affermare che tutti i componenti della specie umana costituiscono un solo insieme omogeneo e che due gruppi etnici differenti lo sono solamente in apparenza, poiché a causa dell’adattamento ad ambienti esterni diversi, il loro aspetto esteriore è cambiato, ma dal punto di vista genetico sono assai vicini.

Per questa ragione, come sottolinea ancora Buiatti, spesso “il colore della pelle viene invece usato come ‘marchio’ per distinguere popoli […] più poveri e deboli di noi che è più facile emarginare una volta che sia stato trovato un carattere distinto ed ereditario”.
In altre parole possiamo perciò definire il razzismo come la convinzione che a certe differenze anatomiche osservabili tra i gruppi umani, come appunto colore della pelle, altezza, religione…, corrisponda una superiorità o inferiorità intellettuale e morale.
Nessuno potrebbe mai dimenticare il più grande e atroce esempio di razzismo che il mondo ha conosciuto, ovvero il periodo del nazismo, durante il quale la maggior parte della popolazione ebraica e non solo fu vittima di persecuzioni e massacri.
Ancora oggi, seppur vi sia stata una notevole crescita dal punto di vista sociale, si parla ancora di razzismo.
Tale è la considerazione di Taguleff ne ‘Face au racisme’: “Gli stermini di massa dei nostri giorni sono accompagnati regolarmente da razionalizzazioni patriottiche e nazionaliste, invocate per giustificare il principio dell’autodeterminazione […]”.
Gli stermini sono conseguenza verso le altre popolazioni di un odio profondo, così profondo da trasformarsi in paura, che ci porta a formare i nostri piccoli gruppi, il nostro partito politico, la nostra squadra di calcio, e, mentre tutti gli altri sono potenziali nemici, noi siamo i migliori.
Tuttavia vi sono state, e purtroppo vi sono ancora oggi, altre forme di razzismo non meno importanti, che hanno assunto nomi specifici in base all’oggetto della discriminazione: ad esempio il classismo per quanto riguarda la disparità di classe sociale o il sessismo se tale distinzione avviene in base al sesso.
Ciò è ribadito anche da Casati ne ‘Come sgonfiare il nostro razzismo’ quando scrive: “ La classificazioni sono basate su qualsiasi segno distintivo che aiuti il formarsi di coalizioni”.
Una spiegazione del genere può essere spiegata solamente attraverso l’utilitarismo: il razzismo cioè nascerebbe prevalentemente da motivi di utilità politica, difesa dei privilegi, dell’economia e del potere di una fazione sull’altra.
Lo sradicamento di una convinzione così profonda è causata da una sempre maggiore mancanza di dialogo, a partire già dalla famiglia.
Se poi pensiamo alla scuola come al luogo in cui far educare i nostri figli da altri sbagliamo perché è proprio questa mancata ‘istruzione’ famigliare che provoca fenomeni come il bullismo, che se non sradicato potrebbe in un futuro neanche così lontano portare a situazioni di rancore e violenza, che sfociano poi in movimenti razzisti.
Proprio per questo motivo ciò che non deve spaventarci è il dialogo, la relazione con gli altri, in modo da permettere lo scambio di opinioni e la conoscenza di coloro che poi tanto diversi da noi non sono.

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