Saggio breve: Il mondo fra speranza e responsabilità

Nel nostro secolo alcune catastrofi hanno fatto sorgere speranze, ma queste sono state schiacciate e cancellate da nuove catastrofi. L’inferno della prima guerra mondiale terminò con la promessa che sarebbe stata l’ultima.
Non ha importanza se questa speranza era attribuita all’imminente rivoluzione mondiale o ai quattordici punti di Wilson e alla Lega delle Nazioni. L’idea della “pace”, della libertà, dell’autodeterminazione sembrava comunque all’ordine del giorno. Ma queste speranze andarono deluse. Accanto alle rivoluzioni e alle democrazie sorsero nuove tirannidi, l’economia andò in rovina e il mondo piombò di nuovo nella guerra, la quale fu ancora più orribile della precedente.
Vari campi di concentramento, enormi industrie di “trattamento della materia prima umana” resero una farsa la “superiorità” della cultura europea. Ma da questo nuovo e ancora più profondo baratro, come una qualità inveterata della natura umana, rinacquero rinnovate speranze. Ma dove sono ora queste speranze? La paura del peggio, dell’autodistruzione dell’umanità, della “Storia” di tutte le storie possibili, le ha soffocate completamente. Questa è la nostra storia; nella sua pura nudità, essa è una storia di speranze tradite. Dobbiamo dare la colpa di questo al mondo o alle nostre speranze? Se incolpassimo il mondo incolperemmo noi stessi: noi siamo la storia. Se incolpassimo le speranze, incolperemmo il meglio che c’è in noi, e noi siamo la storia. Attribuire colpe è irresponsabile. È necessario invece assumersi delle responsabilità.

La generazione che si era apposta agli orrori dell’oppressione fascista e tedesca si era battuta con la forza che veniva dalla volontà di costruire una realtà diversa e alternativa. Con la stessa forza si era gettata nella ricostruzione del dopoguerra. Dopo un decennio, il tunnel degli incubi dell’oppressione e dell’indigenza più nera appariva sempre più lontano. Ma si faceva insistente un’amara constatazione: la realtà presente, ormai libera da vincoli contro cui si era combattuto e vinto, non restituiva i beni promossi nonostante ne concedesse altri.
Dov’era l’inganno? Era un tradimento del presente e bisognava rifugiarsi in un passato ritenuto migliore, oppure continuare a pensare ad un futuro senza disinganni? O era il tradimento della realtà stessa, incapace di dare ciò che lascia intravedere?

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