Ominide 978 punti

Il male di vivere come conseguenza e scoperta della guerra.

Con la fine dell' '800 e l'inizio del nuovo secolo prese a diffondersi un crescente malore tra artisti e intellettuali, che trovò il suo momento di spicco negli anni che vanno dal primo al secondo dopoguerra, quando il “male di vivere” divenne il motivo principale della produzione artistica corrente. Si potrebbe quindi, in un certo qual modo, affermare che sia stata la guerra a far fiorire negli uomini il male di vivere, a porre in loro i suoi germi. In realtà questa profonda lacerazione interiore non è una vera e propria conseguenza della guerra, quanto più la consapevolezza di qualcosa che è sempre stato nell'essere umano e che è destinato a restarvi per sempre.
Già prima ancora della guerra, infatti, gli artisti del tardo ottocento e primo novecento manifestarono quel malessere che diverrà poi il “male di vivere”. Ad esempio, nella poesia “La capra“ di Umberto Saba del 1910, possiamo notare i semi di una profonda inquietudine. Nell'opera citata, l'autore parla di un animale legato, intrappolato in un posto in cui non vuole stare, che, sola su di un prato, bela. E' isolata come lo è ogni uomo, in catene in un mondo che non è altro che l'insieme di tante persone sole, e patisce un dolore eterno, che quindi non solo è destinato a non esaurirsi mai, ma che non è mai davvero cominciato, che è sempre stato presente nell'essere umano. Lo stesso disagio e la stessa disperazione pervade anche le opere d'arte. Chiaro esempio ne è il pittore norvegese Edvard Munch, nel suo celebre “L'Urlo”. Emergono dal quadro una disperazione e un'angoscia esistenziale che sfumano i contorni, sia quelli esteriori del paesaggio, che quelli interiori della persona. L'artista deforma una realtà “normale”, ponendocela dal punto di vista di un uomo a lui contemporaneo, dell'uomo che urla in primo piano. Egli è completamente pelato ed esageratamente magro, come uno scheletro, che urla e si copre le orecchie, come per non sentire il lamento della natura (che in Saba aveva parlato attraverso la Capra), urlandoci sopra. Ritorna poi il tema della solitudine; l'uomo solo e deformato è comparato alle due figure sullo sfondo, sfocate, ma dai tratti ben decisi: questo è il modo in cui Munch ci fa capire che l'intero quadro è la visione della realtà dell'uomo che urla, che vede gli altri come qualcosa di troppo lontano, che non arrivano a capire l'enorme lacerazione che egli porta con se, magari proprio come egli stesso non è capace di cogliere quella che pervade l'animo di quei due uomini sullo sfondo. L' “urlo nero” dell'uomo sarà poi implicitamente ripreso da Salvatore Quasimodo nella sua poesia “Alle fronde dei salici”, ove egli descrive il suo come un canto muto, poiché non è più in grado di cantare, non può più farlo, impotente di fronte all'orrore della guerra.

E' poi subito dopo la guerra che Montale inizia ad usare per primo il termine “male di vivere”, nella sua raccolta Ossi di Seppia del 1925. Nelle sue opere si tratta il male di vivere, ovvero la profonda lacerazione che spalanca dentro ogni uomo l'abisso di un dolore inesprimibile, come un qualcosa che affligge da sempre sia gli esseri animati che inanimati ('il rivo strozzato che gorgoglia' e 'il cavallo stramazzato'), ma che gli uomini hanno iniziato a scorgere con la guerra e che non può essere curato. Di fronte ad esso non vi è infatti altro bene, oltre alla divina Indifferenza, ossia il distacco dignitoso dalla realtà, non sempre concesso al poeta, che è il solo che può avere la percezione improvvisa e traumatica del vuoto, del nulla che si cela dietro l'apparenza ingannevole del reale, la folgorazione di un attimo nello scorgere “il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me”, come dice lo stesso Montale nella poesia “Forse un mattino andando in un'aria di vetro”. Nello stesso titolo della poesia, che ne riprende il primo verso, si parla di un'aria di vetro, di una realtà finta e artificiale, come quella che sembra vivere l'uomo dopo la guerra, in perenne impasse. Una realtà, come scriverà Walter Benjamin dieci anni dopo, annichilita, ricca di povertà, dove, come afferma lo stesso Montale, l'unica esperienza che si può fare è quella del nulla. E il nulla è proprio ciò che la luna illumina nella poesia “Elegia” di Quasimodo del '47, ormai alla fine anche del secondo conflitto mondiale; essa illumina le case, o meglio quel che ne rimane.
La guerra ha fatto ormai così tanti morti da non riuscirne a ricordare i nomi; i loro resti sono derelitti, lasciati in un totale abbandono materiale e morale. Perfino i sogni e ciò che di buono vi è sempre al mondo, cioè le speranze, sono state spazzate via dalla guerra. “Riposano” morti, seppelliti sotto la terra fumante, sotto il peso delle battaglie, delle uccisioni e delle stragi, che hanno sparso sangue sulla terra e non ne hanno ricavato nulla, ma hanno perso con quel sangue anche quel poco che credevano di avere, quei valori dietro cui si pavoneggiavano, quelle sicurezze e quelle speranze che innalzavano a ideali. Quelle, la guerra ha strappato agli uomini, ponendoli di fronte a una realtà al cospetto della quale non possono voltarsi; non di fronte al vuoto che è dietro le cose, ma di fronte al nulla che loro stessi si portano dentro e a quel male di vivere che attanaglia le loro vite dal momento in cui vengono al mondo.

Hai bisogno di aiuto in Saggi brevi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email