Illuminismo: autonomia della ragione o principio d'autorità?

Sapere aude!”diceva Immanuel Kant riprendendo un imperativo di origine oraziana: l’uomo deve avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza, di diradare le nebbie dell’ignoto e del prestabilito, di rifiutare il principio di autorità e di andare avanti con le sue sole forze. Rivolgersi ad un’auctoritas significa accettare una tesi come vera, non per la sua evidenza, ma per l’autorità di cui gode chi l’ha formulata. E l’Illuminismo non è più l’età dell’”ipse dixit” e della completa accettazione di principi imposti; è il periodo del razionalismo, dello sviluppo scientifico e dell’”uscita dell’uomo dal suo stato di minorità”. La cultura illuministica si scioglie, così, dalle influenze del passato, rigide e dominatrici. Esse implicano un soffocamento delle aspirazioni del popolo, indirizzandolo sulla “retta” via, senza alcuna possibilità di svincolamento. Esse, inoltre, impediscono l’invenzione culturale; basti pensare al tardo ‘500, che, con la sua forte tensione controriformistica, ha”elaborato” un Tasso inquieto, tormentato e timoroso nelle trovate. Nell’Illuminismo, invece, l’espediente inventivo ha il via libera; esso si esprime soprattutto attraverso i periodici, ma anche tramite romanzi filosofici e saggi brevi, forme molto snelle che hanno una priorità assoluta nella cultura illuministica e che costituiscono la prova della libera espressione e divulgazione del sapere. Sottrarsi al principio d’autorità significa anche avvicinarsi a religioni diverse, in primo luogo al deismo, a quella religione che si affida solo alla potenza razionale e che non si sottopone a dogmi. Inizia ad essere coltivato anche lo spirito critico, di osservazione e di precisione; l’intellettuale è, infatti, un eclettico e non si ferma al puro nozionismo, ma va oltre, sentendo necessario anche il rapporto con gli altri e il vivere in società. La sua ragione lo spinge, dunque, a conoscere anche tutto ciò che non riguarda l’aspetto più propriamente e strettamente culturale. Il rifiuto di regole dettate, inoltre, sfocia, dal punto di vista filosofico, nel sensismo. La volontà di sottrarsi a dogmi comporta, infatti, una conoscenza che si basi esclusivamente sulla sensazione. Rivolgersi ad un’auctoritas, insomma, è sinonimo di mancanza di coraggio e fiducia nelle proprie forze razionali. L’umanità sarebbe felice se fosse tutto già stabilito e se non si dovessero elaborare nuove concezioni o, semplicemente, nuove leggi; sarebbe tutto più facile: lasciarsi guidare da principi indiscutibili e lasciare che l’”ipse dixit” governi la vita degli uomini, senza concedere loro una diversa possibilità di scelta. Credo che in passato gli uomini siano sottostati a dogmi e tuttora lascino sussistere le antiche leggi per una difficoltà di fondo di sottrarre dall’errore le concezioni del passato; e ciò a sua volta spinge l’uomo dell’Illuminismo a voler accrescere la sua autorità. Il merito del razionalismo nell’età illuministica è stato quello di far accrescere la fiducia nella ragione e di far sentire l’uomo libero dal punto di vista etico-morale. L’intellettuale illuministico è, infatti, non solo imbevuto di sapere riguardante i più svariati aspetti della realtà, ma è, anche e soprattutto, libero da ogni forma di precettismo stringente; egli non si ferma più all’”orizzonte”, ma cerca l’”infinito”.

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