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Per Guicciardini tutti gli uomini possono governare la città?

Guicciardini vive tra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI: si trova quindi in un periodo di profondi cambiamenti politici e civili. Nonostante la promettente carriera di avvocato, infatti, non può fare a meno di interessarsi alla ragion di stato e al problema del buon governo, come prima di lui ha fatto Machiavelli, soprattutto in quanto vittime entrambi in prima persona delle vicende politiche. Mentre quest'ultimo però fa parte del partito popolare e, per questo, crede nella democrazia come modello ideale di vita, sull'esempio dell’antica Roma repubblicana, Guicciardini è del partito degli ottimati: per lui quindi non tutti gli uomini sono capaci di governare, ma solo la classe aristocratica ha le competenze e l’esperienza adatte per reggere le complesse sorti dello stato e del gioco politico internazionale.

Ma la sua aristocrazia non comprende esclusivamente i nobili e il ceto più elevato. L'aristocrazia che Guicciardini difende è quel ceto di magnati, astuti e intelligenti, che ha saputo assumere il controllo dei traffici commerciali e delle industrie, alleandosi con la nuova borghesia mercantile e finanziaria. Per lui questa classe era la sola ad essere esperta nell'arte di governare, sia a livello politico-amministrativo che militare, essendo ormai pieni di esperienza. Secondo Guicciardini infatti, non tutti gli uomini sono forniti della stessa esperienza e a nulla vale l'uguale apparato storico che si portano alle spalle. Per lui, la storia antica e soprattutto quella romana non sono esempi assoluti e validi universalmente, ai quali il presente può e deve ispirarsi. Guicciardini infatti, nei Ricordi, afferma che l'esempio di Roma sarebbe valido ed efficace se la realtà a lui contemporanea riproducesse, nell'esattezza delle medesime proporzioni, le condizioni del passato. La cosa è, ovviamente, impensabile, per le profonde differenze che intercorrono tra i due momenti. Sarebbe, come l'autore stesso afferma, come 'volere che uno asino facessi el corso di uno cavallo'.
Questo modo di guardare alla storia, privo dunque di una visione provvidenziale, porta Guicciardini a sottolineare l'infinita varietà di "casi e accidenti", di fronte a quali gli uomini non possono basarsi su esempi sempre validi e realtà ineluttabili.
Emerge quindi, già nel Dialogo del Reggimento di Firenze, la convinzione che né in politica, né in morale si possano dare delle regole assolute, valide in ogni tempo e in ogni luogo: di qui la necessità di un esame costante delle infinite e variabili circostanze, il crudo realismo psicologico e un generale pessimismo sull'uomo, che appare incapace di gestire la crisi epocale che lo sommerge. Per riuscire allora a comprendere e interpretare la realtà non è necessario un credo astratto e teorico, quanto è necessaria la 'discrezione', ovvero la capacità di decidere volta per volta, episodio per episodio, senza avvalersi di principi immutabili privi di valore, sfruttando piuttosto la propria esperienza. Esperienza che appunto, come si è detto prima, rende gli individui adatti a governare.

Questo pessimismo pervade anche i Ricordi, comportando un tono spesso amaro e disilluso, a volte ironico e sdegnoso. Nonostante ciò, Guicciardini non rinuncia a confrontarsi con la politica, ragionandoci con una logica cruda e spietata: ogni ricordo infatti si basa su definizioni rigorose e su stringenti rapporti deduttivi, resi essenziali da uno stile asciutto e privo di dispersioni. Ciò comporta che Guicciardini abbia una visione disincantata della realtà, che lo porta quindi ad esaltare il "particulare", ovvero l'interesse personale, come fine che un uomo savio deve ragionevolmente perseguire. Ma l'interesse personale non è la volontà di ottenere "qualche commodo pecuniario", quanto quella di non voler rinunziare all'attività politica, essendo questo l'unico modo per poter giovare alla città. Guicciardini credeva quindi che il potere potesse essere assunto solo da uomini "savi", uomini il cui spirito già adulto e progredito caccia via l'immaginazione, l'affetto e la fede ed acquista assoluta e facile padronanza di sé. Come Francesco de Sanctis scrive nel suo saggio critico "L'uomo per Guicciardini", l'uomo savio è colui che ha imparato molto dai libri, ma sa che ciò non basta, poiché sa "quanto è diversa la pratica dalla teorica". "Nel nostro savio si riscontra dunque l' «accidentale col naturale buono », la dottrina e la esperienza col cervello « positivo » e prudente", entrambe fondamentali, poiché la dottrina dà all'uomo le regole, l'esperienza gli dà gli esempi. Ed entrambi, come si è visto, sono indispensabili all'uomo savio e quindi all'individuo che governa la città, che deve quindi possedere delle determinate virtù. Machiavelli, nella grave congiuntura storica che vede l’Italia divisa e soggetta agli stranieri, si affida alla virtù del principe: crede all’intervento eccezionale di un uomo che sappia creare uno stato forte, in grado di dare sicurezza al suo popolo e di coagulare le forze italiane contro il nemico. Guicciardini invece crede alla virtù di pochi: il Senato della repubblica, composto da pochi uomini saggi ed esperti, affidato a poche famiglie, il cui lungo esercizio di governo nel tempo abbia conferito competenza, abilità e, ovviamente, esperienza.

Detto ciò ci è facile capire che per Guicciardini tutti gli uomini possano potenzialmente gestire una città, purché essi siano uomini savi, ricchi di esperienza, capaci di valutare le situazioni caso per caso sfruttando la discrezione, senza basarsi su precetti immutabili, né considerando la storia classica e umanistica "maestre di vita", ma stabilendo quando sia opportuno o meno agire servendosi del "particulare".

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