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Argomento: L’evoluzione della bellezza femminile nel tempo
Titolo: Il concetto di bellezza femminile: evoluzione o involuzione?
Destinazione: Giornale scolastico

Nella storia umana sono riconoscibili alcuni momenti che possono definirsi epocali per quanto riguarda la concezione della donna nella società. Questo ha influito anche sull’ideale di bellezza femminile riscontrabile in tutte le forme artistiche. Sicuramente uno di questi momenti di svolta è costituito dal dolce stilnovo e dalle novità espressive dallo stesso proposte che hanno suscitato poi una fase successiva caratterizzata da artisti portati ad emulare gli stilnovisti oppure a distaccarsene in modo evidente.
La letteratura medievale propone un ideale estetico che distingue la donna angelica, fatta oggetto di sentimenti amorosi profondi, da quella che era destinata nella società e nella letteratura ad assolvere compiti importanti quali la maternità e la gestione della famiglia e della casa. I poeti medievali cantano la donna esaltandone una bellezza esteriore che non è assolutamente legata agli impegni familiari o coniugali, ma produce sentimenti tanto alti da delineare le protagoniste di canti e sonetti come figure angeliche che non suscitano i desideri carnali. In particolare possiamo ritrovare questi concetti in alcune liriche di poeti ascrivibili al periodo definito “Petrarchismo”. Nel ‘500 infatti si incroceranno in una sorta di conflitto poetico, artisti come Pietro Bembo, convinti assertori della necessità di riproporre lo stile e le tematiche ispirate da Petrarca e altri, tra i quali Francesco Berni, che si distinguono per il deciso rifiuto degli schemi classici e per fare questo spesso utilizzano le espressioni tipiche della parodia comica arrivando a, come fa Pietro Aretino, alla dissacrazione dei valori della tradizione poetico-amorosa. L’espressione tipica del “Petrarchismo” possiamo trovarla nel sonetto 5° delle “Rime” di Bembo dove viene descritta la donna amata proprio come una figura ispiratrice di sentimenti spirituali: la bellezza descritta nei primi versi “Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura, Ch’all’aura sulla neve ondeggi e vole, Occhi soavi e più chiari che ‘l sole, Da far giorno seren la notte oscura”, conduce alla visione celeste cantata nei versi successivi “Cantar, che sembra d’armonia divina, Senno maturo alla più verde etade, Leggiadria non veduta unqua fra noi”.

La visione beatifica della donna esaltata da Bembo, che ricorda tanto la donna cantata da Petrarca nel canzoniere, è stravolta da Berni nella lirica “Alla sua donna” nella quale la bellezza è distorta trasformando la poesia aulica in una espressione comica “Chiome d’argento fine, irte e attorte, Senz’arte, intorno ad un bel viso d’oro; Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro, Dove spunta i suoi strali amore e morte”.
Il ritratto che Shakespeare propone della sua donna nel celebre sonetto 130 richiama la visione angelica del “Petrarchismo” per contraddirne le espressioni più forzatamente spirituali: per il poeta inglese la bellezza della donna non si misura con la somiglianza a creature angeliche, ma con l’amore che lega l’uomo alla donna amata rendendola bella nonostante, e a prescindere, dai difetti esteriori. L’evoluzione letteraria ha condotto in seguito a definire la bellezza femminile non più con stereotipi fissi, ma con una libertà espressiva che rendesse possibile tratteggiare la donna in tutte le sue multiformi realtà esistenziali: l’emancipazione della donna, il conseguimento di diritti civili e di ruoli nella società che prima erano impensabili, rende impossibile definire oggi un concetto unico di bellezza femminile. A mio parere, se anche continua ad essere “la metà più bella del cielo”, le categorie estetiche utili a descrivere la donna, non possono prescindere da quelle intellettive e morali che rendono autentica e vera la bellezza esteriore.

A cura di Fabio Fancello

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