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L’ambiguità della follia

Saggio breve che discute l'essenza della "follia" ed il rapporto con la "normalità" attraverso riferimenti a testi letterari e filosofici


La presunta diversità dei folli ha da sempre affascinato scrittori e filosofi di ogni tempo, e oggigiorno si contano numerosi interventi mirati ad un’analisi ed interpretazione di ciò che la follia è. Non c’è dubbio che in quanto tema ricorrente essa si presti a molteplici chiavi di lettura, tant’è che ne risulta difficile, se non impossibile, darne un’unica e definitiva spiegazione.
Secondo una concezione comune, la follia è l'agire senza ragione, il compiere atti temerari e irragionevoli, il completo abbandono di ogni criterio di giudizio razionale, che probabilmente avviene in seguito ad un evento scatenante. Evento scatenante che ben si capisce ricordando il canto XXIV de "L’Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto. In quell’episodio Orlando scopre l’amore segreto tra Angelica, sua amata, e Medoro, ma cerca di celare e domare il dolore con l’auto-inganno, negando l’amara evidenza; ma la conferma arriva nella casa del pastore presso cui è ospite, e la rabbia diviene tale che sfocia in vera e propria pazzia, trasformandolo da cavaliere razionale in un folle privo di senno. Appare chiaro, dunque, come per Orlando la causa che scatena la follia sia il desiderio di amore non corrisposto da Angelica. Ariosto, infatti, chiama follia le forze insite in ogni uomo che non sono controllabili dalla ragione: Orlando diventa furioso perché non riesce a governare la sua follia, dal momento che il suo senno è accecato dalle illusioni amorose. Ma non necessariamente siamo tutti destinati alla pura follia; l’uomo può accedere alla saggezza qualora identifichi e conosca la propria natura e le proprie debolezze.
Una differente lettura ci arriva da Erasmo da Rotterdam, filosofo che scrisse “L’elogia alla follia”, dove ci presenta un mondo interamente permeato di follia, intesa positivamente come la vera forza vitale degli uomini e grazie alla quale è possibile l’illusione sulla vita reale, altrimenti detestabile. Ma gli uomini appaiono stolti, poiché cercano di allontanarla nonostante sia lei la vera fornitrice di felicità, nonostante sia lei che, molte volte, appare persino più saggia della saggezza stessa. Erasmo sostiene che “la maggior parte dell'umanità indulge alla Follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo”: infatti il saggio è eccessivamente prudente, e pertanto non si avventura nel mondo, ma si accontenta di ciò che ha già; al contrario, il folle possiede l’audacia necessaria per rischiare e per sognare, anche se talvolta l’eccedere può condurre al male, così come testimoniano le numerose e frequenti guerre.
Sulla stessa linea di pensiero è Rabelais, che nel suo “Gargantua e Pantagruel” afferma: “Io ho spesso udito un proverbio volgare, che il matto può insegnare al savio”. Con questo Pantagruel suggerisce a Panurge, dubbioso se prender moglie o no, di rivolgersi non più a coloro che si reputano saggi, che erano stati incapaci di consigliarlo, bensì a coloro ritenuti folli, che hanno dimenticato se stessi e si sono liberati dalla prigionia degli effetti terrestri. Sarà poi Triboulet, il folle a cui Panurge si rivolge, a svelare che tutti siamo sottoposti al dominio della follia; tale affermazione sarà ribadita da Pascal, secondo cui: “Tutti siamo folli. E’ folle chi non lo riconosce”. Inoltre Triboulet aggiunge, riferendosi a quanto detto da Salomone e Aristotele, che “infinito è il numero dei folli; e all’infinità non si può né togliere né aggiungere nulla”; dello stesso parere è Isaac Newton, che dice: “Posso misurare il moto dei corpi, non l’umana follia”.
La chiave di lettura di Erasmo e di Rabelais, impregnata di silenti riferimenti religiosi, viene citata da Minois nella “Storia del riso e della derisione”, quando tratta dell’epoca medievale e umanistico-rinascimentale. Minois dice che “duplice era l’atteggiamento nei confronti della follia: essa poteva infatti essere considerata possessione divina o diabolica”, riferendosi al fatto che il folle, sebbene talvolta saggio, veniva catalogato come espressione dell’irrazionalità e alleato di satana.
Un elogio alla follia parallelo a quello di Erasmo viene percorso da Fumagalli Beonio-Brocchieri, che in un articolo per “Il Sole 24 ore” scrive di come sia preferibile all’uomo razionale “senza linfa vitale”, la vitalità e la socievolezza “di un uomo qualsiasi tolto dalla schiera degli uomini un po’ folli che, senza avere un gran cervello in zucca, sia compiacente con la moglie […]”. Ma anche qui, secondo la concezione di Erasmo, viene presentata la duplice faccia della follia: da una parte rallegra e dà sapore alla vita, rinsalda le amicizie e gli amori; dall’altra può condurre alle guerre, che sono indubbiamente dovute a “parassiti, ruffiani, briganti, sicari, bifolchi, imbecilli, indebitati e simile feccia, non certo a filosofi sgobboni”.
Parlare di follia non è dunque così semplice né scontato. Difficile è persino capire quando è possibile distinguere tra normalità e follia, quando si oltrepassa il confine dell’una per entrare nell’altra. E questo aprirebbe un’ulteriore strada a domande più profonde su quel che noi chiamiamo normalità e sulla nostra convinzione di essere normali. Ciò che però si può asserire con sicurezza è che in ognuno di noi è celato un pizzico di pura follia, che ci rende unici e ci distingue dalla massa, che ci permette di essere, dire o fare ciò che altrimenti non saremmo, diremmo o faremmo.

Saggio breve redatto da:
Stefano Giordano, 4°C Brocca, Liceo G. Veronese di Chioggia

Riferimenti a testi:

- Ludovico Ariosto, L'Orlando Furioso
- Erasmo da Rotterdam, L'elogio della follia
- F. Rabelais, Gargantua e Pantagruel
- G. Minois, Storia del riso e della derisione
- M. T. Fumagalli Beonio-Brocchieri, La vita umana è gioco della follia

Riferimenti a siti web:
- http://www.stradanove.net/news/testi/libri-00a/lacac1506001.html
- http://noidellaprivi.splinder.com/post/16081753/La+%22barca%22+dei+Folli.+Progetto

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