Articolo di giornale

Arte e sponsor: mecenatismo in chiave moderna

Si chiamano “mecenati del 2000” e raramente hanno un nome proprio. Sono aziende, banche, casse di risparmio, enti di ogni ordine e grandezza. Sempre più spesso mettono mano al portafoglio per risanare bellezze e territori minacciati dal tempo e dall’incuria. Si occupano di chiese abbandonate, di musei troppo angusti, di dipinti che chiedono restauri, di edifici pubblici.
La società-spettacolo lo esige: non serve più sponsorizzare eventi momentanei anche se di grande valore culturale. Adesso per riuscire a ricavarsi almeno un piccolo spazio nel pianeta delle comunicazioni, bisogna puntare ad opere più durature. Far rivivere ad esempio i segni della storia, i monumenti che rischiano la condanna a morte. I privati spendono decine di miliardi ogni anno per la salvaguardia dei beni culturali. Ma a che cosa si deve quest’ondata di “mecenatismo” in chiave moderna, questa corsa apparentemente gratuita alla conservazione disinteressata di capolavori che rimangono di patrimonio comune? Che cosa ci si guadagna? E perché ancora questa corsa sembra fermarsi a Roma?

Il vero guadagno è in termini d’immagine: c’è un grande ritorno di pubblicità indiretta. Le opere d’arte rimangono impresse nelle menti delle persone.
Inoltre i privati hanno una facilità di manovra molto ampia, potendo pretendere che i lavori siano eseguiti nei tempi previsti, liberi dalle lentezze burocratiche.
Alla vigilia della fine del secolo sembra quindi che tra industria e cultura sia nato un amore.

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