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L’introduzione dell'agricoltura nell'Epoca Preistorica

Nel Paleolitico gli esseri umani vivevano quasi esclusivamente di carne animale. L’alimentazione infatti si basava essenzialmente sulla caccia (di esclusiva competenza maschile) e, in misura minore, sulla raccolta di frutti e bacche commestibili (affidata alle donne): primo passo, quest’ultimo, verso la scoperta dell’agricoltura, che sarebbe avvenuta assai piú tardi.
La vera novità del Neolitico fu proprio l’introduzione dell’agricoltura, la cui diffusione cambiò completamente l’aspetto della vita umana sulla Terra. Basti ricordare che l’agricoltura è rimasta la forma di economia fondamentale per tutte le società umane da allora fino a due secoli or sono, quando a essa si affiancò l’industria. E come si suole parlare di «rivoluzione industriale», cosí non è eccessivo parlare di «rivoluzione» anche a proposito del Neolitico, per sottolineare in particolare le trasformazioni decisive che la pratica agricola apportò alla vita degli uomini. Questa rivoluzione, che non fu improvvisa né rapida (come possono esserlo invece le innovazioni tecnologiche dei giorni nostri), fu tuttavia assai incisiva poiché investí tutti gli aspetti dell’organizzazione umana e pose le basi di un rapporto attivo dell’essere umano nei confronti della natura: egli infatti non si limitò piú a raccoglierne i frutti e a depredarla, ma imparò a sfruttarla ricavando col proprio lavoro nuove risorse. Le circostanze che permisero l’introduzione e lo sviluppo dell’agricoltura sono collegate innanzitutto ai mutamenti climatici avvenuti dopo la fine dell’ultima glaciazione: essi resero possibili insediamenti piú stabili, e modificarono flora e fauna nelle varie regioni della Terra.
Un’altra novità fu rappresentata dall’aver adottato la tecnica di bruciare parte della vegetazione, al fine di catturare e radunare animali selvatici: in queste zone germogliò e si accrebbe il pirolimax, una primitiva forma di cereale dal quale sarebbero successivamente derivati gli altri tipi di graminacee.
Le donne, che da sempre si occupavano della prole mentre gli uomini si assentavano per le battute di caccia, avevano l’abitudine di raccogliere erbe, bacche e frutti commestibili che crescevano nelle vicinanze degli insediamenti abitativi. Nei secoli del nomadismo la raccolta era servita per integrare il cibo derivato dalla cacciagione, senza peraltro rappresentare una vera e propria alternativa. In un secondo tempo, grazie a soste sempre piú lunghe in uno stesso luogo, le donne della comunità, avendo probabilmente osservato che da alcuni semi, caduti casualmente a terra, nascevano piante simili a quelle raccolte, e intuendo il rapporto esistente tra seme e pianta, incominciarono a capire i cicli riproduttivi della vegetazione. Esse presero allora a interrare volontariamente i semi: dopo averli trasportati in prossimità delle capanne, li coltivavano, aiutandosi dapprima con le mani, e successivamente con attrezzi adatti. Si può dire, dunque, che fu la donna a «scoprire» l’agricoltura. L’affermazione dell’agricoltura e dell’allevamento diede impulso ad altre attività, quali la lavorazione della ceramica e la tessitura. Infatti, per contenere, conservare e cuocere il cibo ricavato dalla coltivazione della terra e dall’allevamento, era indispensabile avere dei recipienti adatti. Fu cosí che si affermò la ceramica, grazie al perfezionamento della lavorazione dell’argilla, già nota da tempo: si scoprí che mediante la cottura effettuata a determinate temperature, era possibile rendere l’argilla impermeabile e resistente al calore. Con le fibre (lino, lana) ricavate dall’agricoltura e dall’allevamento l’uomo imparò anche a realizzare indumenti diversi da quelli in pelle animale provenienti dalla caccia.
Conseguenza prodotta dall’agricoltura e, in minor misura, dall’allevamento fu un grandissimo incremento demografico, dovuto alla nuova disponibilità di un’abbondante e sicura fonte di sostentamento. È stato calcolato che un’economia fondata sulla caccia e sulla raccolta era in grado di nutrire un abitante ogni dieci chilometri quadrati; invece un’economia agricola, per quanto elementare e primitiva, poteva sfamare cinque persone per chilometro quadrato, il che significa cinquanta volte tanto, con un incremento quindi del 5000 per cento.
La popolazione delle zone agricole crebbe perciò assai rapidamente e il suo aumento rese necessarie nuove colonizzazioni. A poco a poco il terreno adatto alla caccia si ridusse in favore di quello coltivato, la tecnica della semina e del raccolto fu trasmessa ai gruppi umani confinanti, e gradualmente la maggior parte dell’umanità fu costituita da agricoltori. Secondo l’ipotesi del genetista italiano Cavalli-Sforza, la diffusione dell’agricoltura dovette avvenire con un’onda di avanzamento di circa un chilometro all’anno in media. E grazie a questa diffusione anche il progresso della vita sociale si accelerò enormemente. Si consideri che, per giungere dalle sue origini all’epoca paleolitica, l’umanità ha percorso una faticosa via di centinaia di migliaia di anni mentre, grazie all’agricoltura e ai progressi da essa innescati, essa è passata, nello spazio di poco meno di 10 000 anni, dai primi tentativi di coltivazione dei campi all’età dell’industria e della tecnologia.
Peraltro, l’agricoltura non fu solamente una tecnica di sfruttamento della natura. La nascita dell’agricoltura portò con sé, si può dire, la nascita della storia: la città, lo stato, ogni forma della vita sociale, della religione e della cultura antica ne sono la diretta conseguenza.
L’introduzione dell’attività agricola in diverse regioni rese necessaria l’adozione di strumenti atti a favorire la lavorazione della terra. Fra gli strumenti dei primi agricoltori, si ricordano le asce in pietra dura levigata, usate per abbattere gli alberi e favorire cosí la creazione di campi per la semina (un altro modo sicuramente piú rapido per disboscare era l’uso del fuoco). Diversi erano gli utensili per scavare il terreno e prepararlo alla semina: tra questi si possono ricordare i bastoni ricurvi, usati per tracciare solchi, e le accette a manico che, avendo un’estremità ricurva, permettevano di zappare la terra con piú facilità. Per quanto riguarda l’inaugurazione dell’uso dell’aratro in Europa c’è incertezza fra gli studiosi: la testimonianza piú antica sembra essere un graffito rupestre, ritrovato sul monte Bégo, in Francia, al confine con l’Italia, che raffigura un aratro condotto da un contadino e tirato da due bovini. Questo graffito risale all’inizio del II millennio a.C., e quindi all’età del bronzo. Tuttavia i resti piú antichi di aratri che si siano ritrovati non vanno oltre il I millennio a.C. (l’aratro di Ledro, in Italia) e risalgono all’età del ferro, cosí come alcuni aratri di legno ritrovati nella penisola danese dello Jutland. Nonostante le testimonianze siano recenti, gli studiosi sono tuttavia convinti che la presenza dell’aratro in Europa sia invece molto piú antica e possa essere datata al III millenio (come sembrerebbero dimostrare alcuni graffiti rupestri della Val Camonica) se non addirittura al IV millennio a.C. Un altro utensile molto importante era il falcetto: alcuni popoli dell’Europa sudorientale lo costruivano utilizzando corna di cervo che venivano incise nel senso della lunghezza e munite di frammenti di selci affiancati gli uni agli altri; in altre zone sono stati ritrovati manici diritti di legno con una lama di selce conficcata obliquamente. Le macine del Neolitico erano pietre piatte o concave, di diverse dimensioni; il grano veniva raccolto in mortai di pietra o di legno e triturato con pestelli.

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