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Umanesimo

Dopo il Medioevo, nel Quattrocento, inizia la fase dell’Umanesimo, consistente nella rinascita dell’interesse per l’antichità, della riscoperta dei classici, della filologia, degli studia humanitatis e dell’imitazione.
Il centro per eccellenza di elaborazione della cultura è la corte, dove gentiluomini, funzionari, intellettuali, artisti e scienziati si raccoglievano attorno al signore.
Nacque quindi nel Quattrocento una vera civiltà di corte, fondata sul culto della raffinatezza spirituale, del gusto estetico e delle maniere eleganti. Fu preso come modello il principato augusteo, che anch’esso dava largo spazio alla cultura.
Le opere venivano solitamente commissionate dai principi, i quali ordinavano agli intellettuali di comporre opere letterarie che esaltassero il signore e il suo casato, in cambio di protezione e di mantenimento.
La corte era un luogo chiuso, dove si produceva e al tempo stesso si consumava cultura.
Esistevano diversi tipi di intellettuali cortigiani: potevano infatti provenire da una famiglia aristocratica (Boiardo), essere il signore della città (Lorenzo de’ Medici), oppure – più comunemente – persone alle dipendenze del signore, ricevendo in cambio dei loro servizi mantenimento e protezione.
Chi però non voleva subordinarsi al potere, poteva optare per la condizione clericale, che offriva notevoli vantaggi materiali e permetteva il godimento dei benefici ecclesiastici. In questo caso non era necessario prendere gli ordini sacerdotali, ma soltanto gli ordini minori (obbligo del celibato), così come fecero Petrarca e Boccaccio.
Nel Quattrocento le lettere godono di grande considerazione: si ritiene infatti che solo chi ha cultura letteraria abbia i requisiti per partecipare alla vita sociale.
Un’altra caratteristica dei letterati di questo periodo è la loro mobilità nello spazio: essi infatti si spostavano nelle varie corti italiane quali Milano, Mantova, Ferrara, Firenze, Venezia, Urbino, Roma e Napoli.
Durante il periodo dell’Umanesimo si sviluppa anche una nuova concezione del mondo. A differenza della concezione di tipo teocentrico dove Dio era posto al centro dell’universo affermatasi nel Medioevo, ora – agli inizi del Quattrocento, prende parte una nuova visione antropocentrica, in cui l’uomo pone se stesso al centro della realtà e abbiamo una visione ottimistica dell’uomo.
Questo mutamento è possibile in quanto fino al Medioevo l’uomo era visto come una creatura fragile ed effimera, contaminata dal peccato originale.
Si afferma quindi una concezione laica, che non implica però il rifiuto del sentimento religioso cristiano, ma anzi mira ad una purezza originaria del messaggio cristiano. (si crede ancora in Dio)
Si afferma in questo periodo anche il principio di imitazione: vengono infatti seguiti gli antichi in ogni campo, perfino nella lingua e nel costume.
La riscoperta dell’essenza autentica dei classici è il presupposto indispensabile per poter mettere a frutto il loro insegnamento. Nel Quattrocento vengono infatti gli studi delle lettere classiche come studia humanitatis, quelli cioè che formano l’uomo nella sua interezza.
Il culto umanistico dei classici determina nuovamente il predominio del latino, che non è più ovviamente quello medievale, ma il latino classico nella sua purezza.
Gli umanisti si rifanno ai modelli di Petrarca, Cicerone, Virgilio, Orazio e Ovidio.
Si continua comunque a scrivere in volgare, ma i componimenti sono legati a radici popolari e presentano caratteri più arcaici.
Verso la metà del secolo, però, si ha una nuova inversione di tendenza: il volgare comincia a riprendere piede – così come era stato nel Medioevo – come lingua di cultura.
Fra i principali autori dell’Umanesimo latino possiamo ricordare: Poggio Bracciolini, Coluccio Salutati, Lorenzo Valla, Pico della Mirandola.
Gli autori principali dell’Umanesimo volgare sono invece Lorenzo de’ Medici (Trionfo di Bacco e Arianna), Leon Battista Alberti, Boiardo (l’Orlando Innamorato), Iacopo Sannazzaro.

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