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Riforme in Sicilia

Nella prima metà dell'Ottocento, avvenimenti importanti accadevano nella Sicili borbonica, per iniziativa dei medesimi baroni. In questo luogo trovò rifugio il re Ferdinando IV, con la protezione, ma realmente circondato dagli atistocratici siciliani ostili. Il comandante inglese, lord Bentinck, un liberale moderato, voleva dimostrare che era possibile introdurre in Sicilia un regime costituzionale, alternativo a quello autoritario napoleonico vigente nel continente; i baroni, dal canto loro, progettavano una riforma dell'ordinamento feudale che garantisse l'autonomia dell'isola e della sua aristocrazia dalla monarchia napoletana e abolisse, al tempo stesso, i vincoli feudali che gravavano sulle terre, come gli usi civici e i fidecommessi, impedendone la libera vendita. Maturò dunque, presso gli inglesi e presso i baroni, l'idea di creare in Sicilia una monarchia costituzionale con una forte caratterizzazione aristocratica. Idea che si realizzò nel 1812, quando il parlamento siciliano approvò una Carta costituzionale che affidava il potere legislativo a un parlamento bicamerale, composto da una camera dei pari (rappresentanti di ecclesiastici e baroni e loro successori) e da una camera dei comuni (rappresentanti delle popolazioni). Il parlamento aveva ampi poteri di controllo sul re e sul suo governo. La Costituzione del 1812, inoltre, aboliva i feudi, sopprimeva i diritti baronali (dietro indennizzo) e gli usi civici (senza indennizzo), limitava i fidecommessi.

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