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Seconda Rivoluzione Industriale

Nel corso dell’Ottocento il paesaggio economico dell’Europa si presenta piuttosto frazionato. Rivoluzione industriale e meccanizzazione dei processi produttivi sono da tempo patrimonio dell’Inghilterra e anche della Francia, che disponeva fin dai primi decenni del secolo di prospere attività manifatturiere. Attorno alla metà dell’Ottocento il processo di industrializzazione si è decisamente affermato in Germani,soprattutto a Berlino, dove sorgono numerosi complessi siderurgici. In Austria la produzione industriale decolla in Boemia e nella regione di Vienna. Alla fine del secolo l’Europa centro-settentrionale appare nel pieno della seconda rivoluzione industriale, mentre l’Italia, Russia e Spagna arrivano a dotarsi di un apparato industriale da impianti siderurgici e da cantieri navali.

IL NUOVO RUOLO DELLO STATO NELLO SVILUPPO INDUSTRIALE

Mentre l’Inghilterra procedeva nello sviluppo industriale e gli USA gettavano le premesse della futura crescita economica, in Europa i paesi che si impegnarono più sistematicamente nell’emulazione dell’esempio inglese erano quelli più vicini, geograficamente, cioè Francia e Belgio, seguiti a breve distanza dalla Germania. In questo nuovo contesto di competizione internazionale lo stato svolse un ruolo strategico. Questa volta,però,contrariamente di quanto accaduto all’inizio dell’industrializzazione inglese,l’iniziativa statale fu accolta da un clima più favorevole. Per seguire l’esperienza inglese,infatti,non bastava la miscela di creatività,coraggio e modesti investimenti iniziali. Occorrevano ingenti capitali, macchine sofisticate, capacità d’investimento sul medio – lungo periodo. L’unico soggetto capace di garantire queste condizioni era, appunto, lo stato , che avrebbe anch’esso fallito qualora mancassero disponibilità e attesa dalle forze più dinamiche della società.
Il primo dato economico fu che la sconfitta di Napoleone e il superamento del blocco continentale ai danni dell’Inghilterra rappresentavano la conquista di una libertà sospirata a lungo. In un mercato libero, infatti, la produzione inglese era destinata a sbaragliare la concorrenza in forza dei suoi prezzi competitivi. Alle difficoltà si accompagnavano nuove aspettative dagli stati che per la prima volta assegnavano allo sviluppo economico il compito di assicurare ricchezza, ordine sociale e quindi ponevano all’economia al centro delle proprie preoccupazioni.

LA SITUAZIONE ECONOMICA NELL’EUROPA CONTINENTALE

Negli ultimi anni del Settecento pareva quasi che il ritardo accumulato nei confronti dell’Inghilterra fosse ormai divenuto incolmabile. Nel 1790 in Francia si contavano appena 900 telai meccanici, mentre nelle regioni tedesche, belghe e olandesi le innovazioni introdotte nell’industria tessile inglese rimanevano estranee alla mentalità dei produttori. Seri ostacoli sembravano precludere all’Europa continentale la via dell’industrializzazione: la concorrenza inglese rappresentava un ostacolo iniziale per chiunque si proponesse di avviare un’impresa produttiva; i tentativi del governo inglese di impedire la diffusione dei nuovi macchinari rendevano la loro imitazione; la sovrabbondanza di manodopera espulsa dalle campagne dopo la modernizzazione delle strutture agrarie, finiva per trasformarsi in un freno per l’innovazione tecnologica, dal momento che molti imprenditori preferivano lo sfruttamento di masse di operai scarsamente retribuiti piuttosto che contribuire nel rinnovamento tecnico dei macchinari.
Eppure sul continente esistevano regioni di antica vocazione industriale, paragonabile a quella inglese: nel settore meccanico la maestria dei valloni era indiscussa e le loro macchine erano vendute in tutta Europa fin dall’inizio del Settecento;l’abilità delle officine lombarde nella lavorazione del ferro era proverbiale fin dal Medioevo. In queste regioni di antica vocazione industriale l’elemento inglese incontrò condizioni per essere imitato. Gli storici economici hanno notato che, laddove il seme dell’industrialismo moderno attecchì saldamente, è possibile riscontrare la presenza di alcuni elementi costanti: buone rete infrastrutturale;quindi l’avvenuta maturazione di un’agricoltura improntata a criteri di tipo capitalistico, in grado di assicurare una buona accumulazione di capitale; infine la cancellazione dei residui feudali.
Alla diffusione del modello industriale contribuirono gli stessi inglesi. Infatti numerosi tecnici e imprenditori si fecero “divulgatori” della nuova tecnica di produzione industriale illustrandone i dettagli agli imprenditori del continente. Ma questi ultimi erano ancora indecisi ad abbandonare le antiche consuetudini e a rischiare somme di danaro in attività di cui ignoravano le prospettive; spesso anche dinanzi alla scelta tra vecchie e nuove macchine,preferivano quelle vecchie,oppure si accontentavano di quelle usate, contribuendo così ad espandere ancor di più il divario tecnologico con l’Inghilterra.

1850 – 1873: VENTI ANNI DI SVILUPPO INDUSTRIALE

Dopo la crisi del 1848, l’economia venne colmato il divario tra società inglese e le maggiori economie europee per quanto riguarda le condizioni strutturali e per le infrastrutture e le politiche economiche generali. L’estensione della rete ferroviaria rappresentò il perno della nuova fase dell’industrializzazione in quanto favorì l’unificazione dei mercati e con la crescente domanda del ferro e carbone, fece dell’industria pesante il nuovo settore trainante.
In questi decenni lo sviluppo industriale cessò di essere un evento incerto per trasformarsi in fatto istituzionale. La particolarità di questi anni, però, consistette nel fatto che la crescita della civiltà industriale non riguardava i beni di consumo, ma riguardava i beni strumentali,cioè macchine,locomotive.
Parallelamente alla costruzione dell’apparato produttivo del mercato mondiale, procedette la transizione dell’agricoltura europea verso una struttura organizzativa industriale. Infatti le campagne dei paesi più sviluppati si ristrutturarono attorno alla grande azienda agricola capitalistica, che utilizzava ormai solo braccianti salariati e faceva registrare un’intensa meccanizzazione del lavoro, tale da garantire risparmio di manodopera.

L’INTERVENTO DELLE BANCHE

Le nuove economie industriali non potevano più affidarsi solo all’iniziativa privata; né era possibile immaginare che i profitti realizzati con la vendita fossero sufficienti ad assicurare le risorse indispensabili per nuovi investimenti. L’ingente quantità di capitali necessari a promuovere iniziative produttive nei vari settori esigevano che alle antiche banche subentrassero istituti di credito di nuovo tipo, capaci di alimentare gli investimenti di medio e lungo periodo. Questa funzione fu assolta da due tipi di banche: le prime organizzate sul modello francese Crèdit mobilier e le seconde strutturate sullo stampo delle banche miste tedesche.
• il modello francese, prevedeva un ruolo strategico delle banche nella promozione dell’industrializzazione,attraverso la capacità di rastrellare il risparmio privato e di assicurare credito ai fini produttivi;
• il modello tedesco,prevedeva una funzione più diretta nella vita economica e produttiva. Infatti promuoveva attività industriali, creava società, mobilitava i risparmi privati garantendo loro sicura remunerazione.
Il legame più diretto tra capitali privati, risparmi ed investimenti industriali,trovò conferma anche nell’evoluzione giuridica delle forme societarie. La S.p.a ( società per azioni ) divenne la forma prevalente di organizzazione industriale, in quanto garantiva l’emancipazione e la piena autonomia dell’impresa dalla proprietà e dalla possibilità per i risparmiatori di scambiare il rischio d’impresa ( in caso di risultato negativo ) con una quota dei potenziali profitti ( in caso di esito positivo ).

1873 – 1896 : CRISI, MONOPOLI E INTERVENTO STATALE IN ECONOMIA

L’espansione dell’economia industriale cominciò a rallentare, per precipitare nel 1873. Le ragioni della crisi erano legate all’integrazione dell’economia mondiale, con la riduzione dei margini di manovra delle singole economie nazionali e la tendenza a riorganizzare il mercato globale attorno a grandi gruppi monopolistici e oligopolistici. Nei settori ad alta intensità di capitale era inesistente lo spazio per i piccoli e medi imprenditori in concorrenza tra loro: pochi grandi soggetti,organizzati in trust o cartelli, detenevano un potere di mercato esclusivo. La tendenza monopolistica del capitalismo di fine secolo testimonia l’avvenuta globalizzazione dell’economia: produzione e scambio presentavano ormai un orizzonte mondiale; la competizione era più larga e il libero mercato appariva sempre più come una condizione di rivalità economica.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, quasi tutti gli stati tranne che l’Inghilterra, paladina del libero scambio,si orientarono vero politiche protezionistiche, nel tentativo di difendere l’economia nazionale dalla concorrenza e dalla competizione internazionale. L’interventismo statale in economia crebbe in questi anni vertiginosamente sia a livello legislativo sia attraverso nuove politiche economiche a sostegno dei settori strategici dell’industria pesante. La stagione del liberalismo politico e del libero scambio in economia sembrava definitivamente chiusa, messa in crisi da un sistema dove l’intreccio tra potere politico e potentati economici si faceva più stretto.

IL DECOLLO INDUSTRIALE IN ITALIA

L’Italia conobbe il suo decollo industriale negli anni compresi tra il 1896 e 1908, quando passò definitivamente da paese agricolo a stato agricolo – industriale. Se nel 1900 l’agricoltura produceva la metà della ricchezza nazionale e l’industria un quinto,nei dodici anni l’economia crebbe del 6,7% annuo, raggiungendo nei settori della metallurgia, chimica e meccanica la crescita del 12%.
Una delle caratteristiche dell’industrializzazione italiana fu la subordinazione dell’industria della finanza. Il riordino del sistema finanziario e la nascita della Banca d’Italia e di altri importanti istituti di credito consentirono all’industria di accedere al credito e di finanziare gli investimenti; a essere finanziate erano le industrie “protette”. Lo sviluppo godette di una robusta protezione e si avvalse a un basso costo della manodopera, la meno retribuita in Europa e costretta ad orari più lunghi. L’industri italiana fu il risultato di una miscela di quattro elementi: bassi salari, lunghi orari, protezione doganale, commesse statali.
Il primo balzo in avanti di questo sviluppo fece registrare successi straordinari, ma acuì le contraddizioni e i problemi dell’Italia unita. Nord e Sud continuarono e seguire strade diverse: l’industrializzazione del Nord venne pagata con l’arretratezza del Sud.
La classe dirigente liberale, infatti, trovava il suo blocco sociale di consenso nel Nord e nei grandi proprietari terrieri del Sud, per i quali il mantenimento dello status e l’arretratezza rappresentavano garanzia della propria fortuna.

Differenze sostanziali con la I Rivoluzione Industriale:

1)Carattere generale (interessa tutta l’Europa e non una singola nazione)
2)Danneggiamento nei confronti dell’agricoltura (produzioni abbondanti per via dei nuovi territori disponibili e conseguente calo dei prezzi)
3)Innovazioni tecnologiche (petrolio, elettricità, acciaio, telefono, motore a scoppio, telegrafo senza fili, dinamite, ricerca chimica, linee ferroviarie transcontinentali)
4)Capitalismo finanziario (nascita di nuovi grandi istituti di credito per rendere disponibili maggiori capitali). Si creano nuovi contatti tra società
a)cartelle: intese tra imprese che producono le stesse merci per fissare i prezzi;
b)trust: concentrazione di aziende legate ad un identico ciclo di produzione.
5)Protezionismo invece che liberoscambismo

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