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Alle radici di un atroce rito(2)

Tre modi di morire sul rogo

Le testimonianze, lasciateci dai viaggiatori francesi Jean Baptiste Tavernier e François Bernier nel XVII secolo e dal britannico Thomas Twining nel secolo successivo, documentano la morte delle sati con descrizioni complete e dettagliate. Questi viaggiatori hanno osservato tre diversi modi di procedere all’ esecuzione del rito.
Nel Nord dell’ India esisteva un braciere di circa quattro metri quadrati, costituito da una catasta costruita con canne di bambù e legname, nel quale erano collocati contenitori d’olio e altre sostanze grasse per accelerare la combustione. La donna era legata a un palo al fine di precludere ogni via di fuga; quelle che riuscivano a salvarsi erano disonorate e ripudiate dalle loro famiglie e dalla loro casta.
Nel Bengala, il braciere composto da palme, giunchi e paglia, era situato sulle rive del Gange. Le vedove prima lavano le spoglie del marito, poi si purificavano nelle acque del fiume e infine, strettamente legate al corpo del defunto venivano ricoperte di combustibile e lasciate ardere dalle fiamme.

Nella costa sud-est e nel Nord del paese veniva preparato un braciere all’ interno di una fossa abbastanza profonda. Fu in una di queste fosse che François Bernier vide morire una donna e cinque schiavi. Lo stesso viaggiatore constatò che alcune vedove venivano spinte nel braciere dai propri familiari desiderosi di accaparrarsi la loro eredità.
Ma la grande maggioranza delle donne indù compiva spontaneamente questo sacrificio, considerato un obbligo sacro, con intrepida fermezza e insensibilità evidenziate dallo stesso François Bernier che ebbe la ventura di assistere a questi orribili spettacoli.

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