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Rivoluzioni inglesi

In seguito alla morte della regina Elisabetta I, il trono d’Inghilterra fu ereditato per via femminile dal re di Scozia Giacomo Stuart: si ebbe un'unione di Inghilterra e Scozia, prima come unione personale delle due Corone (1603), poi con la creazione di un unico Parlamento (1707), in cui gli scozzesi erano molto meno numerosi degli inglesi: la Gran Bretagna divenne allora un unico regno.
Gli Stuart avrebbero voluto governare come sovrani assoluti, ma in Inghilterra il Parlamento, creato con la Magna Charta Libertatum (1215), aveva un forte potere e nessuna tassa poteva essere imposta senza la sua approvazione. Nel 1629 il re Carlo I Stuart decise di sciogliere il Parlamento e non lo convocò più fino al 1640, quando fu costretto a farlo per ottenere i fondi necessari a sedare una rivolta in Scozia.

Il Parlamento però si rifiutò di obbedire ciecamente al re, per cui ci furono forti tensioni: all’interno del Parlamento i livellatori (levellers) miravano a creare una repubblica.

Quando Carlo I fece arrestare i capi del Parlamento, scoppiò una guerra civile (1642) che si concluse con la vittoria dell’esercito parlamentare, guidato da Oliver Cromwell. Carlo I fu arrestato, processato e decapitato e per un breve periodo (1649-1660) l’Inghilterra fu una repubblica sotto la direzione di Cromwell.

Dopo la morte di Cromwell, gli Stuart vennero richiamati al trono, ma i contrasti con il Parlamento ripresero e una seconda rivoluzione (1688) allontanò definitivamente gli Stuart dal potere: la Corona fu assegnata a Maria (figlia del re deposto Giacomo II) e a suo marito, Guglielmo d’Orange; le libertà concesse dalla Magna Charta vennero riconfermate e una Dichiarazione dei diritti (Bill of Rights, 1689) rafforzò i poteri del Parlamento e le libertà dei cittadini.


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