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La Rivoluzione inglese

I regni unificati da Giacomo I a Carlo I Stuart (1603-1649)

Alla morte di Elisabetta I (1603) salì al trono d’Inghilterra il re scozzese Giacomo VI Stuart, figlio di Maria Stuart, che prese il nome di Giacomo I. Con lui i regni di Inghilterra e Scozia furono definitivamente unificati, e sia i cattolici, sia i puritani sperarono in cambiamenti favorevoli al loro culto. Il nuovo sovrano disattese, però, le aspettative di entrambi: pur discendendo da una casata cattolica, egli sostenne l’anglicanesimo ed inasprì le multe per chi non presenziava alle funzioni. Alcuni estremisti organizzarono, perciò, un attentato ai suoi danni, che tuttavia fu sventato in tempo (Congiura delle polveri). Quanto ai puritani, essi preferirono la fuga allo scontro: i cosiddetti Padri pellegrini, lasciata l’Inghilterra, s’imbarcarono in Olanda alla volta dell’America, sulla celebre nave Mayflower (1620).

Sul piano politico Giacomo I si scontrò con il Parlamento, cui non piaceva l’atteggiamento assolutista del sovrano e l’eccessivo sfarzo della sua corte.

A Giacomo I succedette, nel 1625, il figlio Carlo I, la cui politica fu pari a quella del padre. Anch’egli di tendenze assolutiste, impose nuove tasse ignorando i principi della Magna Charta (“no taxations without parliamentary consent”), ed istituì due tribunali speciali, la Camera stellata e la Corte di alta commissione, contro gli oppositori politici e religiosi. La conseguente rivolta dei parlamentari spinse Carlo I a sciogliere l’Assemblea, ma presto egli dovette ricostituirla per finanziare la campagna militare contro la Spagna. Il Parlamento sottopose al sovrano la Petition of Rights, un documento che dichiarava l’illegalità delle misure da lui prese, ed egli, costretto dalle circostanze, la firmò. Tuttavia Carlo I non tardò a riprendere la situazione: sciolto di nuovo il Parlamento, istituì imposte gravose e spregiudicate, dando inizio al decennio noto come “lunga tirannia”.

Il popolo, quindi, insorse, dapprima in Scozia, poi anche altrove. L’incipiente rivolta spinse il sovrano a convocare il Parlamento, una volta per un breve periodo, un’altra più a lungo (“Breve Parlamento” e “Lungo Parlamento”). In quest’ultima occasione l’Assemblea si oppose fermamente al re, rimuovendo, tra l’altro, il suo diritto a scioglierla. Nel frattempo la rivolta scoppiò anche in Irlanda, mossa dai cattolici. Si diffuse il sospetto che Carlo I avesse fomentato l’insurrezione, per indurre il Parlamento ad accettare l’istituzione di un esercito più forte. La prospettiva spaventò l’Assemblea, che con la carta detta Grande rimostranza si assicurò il controllo delle forze armate e riformò la struttura della Chiesa anglicana sul modello presbiteriano. Il re considerò inaccettabile la situazione, e ordinò a un gruppo armato di arrestare i leader parlamentari, per sedarne l’opposizione. Ma, avvertiti in tempo, questi riuscirono a fuggire, e l’episodio si ritorse contro il re nella forma di una vera e propria guerra interna.

Guerra civile e rivoluzione

La rivolta assunse i caratteri di una guerra civile; da un lato l’esercito reale dei cavalieri (per lo più esponenti dell’alta nobiltà o dell’alta borghesia), dall’altro le teste rotonde parlamentari (la gentry, la media borghesia). Ma si trattò anche di una rivoluzione, poiché diffuse idee antimonarchiche e repubblicane.

Le forze parlamentari, benché unite in un fronte unico, erano in realtà distinte da diverse ideologie:

  • i presbiteriani miravano a demolire la struttura gerarchica della Chiesa anglicana;

  • gli indipendenti, i puritani più radicali, chiedevano la libertà di culto indiscriminata;

  • i levellers (i “livellatori”), democratici e diffusi nell’esercito, chiedevano il rispetto della sovranità popolare e il riconoscimento del diritto di voto a tutti i maschi adulti e liberi;

  • i diggers (gli “zappatori”), l’ala estremista dei levellers, invocavano l’abolizione della proprietà privata in nome di una mitica uguaglianza originaria.

In un primo tempo le truppe monarchiche ebbero la meglio sui rivali, e conquistarono posizioni strategiche vantaggiose. La svolta si ebbe quando il controllo dell’esercito parlamentare fu affidato a Oliver Cromwell, un indipendente della gentry. Cromwell ristrutturò l’esercito secondo un nuovo modello di efficienza (New Model Army) e, grazie anche al reparto di cavalleria pesante degli Ironsides (letteralmente “fianchi di ferro”), inflisse una serie di sconfitte a Carlo I, costringendolo a fuggire. Il sovrano cercò asilo in Scozia, ma diffidato, fu consegnato al Parlamento inglese.

Vinta la guerra all’assolutismo, il Parlamento affrontò i contrasti interni legati alle diverse posizioni ideologiche dei partiti. L’esercito era ormai d’ostacolo al processo istituzionale, per via delle diverse opinioni che lo dividevano. Si tenne a Putney, presso Londra, un’assemblea in merito, e si discusse poi il tema del suffragio. Frattanto, Carlo I riuscì a fuggire in Scozia, e aiutato dai sovversivi locali riprese lo scontro con i parlamentari. Il New Model Army di Cromwell intervenne di nuovo, di nuovo vinse e convinse gli indipendenti a imporne il mantenimento in assemblea. Cromwell e i suoi emarginarono i presbiteriani e cercarono l’intesa con i numerosissimi livellatori. Carlo I fu processato, condannato a morte e, infine, decapitato. L’Europa intera ne fu sconvolta, poiché con lui veniva meno il diritto divino del sovrano assolutista, posto alla guida dei suoi sudditi e dei sudditi indiscusso signore.

La dittatura di Cromwell (1649-1658 )

Morto Carlo I (1649), fu proclamato il Commonwealth, la repubblica unita di Inghilterra, Scozia e Irlanda, e Oliver Cromwell ne divenne il presidente. Attraverso arresti e soppressioni (anche violente), Cromwell rafforzò l’istituzione governativa a scapito dei livellatori. Ottenuto, quindi, il totale controllo dell’esercito, lo impiegò contro Irlanda e Scozia, dove la ribellione agli inglesi non si era mai spenta del tutto. Deciso a instaurare un governo personale, Cromwell sciolse il Parlamento, e assunse il controllo dittatoriale del Paese con il titolo di Lord Protettore. Il nuovo leader era appoggiato dalle classi imprenditoriali e mercantili, che godevano della sua politica protezionista finalizzata al lucro. I buoni risultati economici, tuttavia, non evitarono il crollo del regime di Cromwell, troppo repressivo per durare nel tempo. Per il carattere ereditario della carica di Lord Protettore, alla morte di Cromwell (1658) salì al potere il figlio Richard, che, però, si arrese ai disordini interni e aprì la via al ritorno degli Stuart.

La “Gloriosa rivoluzione” (1688 )

I ceti sociali che avevano condotto la rivoluzione, appoggiarono l’ascesa di Carlo II, figlio di Carlo I, il cui intento fu di restaurare l’ordine con propositi concilianti. Il re accolse la libertà di culto, consolidò gli organi istituzionali e la Chiesa anglicana, quale sostegno indispensabile alla corona.

Le tensioni, tuttavia, si ripresentarono presto: l’ambiguità politica del sovrano (di atteggiamenti, a volte, filocattolici) e l’intesa con la monarchia francese deteriorarono i rapporti con il Parlamento e riaccesero la protesta antipapista. Con il Test Act e l’Habeas Corpus Act, l’Assemblea rimarcò le differenze tra Inghilterra e Francia, ed impedì ai cattolici di esercitare funzioni pubbliche. Lo scontro tra corona e Parlamento si inasprì negli ultimi anni del regno di Carlo II, e proseguì sotto la monarchia del fratello Giacomo II. Quest’ultimo, di fede cattolica, adottò una politica fortemente impopolare, e avversa alla folta comunità protestante inglese. In occasione del matrimonio tra una figlia di Giacomo II - Maria - e lo Statolder di Olanda, Guglielmo III d’Orange, fu organizzato un piano per destituire il re in favore del governatore olandese. Mentre lo Statolder preparava lo sbarco armato in Inghilterra, Giacomo II ne scoprì il piano e formò una controffensiva, ma ancor prima di combattere molti dei suoi disertarono ed egli fuggì in Francia. Avvenne così la “Gloriosa rivoluzione” inglese, che a dispetto del nome fu del tutto incruenta.

In seno al Parlamento si svilupparono, intanto, due schieramenti opposti, destinati a trasformarsi in partiti politici moderni:

  • i Tories, sostenevano le prerogative del re e il suo ruolo di capo della Chiesa anglicana;

  • i Whigs, filoparlamentari, erano vicini alle correnti calviniste e avversi al cattolicesimo.

Dal dibattito tra gli schieramenti prese forma la solenne dichiarazione del Bill of Rights (1689), che Guglielmo d’Orange e consorte s’impegnarono a rispettare come condizione per salire al trono. Il documento sanciva l’instaurazione di una monarchia parlamentare e costituzionale: il sovrano legittimava il ruolo del Parlamento, ed escludeva i discendenti cattolici dalla successione al trono.

Negli anni successivi, Guglielmo d’Orange promulgò trattati in riconoscimento dei diritti delle minoranze religiose. Si venne, così, a creare uno Stato di diritto fondato su principi laici e liberali, nel quale il potere esecutivo spettava al re e alla Camera dei Lords, e il potere legislativo era del Parlamento.

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