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Risorgimento Italiano

Nel decennio successivo al 1848 l’Italia conobbe uno sviluppo economico minore al resto d’Europa (settore tessile in Lombardia insieme a industrie siderurgiche e meccaniche). Anche le attività bancarie si svilupparono. Il fatto che l’Italia fosse sotto il dominio austriaco non aiutò il processo di sviluppo economico: c’era una chiusa politica doganale che non permetteva commerci fiorenti con l’estero e inoltre lo stato di ferrovie e strade era pessimo. Inoltre l’impero austriaco scaricava sul regno lombardo veneto gran parte dei costi della propria amministrazione e per questo parte dei profitti non poteva essere utilizzata. Dunque gli elementi frenanti dell’economia lombardo-veneta erano proprio la dominazione straniera e l’assolutismo. Questo era più sentito nel mezzogiorno dove la politica che intraprendevano i borboni era solo espressione della volontà dei latifondisti. L’unico regno italiano dove le cose erano diverse era il regno di Sardegna, che aveva un assetto costituzionale. Proprio per suo merito iniziò una politica riformatrice che permise al Piemonte di migliorare la sua situazione economica (vennero migliorate la rete ferroviaria e quella stradale, vennero aboliti i dazi doganali e venne potenziato il porto di Genova). Il fatto che l’unica parte dell’Italia con un assetto costituzionale fosse anche l’unica a progredire economicamente dimostrò la politica era più collegata di quanto non si pensasse all’economia. Questa cosa era fondamentale per un’aristocrazia ed una borghesia reduci del 1848, nelle quali la fede liberale era ormai scomparsa e che avevano di nuovo contatti diretti con i ceti dominanti. Il Piemonte era conferma pratica del fatto che le verità del liberalismo (libertà costituzionali, indipendenza, unità e diritto economico) erano giuste e praticabili. Lo statuto piemontese era inoltre molto innovatore e di fondamentale importanza. Questo venne in seguito esportato anche fuori dal Piemonte per merito di Cavour, nobile piemontese che si fece portavoce di un’aristocrazia modernizzatrice.

Nel 1830 Cavour era fortemente favorevole alla svolta rivoluzionaria ma in seguito egli si spostò su delle posizioni molto più moderate che erano a metà tra il reazionarismo chiuso dei governi europei e quello che volevano i rivoluzionari democratici. Questo avvenne anche grazie ai viaggi che egli compì. Fu a Londra che Cavour conobbe un parlamento e ascoltò i dibattiti riguardo la rivoluzione industriale e il modo in cui essa dovesse essere supportata. Tornò in Italia dove s’accorse che la politica di Carlo Alberto era troppo chiusa allo scambio, se confrontata con quella di Francia o Inghilterra. Cavour espresse questo giudizio come imprenditore, che quindi affrontava direttamente i problemi economici legati alla politica dell’epoca e che assalivano il popolo. Egli divenne politico solo dopo l’esperienza del 1848 e già dal 49 era direttamente impegnato in politica, come deputato in parlamento. Il suo primo intervento servì ad abolire i privilegi ecclesiastici in tutto il regno. Fu nel 1850 che pronunciò un discorso per difendere questa legge, la Legge Siccardi e nella stessa occasione si pronunciò anche a favore di una politica riformatrice che ponesse il Piemonte in testa a tutte le forze italiane, togliendo spazio alla propaganda repubblicana. Egli divenne portavoce del liberalismo moderato e fu proprio questo ad affermare la borghesia come una classe in grado di dirigere l’unificazione di un paese. Cavour voleva uno stato nazionale a monarchia costituzionale, liberista in campo economico e liberale su quello sociale, un paese aperto anche ad un riformismo sociale facendo tornare intorno alla politica tutta la borghesia. La stessa borghesia che dopo il 48 era tornata ad avere rapporti con la vecchia aristocrazia. La proposta fu considerata interessante proprio perché appariva come concretizzabile in uno stato che era poi il Piemonte sabaudo. Fu proprio per questo che qui affluirono tutti o quasi gli intellettuali italiani, permettendo dunque una creazione di una classe dirigente nazionale, ancora prima che l’Unità fosse di fatto stabilita. Nel 1857 si formò la Società nazionale italiana di Cavour dove confluirono sia democratici che liberali e dove confluì lo stesso Garibaldi. Tutti loro erano racchiusi da uno slogan: “Italia a Vittorio Emanuele”. Cavour nel 50 venne anche eletto ministro dell’agricoltura e delle finanze sotto il governo di Massimo D’Azeglio e in virtù di questa carica ebbe iniziative in campo politico ed economico stringendo anche accordi con la Francia e con l’Inghilterra. Il governo di D’Azeglio era però troppo timido ed andava superato. Per questo nel 1852 Cavour strinse un’alleanza politica con la sinistra parlamentare e guidò la maggioranza in parlamento. Per questo Vittorio Emanuele II gli affidò la formazione di un altro governo. Così Cavour divenne primo ministro e gettò le basi per far verificare il proprio programma. Primo obiettivo era di creare una situazione indipendente favorevole e per fare questo aveva bisogno dell’appoggio delle potenze europee poiché il regno di Sardegna non aveva sufficienti forze né militari né economiche. Proprio per questo Cavour decise di partecipare alla guerra di Crimea: Essa permetteva all’Italia di guadagnarsi l’appoggio di Francia ed Inghilterra. Lì le forze anglofrancesi erano opposte a quelle russe e Cavour spedì un contingente di aiuto antirusso. Non fu facile eseguire questa operazione perché in Italia si faceva fatica a capire per quali benefici si stava combattendo ed a che pro lo si faceva. Fu nel febbraio 1856 che si aprì il congresso per discutere una pace con i russi, dopo la vittoria delle truppe anglofrancesi. Fu solo in una seduta minore che Cavour poté parlare dell’Italia e della situazione. Dopo che i diplomatici francesi ed inglesi si espressero negativamente sul regno delle due sicilie Cavour fece mettere per iscritto ciò e finalmente catalizzò l’attenzione francese e inglese sull’Italia. Non vi fu alcun impegno da parte di Napoleone III ma vennero mossi i primi passi verso un’alleanza. Fu solo il 20 luglio 1858 che a Plombieres, in un incontro segreto tra i due, vennero stipulati i primi accordi che potevano porre fine alla situazione italiana. In questi accordi la Francia si impegnava a intervenire militarmente in aiuto dell’Italia se essa fosse stata attaccata per prima dall’Austria. Inoltre era prevista la divisione nei seguenti regni: la parte settentrionale, dalla Lombardia all’Emilia Romagna, era sotto il dominio di casa Savoia, vi era al centro una monarchia che Napoleone III voleva affidare al cugino e un regno al centro dove doveva esserci un figlio di Murat. Il Papa si teneva lo Stato Pontificio mentre il Piemonte doveva cedere Nizza e la Savoia alla Francia.
Intanto però in Italia l’azione dei democratici si intensificava: Mazzini dopo il 1848 aveva continuato lo sforzo rivoluzionario e nel 50 aveva fondato il Comitato centrale democratico europeo e il Comitato nazionale italiano. Non aveva però voluto riflettere sulle cause che lo avevano portato alla disfatta (limiti programmatici e incapacità di analizzare la composita situazione sociale italiana), continuava anzi a vedere l’Italia come pronta a scoppiare per la libertà e per l’indipendenza. Si levarono a questo punto delle critiche contro l’impostazione sopra citata e soprattutto sul fatto che il programma mazziniano appariva formale e privo di una caratterizzazione sociale che invece necessitava. Proprio in questo periodo Ferrari scrive sulla necessità di dare alla rivoluzione italiana il carattere sociale che a Mazzini mancava. Per Ferrari i movimenti rivoluzionari italiano e francese dovevano unirsi e cercare l’unità con le masse con una riforma agraria che permettesse anche ai contadini di avvicinarvisi. Se Ferrari è un razionalista rivoluzionari, Pisacane si avvicinava a Mazzini nel modo di respingere la subordinazione della rivoluzione italiana a quella francese ma se ne distaccava anche perché la sua teoria aveva un acceso carattere classista. Secondo lui la debolezza della borghesia poteva essere per la rivoluzione un bene perché non necessitava metterla al potere. Il luogo dove questa rivoluzione poteva attecchire era di nuovo la campagna, sfruttando lo stato di miseria e di oppressione della popolazione. Fu proprio in virtù di queste considerazioni che il gruppo dei democratici cominciò a guardare con nuovo interesse il sud Italia. Queste correnti di pensiero sono dette socialismo risorgimentale. Mazzini si contrapponeva fortemente al socialismo risorgimentale e si mise in dura polemica con i socialisti per via del loro programma che come si è detto prima sembrava troppo classista. La sede del Comitato nazionale italiano era a Londra e nel 51 elaborò un programma di iniziative con il quale si avviarono verso un nuovo periodo di tentativi insurrezionali (dal 51 al 55 in una zona che andava dalla Lunigiana al regno Lombardo Veneto). Nel 57 infine partì una spedizione per provare a sollevare le popolazioni del sud. La spedizione fu guidata da Pisacane ma venne subito fermata a Sapri. Si può dire dunque che anche la prospettiva del socialismo risorgimentale rimase senza sbocchi. Proprio a causa di questo la fiducia nel partito diminuì, molte figure di spicco del partito di azione se ne allontanarono e diedero poi vita alla Società nazionale italiana. Fu questo ultimo partito che fece da nucleo al partito che guidò il processo unitario italiano.
Le guerre per l’indipendenza
Immediatamente dopo gli accordi presi in segreto con Cavour, Napoleone III provò ad abbandonare l’alleanza appena formata perché le altre potenze estere temevano uno stravolgimento dell’ordine. Napoleone voleva risolvere convocando un congresso che potesse risolvere il problema italiano. Nel regno del Piemonte la politica di Cavour intanto perdeva favori perché non si capiva la ragione della concessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Sembrava che tutto stesse per fallire quando l’Austria fece un errore: vedendo che l’esercito piemontese vicino al suo confine veniva rafforzato e vedendo anche che era stato inserito un nuovo gruppo nell’esercito (i Cacciatori delle Alpi) inviò un ultimatum perentorio alla Francia, dove veniva chiesto il disarmo totale delle forze sabaude che erano concentrate al confine del Ticino, con lo scioglimento delle forze volontarie. L’ultimatum venne respinto e nel 1859 l’Austria dichiarò aperte le ostilità con gli stati sardi. Napoleone III fu costretto ad inviare 100.000 uomini mentre gli austriaci passavano il Ticino. Vi furono una serie di importanti battaglie vinte dai piemontesi, anche per merito di Garibaldi che era a capo dei Cacciatori delle Alpi. Per merito di queste battaglie il governo austriaco risultò compromesso e anche la Toscana, Parma, Piacenza e Modena insorsero chiedendo subito l’annessione al regno di Sardegna. Quando tutto sembrava quasi finito l’imperatore Napoleone III firmò un armistizio con l’Austria, la pace di Villafranca, nel luglio del 59. L’imperatore non considerò le aspirazioni rivoluzionarie italiane ma si rese conto che le cose divenivano troppo complicate per i francesi che rischiavano l’apertura di un fronte sul Reno con la Prussia che voleva soccorrere l’Austria e non poteva comunque stabilire i territori filo francesi che aveva sperato nei regni settentrionali. In più rischiava di mettersi in contrasto col papato. Con l’armistizio l’Austria cedeva alla Francia la Lombardia (per essere consegnata al regno sabaudo) e nei regni dell’Italia centrale dovevano tornare i sovrani spodestati. Cavour rimase enormemente deluso dal comportamento di Napoleone e per un breve periodo si allontanò dalla politica. In ogni caso Vittorio Emanuele ratificò le decisioni di Villafranca anche se invano poiché le popolazioni ostacolavano i rientri dei sovrani, continuando a chiedere inutilmente l’annessione al regno di Sardegna. Nel frattempo c’erano dei governi provvisori. Anche Napoleone III era in una situazione spiacevole: era venuto meno agli accordi di Plombieres e non poteva chiedere Nizza e Savoia e proprio per questo non sapeva come giustificare la partecipazione al conflitto. Cavour, tornato al governo, sfruttò la situazione dandogli Nizza e la Savoia e ottenendo l’annessione degli stati dell’Italia centrale. A questo punto il regno sabaudo è composto di Piemonte, Liguria, Sardegna, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana. Lo scossone dato da questa guerra aveva dato inizio al vero e proprio movimento che portò all’Unità d’Italia: i fermenti nelle zone non ancora libere dall’assolutismo crescevano sempre di più per poter accelerare l’unificazione. Cavour però era cauto per non rischiare di forzare troppo la situazione internazionale. Proprio dall’esitazione di Cavour riprese il movimento democratico,sempre guidato da Mazzini. Volevano realizzare con la forza ciò che le vie diplomatiche non potevano più cambiare. Volevano organizzare il comune desiderio popolare per portare a termine in breve tempo l’Unità. Nell’Aprile del 1860 scoppiò una rivolta a Palermo organizzata da Crispi e Rosolino. Intanto Garibaldi cominciò ad arruolare volontari per una spedizione con il segreto assenso del governo che, comunque, non avrebbe avuto la forza di fermarlo. I volontari arruolati salparono dal porto di Quarto, vicino Genova fermandosi subito in Toscana a Talamone dove fecero rifornimento di armi. A Marsale, in Sicilia, si scontrarono con le truppe borboniche e vinsero. L’esercito intanto continuava a crescere perché vi si arruolavano continuamente giovani contadini siciliani che credevano di poter finalmente essere liberati da borboni e latifondisti. Di li a un mese l’esercito arrivò a Napoli. Questa azione sconvolse tutto il mondo che si rese conto che per far crollare una monarchia secolare bastarono 1000 soldati, d’altronde il sistema borbonico era antiquato e non ci volle che un urto per farlo crollare. Ora il rischio era che Garibaldi continuasse e invadesse anche lo stato pontificio. Per evitare questo Vittorio Emanuele II invase lo stato pontificio e sconfisse le truppe papaline. Poi si incontrò a Teano con Garibaldi e lì egli rimise ogni potere in mano al re. A questo punto vennero fatti due plebisciti e le popolazioni meridionali, marche ed umbre votarono per essere ammesse al regno di Sardegna. Il 17 marzo 1961 venne proclamata la fondazione del regno di Italia e Vittorio Emanuele II ne ebbe la corona. Cavour morì in giugno.
L’organizzazione ed i caratteri dello stato unitario
Già nel gennaio precedente all’unificazione si svolsero le prime elezioni politiche del nuovo stato. In pochissimi votarono, in tutto il 2% della popolazione era iscritto alle liste elettorali. Infatti per lo statuto albertino, la legislazione che dal Piemonte venne trasferita al nuovo regno, potevano votare solo i cittadini abbienti con più di 25 anni di età, che sapessero leggere e scrivere e che pagassero 40 lire di imposte dirette all’anno. Quindi per essere eletti il numero di persone che ti votavano dovevano essere una decina, circa. La piccola minoranza votante era composta da proprietari fondiari, imprenditori agricoli, industriali, aristocratici, militari di alto grado, funzionari di stato e professionisti affermati. In pratica questa sarebbe stata la nuova classe dominante, fondata dall’incontro dei nuovi ricchi ceti borghesi e dei vecchi nobili e proprietari fondiari. La leva su cui faceva il nuovo stato era una base sociale molto limitata e la maggioranza della popolazione non aveva diritti politici. Inoltre nel nuovo stato il personale politico era prevalentemente piemontese, con qualche toscano. Si erano tutti formati alla scuola di Cavour e la maggioranza aveva già provato a governare il passato regno di Sardegna nel decennio di preparazione all’unità. Proprio per questo si può dire che si stava riaffermando una continuità istituzionale tra regno sabaudo e regno d’Italia. La stessa continuità era poi anche fondata sul fatto che era lo statuto albertino lo statuto in vigore in tutta Italia. Inoltre Vittorio Emanuele II mantenne il proprio nome, proprio come se non fosse cambiato nulla. Infine anche il numero delle legislature si mantenne uguale, risultando quindi l’VIII legislatura, considerando le prime 7 del regno sabaudo. Per evitare comunque questa minima parte di popolazione votante si correva un rischio molto grande per quei pochi che avevano permesso che l’unità d’Italia avvenisse. Il gruppo dirigente si divise così in due nel parlamento: A destra sedevano i moderati ed i liberali conservatori che volevano continuare a seguire i metodi di Cavour. A sinistra c’erano i progressisti, democratici di insegnamenti mazziniani e garibaldini. Fu alla destra storica che venne dato il compito di amministrare lo stato per i suoi primi 15 anni di vita. Il compito era difficile poiché in Italia mancava una struttura amministrativa omogenea. C’erano differenze persino all’interno della stessa regione e solo 650.000 cittadini parlavano italiano. Gli altri 2 milioni solo dialetti diversi tra loro e che rendevano la comprensione impossibile. Per compiere questo lavoro emersero due possibilità: accentrare ogni potere nelle mani di un solo governo e estendere tutta la legislazione sabauda al regno oppure attuare un cauto decentramento del potere, fondando le regioni. In questo modo si sarebbe salvaguardato l’autogoverno di ogni zona riuscendo anche a far integrare le classi dirigenti dei vecchi stati in quello nuovo. Fu scelta la prima soluzione per timore di non riuscire a governare il paese e perché le spinte democratiche e repubblicane erano presenti in molta parte della popolazione. Così nel 1861 la legge comunale piemontese fu estesa a tutta Italia e nacque la figura del prefetto. Egli era il rappresentante del governo in ogni provincia e fu l’unico modo per realizzare il controllo amministrativo diretto dal centro, imposto dai moderati. Egli tutelava l’ordine pubblico, dirigeva gli organismi sanitari provinciali, la scuola ed i lavori pubblici, nominava i sindaci e i deputati provinciali. Rispondeva al ministro degli interni. Nei primi anni, di nuovo, la maggioranza dei prefetti era piemontese oppure era già stato in qualche modo in politica nello stato sabaudo. Si instaurò una politica liberistica come Cavour sperava e nel 62 venne imposta in tutto il paese i primi 4 anni di scuola elementare, i primi due erano gratuiti ed obbligatori. La libertà che i piemontesi avevano proposto non sembrò a tutti uguale alla realtà dei fatti: per questo già a partire dal 61 scoppiarono forte insurrezioni contro i piemontesi. A causa di ciò iniziò il fenomeno del brigantaggio. Vi fu una vera e propria guerra civile degli eserciti cittadini contro le bande di briganti. Essi però avevano delle semplici motivazioni: non videro nel nuovo stato una risposta ai propri bisogni. La questione della terra non venne affrontata ed ai contadini non venne assicurato l’accesso alla proprietà. La riforma agraria avrebbe avvicinato le masse contadine al nuovo stato che era però comunque controllato da latifondisti non interessati a promuoverla. Anche i democratici rimasero disinteressati a ciò che le masse di contadini chiedevano, questo comportamento fu tenuto anche durante la liberazione del mezzogiorno e tutto questo creò nelle masse una sfiducia nei confronti del nuovo governo. Per questo la politica cavouriana si muoveva in questo senso, cercando di lasciare da parte i democratici e di allearsi col ceto medio urbano. Inoltre vennero mantenuti molti elementi del passato nell’esercito e nell’amministrazione e per questo il popolo si allontanò ancora di più dalla politica. È proprio in questo clima che si inserisce la spinta dello stato pontificio per far insorgere i cittadini e farli ritornare allo stato borbonico appena cacciato. L’atteggiamento puntava proprio sul malcontento cittadino che aumentava anche a causa di alcune disposizioni che diede il nuovo stato come la leva obbligatoria. Proprio in questo stesso clima esplode il fenomeno del brigantaggio. La delusione per quanto avvenuto colpisce anche chi prima fu garibaldino. Cominciò a essere chiaro che esisteva una profonda frattura tra nord e sud e le classi dirigenti non seppero rispondere che con la repressione, che si concluse nel sangue. Nel 64 il sud veniva considerato rappacificato. Non venne minimamente sfiorata la motivazione che era stata causa di questa ribellione, lasciando aperta una ferita che ancora dura.
La difficile integrazione nazionale
Insieme ai bersaglieri che repressero le rivolte dei briganti al sud vennero portate anche le ferrovie: lo stato italiano voleva costruire una rete stradale e ferroviaria su tutto il paese. Vennero abolite le barriere doganali per far diventare l’Italia un unico grande mercato. In ogni caso questo mercato era dominato dal sistema manifatturiero settentrionale e gli stessi gruppi imprenditoriali investirono anche nella costruzione delle ferrovie. Questo significa che ciò che doveva unire il paese non fece altro che accentuarne le differenze e le distanze. Il fatto che venisse praticata una politica liberista metteva il sistema commerciale del sud e del centro in grande difficoltà. Fu così che il sud fu condannato ad essere una regione prevalentemente agricola. In più il lavoro a domicilio e l’artigianato locale scomparvero sotto la forza delle manifatture meccanizzate, facendo perdere moltissimi posti di lavoro. L’Italia rimaneva comunque un paese prevalentemente agricolo, anche se nel post unità si andò verso un’industrializzazione. Erano operai solo il 18% degli italiani. I contadini comunque non erano proprietari delle terre che lavoravano, terre concentrate nelle mani di pochi. Gli italiani erano dunque coloni, mezzadri, braccianti che lavoravano a giornata
Gli squilibri finanziari
L’unità d’Italia aveva avuto costi immensi che non ci si poteva permettere di sostenere. Venne creato un unico debito pubblico nazionale, che aumentò vertiginosamente quando si cominciò la costruzione delle opere pubbliche necessarie al funzionamento del nuovo stato. Lo stato italiano si trovò indebitato e i titoli di credito nei suoi confronti avevano visto il loro valore scendere vertiginosamente. Così si procedette all’aumento del prelievo fiscale: le imposte dirette però fornivano solo un terzo delle entrate statali. Circa metà se si considerano i passaggi, le eredità etc.. Per questo vennero aggiunte delle imposte indirette che colpivano non i patrimoni (come quelle dirette) ma i consumi. Esse non distinguevano tra i consumi dei ceti ricchi e di quelli poveri. Particolarmente iniqua fu la tassa sul macinato. Comunque, nonostante l’aumento della pressione fiscale, non si riuscì a risanare la situazione. Vennero anche venduti parecchi beni monastici, vennero nazionalizzati alcuni tipi di commerci ma comunque non ci si riuscì. Quando nel 1866 scoppiò quella che viene definita terza guerra di indipendenza lo stato perse altri milioni di lire. In più la crisi economica fece si che coloro che possedevano titoli italiani cominciarono a venderli al ribasso, volendo avere oro in cambio. Questa corsa alla conversione divenne esagerata in aprile. Infatti allora le valute avevano una parità fissa con l’oro. Il governo fu costretto ad emendare un decreto di “corso forzoso”: fu permessa da parte delle banche di cartamoneta inconvertibile. Dal 66 questo decreto rimase in vigore fino all’81 e insieme ad altre misure ridusse il debito, provocando un’inflazione così alta da far perdere alla lira un terzo del valore. Già nel 76 comunque era stato annunciato il pareggio del bilancio.
La questione romana
La destra storica dovette affrontare anche altre due questioni: i territori veneti e quelli romani non facevano ancora parte dello stato italiano, come si poteva risolvere? Il primo territorio venne annesso nel 66 con la partecipazione del regno alla guerra austro-prussiana. Invece il territorio romano diede vita ad un altro problema che venne detto questione romana. Era fondamentale per gli italiani avere Roma capitale e quindi il governo cercò di trovare un accordo con il papa Pio IX. L’accordo fu però impossibile a causa dell’intransigenza che il Papa mostrò. Inoltre Napoleone III era un difensore dei suoi interessi e mandò addirittura le proprie truppe in difesa del pontefice. Invece Mazzini non voleva trovare alcun accordo, decidendo di ottenere Roma ad ogni costo. Nel 62 ci fu il primo tentativo da parte di Garibaldi di compiere una marcia su Roma. Sull’Aspromonte venne fermato e ferito, in seguito imprigionato dall’esercito regolare italiano. L’unico vero ostacolo alla conquista di quei territori era Napoleone III. Nel 1864 venne firmata una convenzione nella quale l’imperatore si impegnava a ritirare le proprie truppe entro 2 anni e l’Italia non doveva attaccare Roma. Inoltre, a garanzia di ciò, la capitale venne trasferita a Firenze (1865). In ogni caso ormai la frattura tra lo stato pontificio e quello italiano non poteva più essere sanata, questo si confermò con l’emanazione da parte di Pio IX del Sillabo. In esso il papa aveva annotato 80 locuzioni che la chiesa assolutamente trovava incompatibili con la fede e con il credo cristiani. Egli voleva chiudere con tutto quello che era accaduto dalla rivoluzione francese in poi. Inoltre egli stava mettendo un punto fermo rispetto ai principi fondatori dello stato italiano. Nel 67 Garibaldi provò ad entrare a Roma con un esercito di volontari ma furono fermati a Mentana. Solo nel 70, quando la Francia fu sconfitta sotto un altro fronte militare, si ritentò la conquista di Roma e nel 1870 i bersaglieri riuscirono ad aprirsi un varco attraverso Porta Pia, entrando nella capitale. Nel 71 la legge delle Guarentigie venne emanata e si stabilì che la chiesa avrebbe avuto piena sovranità e la libertà di culto solo sul Vaticano. Il papa si dichiarò allora prigioniero del governo italiano e proibì qualsiasi partecipazione alla vita politica ai cattolici.

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