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Riformismo e conservazione nell'Europa del Settecento

La reale portata politica dell'Illuminismo


Sul piano teorico e culturale l'effetto raggiunto dall'Illuminismo fu di grande importanza per la civiltà occidentale anche se la sua traduzione sul piano pratico e politico non fu altrettanto incisiva e rivoluzionaria e soprattutto fu diversa da periodo a periodo e da nazione a nazione. Questo può essere attribuito oltre che alle oggettive diversità locali, anche alla natura stessa dell'Illuminismo, che non si fece interprete di un preciso programma politico, ma rappresentò piuttosto un orientamento culturale.

Chiesa e cultura illuministica

La cultura illuministica incontrò, nella sua diffusione in Europa, l'opposizione delle varie Chiese cristiane. La cultura ecclesiastica (cristiana e protestante) si trovò sostanzialmente impreparata di fronte al movimento illuministico. Quest'ultimo, dopo un iniziale atteggiamento di moderato distacco, assunse un atteggiamento così ostile nei confronti della cultura ecclesiastica da trasformarsi in una cultura realmente alternativa. Fu inevitabile una netta scissione tra l'ambiente laico e quello ecclesiastico. Di fronte alle rivoluzionarie novità del pensiero illuministico la Chiesa, invece di porre in atto una originale ricerca teologica per l'assimilazione dei nuovi orientamenti, si trincerò dietro una sterile difesa del proprio patrimonio culturale.

Il dispotismo illuminato

L'importanza delle nuove idee illuministiche fu compresa dai sovrani di alcuni Stati, che le attuarono in modo graduale e parziale, cercando di conciliare la critica all'assolutismo con l'esercizio di quello stesso potere assoluto. In questo tentativo di conciliazione essi finirono però con lo snaturare la portata democratica dell'Illuminismo. Da questo compromesso ebbe origine il fenomeno del dispotismo illuminato. I sovrani, sotto la spinta dei tempi, andarono sempre più incontro alle esigenze di libertà e di eguaglianza, ma nel senso di mantenere tutti uguali sotto di loro, mantenendo quindi quasi intatto il proprio potere. Ciò fu possibile anche per una grave mancanza degli Illuministi che da un lato criticavano l'origine divina del potere regio e dall'altro diffidavano di ogni programma troppo democratico, temendo l'irrazionalità e la disordinata passionalità del popolo. Ecco perché accettarono l'autorità regia purché venissero messi in atto le proprie riforme. Così alcuni sovrani poterono: limitare e combattere i privilegi di nobiltà e clero, instaurare la libertà dei commerci, promuovere l'istruzione pubblica, migliorare il regime fiscale. In questo modo le condizioni di vita di alcuni Stati migliorarono, ma nel complesso le popolazioni continuarono ad essere sottoposte alla volontà decisionale del potere costituito, a restare prive dei più elementari e fondamentali diritti. Da tale situazione trasse i maggiori vantaggi lo Stato che diventò ancora più forte. Più ricco e meglio amministrato. In Austria, Prussia e Russia (mentre la Francia rimaneva estranea alle nuove idee) la figura del sovrano venne identificata con quella del pater familias e venne a configurarsi un nuovo tipo di stato: lo stato paternalistico.

Maria Teresa d'Asburgo (1740-1780)

Mentre la Francia restava estranea ad ogni forma di rinnovamento, in Austria l'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo si propose di risanare economicamente il paese e contrastare le spinte atonomistiche del suo composito impero. Fu la sua un epoca tra le più feconde per la monarchia asburgica, grazie anche alla collaborazione di diversi diplomatici e di abili cancellieri. L'imperatrice riuscì così a limitare i poteri delle varie assemblee regionali e a riportare all'obbedienza nobiltà e clero. Promosse con ogni mezzo lo sviluppo delle attività produttive, facendo ricorso ad una drastica riduzione dei dazi interni. Riordinò il settore dell'istruzione dopo l'espulsione della Compagnia di Gesù, che da anni esercitava un rigido monopolio in campo educativo nel paese.

Giuseppe II (1780-1790)

A Maria Teresa d'Asburgo successe il figlio Giuseppe II che continuò l'azione di riforma. Raggiunse importanti risultati quali la più ampia libertà religiosa, l'abolizione della servitù della gleba, l'eliminazione dei privilegi feudali e nobiliari e la soppressione dell'obbligo per gli artigiani di far parte delle antiche corporazioni, tuttavia nella sua ansia riformatrice finì, a causa dell'asprezza dei suoi interventi, per alienarsi il consenso delle popolazioni che costituivano l'impero. Operò con estrema durezza e decisione anche nei confronti della Chiesa movendo dal presupposto che lo Stato ha il dovere di modificare, regolare e limitare le attività ecclesiastiche spinse il giurisdizionalismo alla sua massima espressione (cosa che gli valse il soprannome di "re sacrestano"). Addirittura impose ai vescovi di fare giuramento di fedeltà e di obbedienza al sovrano. Il suo successore, il fratello, Leopoldo II ritenne più saggio e realistico contenere e limitare le riforme troppo radicali e politicamente inopportune poste in atto dal predecessore.

Federico II di Hohenzollern

Ben più duttile e produttivo fu, nel seguire le idee illuministiche, Federico II il Grande, fondatore della potenza prussiana. Per Federico II lo Stato non è proprietà del principe: quest'ultimo altro non è che il suo primo servitore, tenuto a subordinare il proprio interesse personale al bene comune. Questi emanò precise norme per un più ampio godimento delle condizioni di vita dei propri sudditi (libertà religiosa, diffusione del libero pensiero). Semplificò e modernizzò, velocizzandole, le procedure dell'apparato giudiziario; vietò la condanna a morte e la tortura; limitò le punizioni corporali e riformò il sistema carcerario. Questo concretizzare gli ideali illuministici fece di lui il sovrano preferito dagli intellettuali europei.

Dispotismo illuminato in Italia

Anche in Italia alcuni principi portarono avanti una serie di riforme miranti al rafforzamento del proprio stato e al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. In Lombardia Maria Teresa d'Austria e Giuseppe II attuarono una serie di riforme legislative e portarono a termine diverse opere pubbliche; resero l'istruzione dai 6 ai 13 anni obbligatoria. Parallelamente si sviluppò un movimento culturale (ricordiamo il celebre giurista Cesare Beccaria) che fece della regione uno dei centri intellettualmente più avanzati d'Italia. Il granducato di Toscana, sotto i Lorena, vide attuarsi, con Pietro Leopoldo, una grande serie di provvedimenti a favore dell'agricoltura e del commercio. È il primo stato europeo ad abolire la pena di morte anche in caso di regicidio. Il granduca eliminò inoltre ogni esenzione dalle imposte per nobili e clero. A Napoli re Carlo III di Borbone assistito dal ministro Bernardo Tanucci (e affiancato da personaggi del calibro di Gianbattista Vico) attuò una politica commerciale di vasto respiro che accrebbe l'attività del porto di Napoli. Limitò inoltre gli antichi privilegi di nobiltà e clero e intraprese una serie di lotte contro il banditismo.

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