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Riforma e controriforma

Già nella seconda metà del Quattrocento si erano moltiplicate le istanze di trasformazione religiosa, soprattutto nel senso di un ritorno alla purezza evangelica, come quella che aveva caratterizzato le esperienze di Savonarola, Wycliff e Hus. Ma fu Lutero a innescare nel 1517 la cosiddetta «Riforma protestante», cioè la rivoluzione che avrebbe spaccato la cristianità, muovendo da una critica radicale della prassi e della dottrina ecclesiastica.

L’obiettivo particolare contro cui Lutero si scagliò nelle sue 95 tesi fu la dottrina delle indulgenze, ossia la remissione della pena imposta al peccatore, ottenuta anche con il pagamento di somme di denaro, tanto che si era diffusa nella cristianità la pratica della vendita delle indulgenze, predicata in Germania dal domenicano Tetzel. La critica di Lutero colpiva però in generale la politica ecclesiastica, la corruzione e il ruolo stesso della Chiesa di Roma.

Tra il 1520 e il 1321 Lutero, che invitava i principi tedeschi alla sollevazione contro Roma, fu condannato sia dalla Chiesa sia dall’imperatore Carlo V, salvandosi dalla cattura per la protezione ottenuta da Federico di Sassonia nel castello di Wartburg, dove tradusse in tedesco il Nuovo Testamento. Nel frattempo il luteranesimo si diffondeva in Germania, provocando da una parte la rivolta dei contadini (1524-25), che fu sconfessata da Lutero, dall’altra la guerra tra Carlo V e la Lega di Smalcalda dei principi protestanti, così chiamati per la protesta condotta contro la condanna di Lutero. Nel frattempo la Riforma si era diffusa in Svizzera, con Zwingli, e a Strasburgo, con Bucero. La Dieta di Augusta (1530), dove fu presentata a Carlo V la Confessio Angustana, ossia la professione di fede luterana, sancì la definitiva divisone della cristianità occidentale.

Anche l’Inghilterra si staccò nel 1534 da Roma, in seguito alla rottura tra il papato ed Enrico VIII: con l’Atto di Supremazia. il sovrano inglese si proclamò capo della chiesa inglese, sancendo lo scisma dalla Chiesa di Roma. Anche i Paesi scandinavi aderirono alla Riforma.

La dottrina teologica di Lutero si concentrava su alcuni punti cardine: in primo luogo la convinzione che nessuna opera fatta dall’uomo può condurlo alla salvezza, in quanto egli è intimamente corrotto dal peccato, ma che essa è totalmente dovuta alla fede, ossia alla decisione divina di rendere giusto l’uomo suscitando in lui la fede stessa tramite la grazia, in un rapporto diretto tra Dio e il fedele. Da ciò derivava il rifiuto del ruolo della Chiesa come mediatrice tra Dio e gli uomini, dato che non vi era più alcuna opera ne alcun rito da gestire. Infine, se la salvezza o la condanna dipendeva dalla scelta di Dio, allora si doveva dedurre la «predestinazione» dei destini umani secondo un disegno imperscrutabile della Provvidenza. Quindi doveva essere esclusa la libertà dell’uomo, cosa che fece Lutero sostenendo la teoria del «servo arbitrio» alla quale si oppose Erasmo.

A Ginevra il riformatore francese Calvino realizzò una teocrazia ispirata alla propria interpretazione dei principi della Riforma: il calvinismo si sarebbe diffuso in Scozia, in Francia e in Germania. Calvino accentuò fortemente la dottrina della predestinazione: sia la fede che le opere, inutili per conseguire la salvezza, divenivano quindi «segni» della salvezza ottenuta, riservata a un ristretto gruppo di eletti.

Abolita ogni funzione mediatrice della Chiesa, Lutero negava di conseguenza ogni differenza all’interno della comunità cristiana tra laici e sacerdoti: tutti i credenti in quanto battezzati sono sacerdoti. Inoltre, Lutero ridusse da sette a due i sacramenti, secondo lui gli unici fondati sulle Scritture: il battesimo e l’eucarestia. In ogni caso, per i protestanti i sacramenti avevano efficacia in ragione della fede del fedele, mentre nella dottrina cattolica avevano effetto per il solo fatto di essere amministrati da un sacerdote. Per i protestanti, quindi, i sacramenti tendevano a essere interpretati come atti simbolici. Il sacerdote veniva quindi de – sacralizzato, assumendo la pura funzione di «pastore delle anime», e non a caso i protestanti abolirono il celibato ecclesiastico.

Tuttavia, la religiosità cattolica e quella protestante conversero, nel corso del Cinquecento, nella ricerca di una disciplina interiore del fedele perseguendone il perfezionamento individuale: per i cattolici esso è perseguibile con l’aiuto della gerarchia ecclesiastica, per i calvinisti, per fare un esempio, con l’aiuto e il controllo dell’intera comunità. Da ciò la crescente importanza, in entrambe le confessioni, del catechismo.

La spinta luterana alla lettura personale delle Scritture spinse all’alfabetizzazione di massa i fedeli protestanti, influendo positivamente sull’istruzione nel suo complesso, al contrario di quanto accadde nel mondo cattolico, dove la lettura della Bibbia fu scoraggiata a favore del linguaggio delle immagini che adornano le chiese e parlano agli analfabeti.

Il mondo cattolico rispose alla Riforma anche con l’istituzione di nuovi ordini, come quello dei gesuiti (1540), impegnato sul fronte dell’educazione e dell’istruzione, che, accanto alla disciplina e al principio d’autorità, introduce elementi di introspezione e l’uso del gioco e del teatro come strumenti didattici.

La Chiesa cattolica reagì alla Riforma con una certa lentezza, sia perché era travagliata al suo interno da posizioni diverse rispetto alla necessità di una riforma ecclesiastica sia per l’assenza di una chiara dottrina su alcuni dei punti in questione, come ad esempio la dottrina della giustificazione. All’interno della Chiesa, ad esempio, il movimento per la Riforma cattolica era fautore di un profondo rinnovamento disciplinare e morale del clero.

Infine fu deciso di convocare un concilio che avrebbe affrontato sia i problemi dottrinali sia quelli disciplinari della Chiesa. Il Concilio di Trento (1542-1563), che ebbe una vita assai travagliata per la lotta interna al mondo cattolico tra conciliaristi e sostenitori della supremazia papale, definì i principali dogmi della fede cattolica: sia le Scritture sia la tradizione venivano riconosciute come fonti della fede; il latino fu confermato come lingua della Chiesa e unica Bibbia ufficiale fu confermata la Vulgata latina di San Girolamo; la lettura delle Scritture spettava solo al clero; i sacramenti erano fissati nel numero di sette. Fu riconfermata l’azione congiunta delle opere e della fede per la salvezza. Inoltre fu imposta la residenza dei vescovi nelle loro diocesi e l’obbligo delle visite pastorali nelle parrocchie, mentre si ribadiva la necessità di formare un clero culturalmente più preparato.

A impegnarsi nella realizzazione dei decreti conciliari, in particolare nell’opera di assistenza e di educazione, furono i nuovi ordini nati nel corso del XVI secolo: tra di essi i teatini, i somaschi, i barnabiti, le orsoline e soprattutto i gesuiti, che si impegnarono sia nell’educazione che nell’opera missionaria in Asia. Parallelamente, la Chiesa si impegnò nella repressione dell’eresia.

L’azione del Concilio di Trento, una tappa fondamentale nella storia della Chiesa, è stata definita da alcuni storici Controriforma, accentuandone l’aspetto repressivo e antiereticale, da altri Riforma cattolica, dando più risalto all’opera di riforma della morale sociale e individuale, della mentalità e della cultura cattoliche.

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