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CIVILTA’ PRECOLOMBIANE

Il popolamento del continente americano pare iniziare intorno al 40000/30000 a.C. L’uomo americano venne probabilmente dall’Asia attraverso lo stretto di Bering, da tempo gelato, tra la Siberia e l’Alaska, in ondate successive molto distanziate nel tempo e sparpagliandosi poi per tutto il continente americano. La fine dell’ultima glaciazione e il conseguente ritiro dei ghiacci intorno al 15000-12000 a.C. interruppe il collegamento fisico tra Asia e America e da quel momento gli Amerindi si svilupparono nel più completo isolamento in un mondo con caratteri totalmente diversi da quelli di Europa ed Asia.
I tratti somatici degli Amerindi sono sostanzialmente simili: statura media, viso tondeggiante, occhi appena obliqui, capelli scuri e lisci, colorito della pelle che gli europei definirono impropriamente “pellerossa” perché il colorito della pelle degli Amerindi è più scuro di quello degli europei ma forse anche perché gli Amerindi usavano cospargersi la pelle con una sostanza scarlatta per proteggersi dai raggi solari. Al momento della scoperta europea gli Indiani d’America non erano molto numerosi; il termine “indiano” è improprio poiché gli europei, che inizialmente credevano di aver raggiunto le Indie, chiamarono in modo errato gli amerindi definendoli “indiani”. Rispetto a Europa, Asia e Africa l’America disponeva di un vasto patrimonio vegetale: oltre al mais, cereale ignoto negli altri continenti, esso includeva la patata, il fagiolo, il pomodoro, il peperone, la zucca, l’ananas, il cacao e le arachidi. Ugualmente di origine americana è il tabacco. Molto più povero, a paragone con gli altri continenti, era il patrimonio animale: escludendo il bisonte che viveva solo nell’America del Nord, le società amerinde non avevano bovini e non conoscevano il cavallo, le pecore e i suini. Nell’America meridionale, in Perù vi era il lama, animale adatto alle grandi altitudini ma poco robusto e molto lento. L’unica specialità americana nel mondo animale era il tacchino. In questa realtà naturale, così diversa da quella del vecchio mondo, si erano sviluppate alcune grandi civiltà che possedevano una serie di evidenti caratteristiche comuni. Sia le società messicane(Aztechi e Maya) sia quella peruviana(Incas) erano pervenute a un’agricoltura evoluta che faceva largo uso di attrezzature idrauliche come dighe canali, ma non conosceva l’uso dell’aratro e i semi erano deposti nei fori aperti nel terreno con un bastone. Queste civiltà non conoscevano la scrittura anche se Maya e Aztechi erano arrivati a qualche forma di scrittura; era ignota anche la ruota ma si lavorava con grande abilità l’oro e l’argento; i popoli messicani e peruviani non conoscevano la moneta e si scambiavano i prodotti tramite il baratto; essi non avevano flotte marittime; essendo privi di veicoli a ruote dominavano con difficoltà gli spazi terrestri.
Vissuti per secoli in un isolamento reciproco relativamente forte a causa dell’enorme vastità dei territori, della presenza di foreste tropicali, deserti e catene montuose i popoli amerindi presentavano differenti stadi di sviluppo della civiltà. Accanto a popoli “primitivi” come i Tupì dell’Amazzonia, gli Arawak e i Caribe delle isole del centro America, accanto a popoli “semi primitivi” come i popoli del Nord America che, nomadi, seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti, si erano poi sviluppate grandi civiltà come quelle di Maya, Aztechi e Incas. Questi popoli costruirono città belle ed eleganti(Tenochtitlan degli Aztechi, Uxmal, Palenque e Chichen Itza dei Maya e Cuzco degli Incas) con una imponente architettura monumentale nella quale era sconosciuto l’uso dell’arco e della volta. La civiltà dei Maya conservò enigmatiche contraddizioni: un’agricoltura senza aratro e fondata soprattutto sul mais ma un’astronomia incredibilmente esatta e una matematica ben sviluppata. Gli Aztechi elaborarono un calendario ben strutturato basato sull’anno solare di 365 giorni diviso in 13 mesi di 20 giorni ciascuno con l’aggiunta di 5 giorni “infausti” Una caratteristica di queste civiltà è la visione pessimistica della storia: la storia del mondo è una successione di epoche distrutte da quattro cataclismi o una successione di generazioni(per i Maya c’era stata la generazione degli uomini di creta, poi quella di legno e poi di mais fino ad arrivare a quella degli uomini di carne che sarebbe stata distrutta). Le civiltà precolombiane praticavano sacrifici umani per ingraziarsi gli dei, ritardare un cataclisma o la fine di un’epoca. La mancata conoscenza dei metalli, tranne quelli preziosi, ebbe come conseguenza un ornamento rudimentale: le armi di legno con punte di ossidiana e gli scudi di cuoio o legno si rivelarono inutili contro i conquistatori europei.

MOTIVI DELLA FACILE CONQUISTA DEGLI EUROPEI

La facilità con cui il nuovo mondo cadde nelle mani dei conquistatori europei ha stupito gli storici. Spagnoli e portoghesi potevano, infatti, contare sull’uso di un armamento decisamente superiore dotato di armi da fuoco come cannoni e archibugi, spade di acciaio e l’uso della cavalleria ma erano comunque in numero decisamente inferiore rispetto agli indigeni. A favore degli europei giocarono, infatti, alcune circostanze a loro favorevoli: al momento della conquista spagnola la civiltà dei Maya era in declino e gli Incas erano appena usciti da una guerra civile che li aveva indeboliti; per quanto riguarda gli Aztechi gli spagnoli poterono contare sull’appoggio delle popolazioni indigene sottomesse dagli Aztechi. Le conquiste furono poi facilitate dall’involontaria introduzione presso gli indios di malattie a loro sconosciute e contro le quali gli indigeni non avevano alcuna difesa: è il caso non solo del vaiolo ma anche di malattie che in Europa erano considerate relativamente banali come il morbillo. Al contrario dalle Americhe giunse in Europa una grave malattia: la sifilide portata forse dai marinai di Cristoforo Colombo.

EUROPEI ED INDIGENI

La scoperta del Nuovo Mondo costrinse gli europei a confrontarsi con popolazioni delle quali fino a quel momento non si era neppure sospettata l’esistenza. In un primo tempo, all’inizio dei viaggi di esplorazione, il Nuovo Mondo viene identificato come il paradiso terrestre in cui le popolazioni indigene vivevano felici e serene. Colombo descrisse gli indigeni di Cuba, Hispaniola e San Salvador come esseri miti e ingenui, incapaci di fare del male e docili; aveva inoltre osservato che sarebbe stato molto facile convertirli al Cristianesimo. Ben presto i conquistatori europei si fecero però un’altra immagine degli Indios: li descrissero come esseri viziosi, vendicativi, dediti a pratiche crudeli e selvagge come il cannibalismo e i sacrifici umani; gli europei cominciarono allora a ritenerli individui che meritavano di essere ridotti in schiavitù. Sono queste le argomentazioni addotte da Juan Gines de Sepulveda che considerava gli indios esseri umani inferiori moralmente e intellettualmente rispetto agli europei. A queste idee si oppose il papa Paolo III che nel 1537 dichiarò eretica la tesi secondo la quale gli indios erano inferiori agli europei e quindi incapaci di intendere la parola di Dio; venne così avviata la strada della cristianizzazione degli indios. Sulla decisione del papa Paolo III influì Bartolomè de Las Casas che si recò sull’isola di Hispaniola per prendere possesso delle proprietà terriere lasciategli in eredità dal padre, un marinaio di Cristoforo Colombo.

Qui, a contatto con le atrocità della dominazione spagnola decise di farsi frate entrando nell’ordine domenicano e di dedicare la propria vita alla causa degli indios denunciandone pubblicamente lo sfruttamento. Gli sforzi di Las Casas ebbero successo: il papa Giulio II(1503-1513) decise di prendere posizione a favore degli amerindi; in seguito papa Paolo III nel 1537 dichiarò gli indigeni uomini come tutti gli altri e li ammise alla cristianizzazione. Anche i sovrani di Spagna apprezzarono l’opera di Las Casas: il governo spagnolo vietò che le colonie americane fossero considerate riserve di schiavi indigeni e nel 1530 vietò la schiavitù degli indios.

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