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Il Nord America nel Settecento

I primi coloni europei sbarcarono nel Nuovo Mondo all’inizio del Seicento. In quel periodo più di un milione di indigeni viveva nel territorio corrispondente agli attuali Stati Uniti. I nativi erano organizzati in tribù, in generale non avevano un’organizzazione statale analoga a quella che i conquistatori avevano trovato nell’America latina. Gli europei chiamavano gli indiani d’America “Pellerossa” per la loro usanza di dipingersi il corpo di rosso in occasione delle battaglie. Inizialmente i coloni mantennero rapporti amichevoli con gli indiani e non li sfruttarono. È interessante notare che furono gli europei a portare nel continente americano il cavallo. Tra gli indigeni e i coloni i conflitti si accentuarono quando la necessità di nuove terre fu più impellente: allora gli europei non esitarono a scacciare gli indiani con la violenza.

La formazione delle colonie inglesi d’America si realizzò nell’arco di poco più di un secolo, tra gli inizi del Seicento e i primi del Settecento. La colonizzazione fu piuttosto il risultato dell’iniziativa di compagnie commerciali e di singoli cittadini (proprietari terrieri, mercanti, affaristi) che cercavano fortuna al di là dell’Atlantico. Molti erano coloro che attraversavano l’oceano per sfuggire a persecuzioni politiche o religiose nel loro paese. Infine le colonie attiravano avventurieri di ogni tipo, debitori, contadini impoveriti, affaristi, provenienti non solo dalla Gran Bretagna ma anche da altri paesi europei, sicché in queste colonie si trovavano a convivere nazionalità e religioni diverse. La Corona inglese, pur non assumendo direttamente l’iniziativa della colonizzazione, la assecondò soprattutto per controbilanciare la presenza sul continente di altre potenze coloniali quali la Francia e la Spagna. La prima colonia inglese fondata nel 1584 venne chiamata Virginia, in onore di Elisabetta, la regina vergine. Nel 1620 approdò più a nord la nave Mayflower dei famosi Padri pellegrini, un gruppo di puritani che avevano abbandonato l’Inghilterra per sottrarsi alle persecuzioni religiose: fondavano la cittadina di New Playmouth e diedero inizio alla colonizzazione di quella regione che venne chiamata Nuova Inghilterra. Le colonie del centro vennero strappate agli olandesi che in questi territori avevano costituito dal 1609 la Nuova Olanda.
Per tutto il Settecento giunsero nel nord America emigrati da tutta l’Europa e nel 1775 la popolazione arrivò a contare circa due milioni e mezzo di abitanti. Le attività economiche si svilupparono con rapidità. I nuovi arrivati portarono competenze lavorative, abilità commerciali, artigianali o agricole. Erano pieni di iniziative e desiderosi di trovare uno sbocco per la loro nuova vita. Il mondo coloniale non era soggetto ai sistemi dell’antico regime, non conosceva né privilegi né divisioni di ceto. Nel Nuovo Mondo contavano soprattutto l’operosità e l’ingegnosità, il saper sfruttare una terra piena di risorse e abbastanza grande per tutti. Nel Nord America si svilupparono forme di governo molto diverse da quelle delle colonie spagnole o portoghesi, soprattutto nelle colonie settentrionali di ispirazione repubblicana dei puritani, abituati a eleggere gli “anziani” delle proprie comunità, favorì la formazione di una robusta vita democratica. Le colonie dipendevano dal governo inglese, ma erano rette da governatori affiancati da un consiglio, composto dai personaggi scelti tra i più influenti della colonia e nominati dal governatore. Il governatore con i suoi funzionari esercitava il potere esecutivo, invece il potere legislativo spettava a assemblee elettive, che avevano anche il diritto di votare le leggi finanziarie. Nel corso del Settecento queste assemblee coloniali ampliarono progressivamente le loro prerogative diventando istituzioni autonome dalla madre patria con poteri piuttosto simili a quelli del Parlamento inglese.
Le tredici colonie inglesi erano nate in tempi diversi e ospitavano popolazioni diverse, notevoli erano anche le differenze economiche e sociali. Le colonie del nord erano caratterizzate da una forte omogeneità etnica, la popolazione era in larga maggioranza inglese e religiosa perché qui si erano insediati i puritani. L’attività principale era la coltivazione dei cereali, praticata in piccole aziende in cui i proprietari lavoravano direttamente la loro terra. Grazie all’abbondanza di legname si sviluppò sulle coste una fiorente industria cantieristica. Protagonista della società era perciò una borghesia formata da piccoli proprietari terrieri, commercianti, imprenditori, pescatori. Le colonie del centro erano invece caratterizzate dalla coesistenza di etnie e religioni diverse. Il clima favorevole e la fertilità del suolo consentirono la diffusione di colture redditizie (cereali, lino, frutta) praticate su vasti latifondi controllati da un ristretto numero di grandi proprietari terrieri. Erano numerose e sviluppate anche le città, in cui emergeva un ricco ceto di mercanti. Le colonie del sud avevano un clima sub-tropicale che aveva favorito lo sviluppo di vaste piantagioni di tabacco, cotone e canna da zucchero. L’agricoltura si basava sullo sfruttamento degli schiavi di origine africana. Il ceto dominante era l’aristocrazia fondiaria. A metà del Settecento le tredici colonie erano accomunate dai vincoli che le legavano alla madrepatria, ma presentavano al loro interno forti differenze.

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