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La crisi del Seicento

Tra la fine del XVI secolo e la fine del XVII quasi tutte le aree europee furono investite da un processo di trasformazione, che la storiografia ha identificato come la «crisi generale del Seicento». Con questo concetto si vuole intendere insieme la crisi delle strutture agrarie, la contrazione demografica, quella manifatturiera, industriale e commerciale, un'intensificazione del ciclo carestia-epidemia-carestia, gli effetti nefasti della guerra, ma anche il declino di vecchie e il consolidamento di nuove gerarchie nella vita degli Stati e nelle relazioni internazionali, e i movimenti sociali — rivolte e rivoluzioni che scossero l'Europa del tempo.
Generale la crisi fu per la molteplicità di fattori e componenti che entrarono nel processo storico, per la vastità delle aree investite, non per l'omogeneità delle dinamiche e degli effetti. Questo significa che essa non colpì tutti i paesi allo stesso modo, negli stessi tempi, negli stessi settori, nelle stesse attività economiche. Crisi agraria, manifatturiera, commerciale, deficit delle bilance dei pagamenti, inflazione e recessione furono fenomeni dall'andamento assai diversificato nel contesto dei paesi europei.
Possiamo fare subito tre esempi, prima di approfondire meglio tutto il discorso. Nella bassa Provenza francese, tra il 1600 e il 1690, furono messe a coltura nuove terre, fu valorizzato il territorio, aumentarono i raccolti e il rendimento della terra, aumentò la popolazione attiva, si arricchirono i ceti emergenti. Soltanto tra il 1690 e il 1730 si verificò una contrazione dello sviluppo. In Inghilterra, tra il 1620 e il 1640, mentre una parte del settore industriale entrò in crisi (produzione di ferro, piombo e stagno soprattutto), l'agricoltura registrò una fase di relativa espansione. Per tutto il Seicento il Mezzogiorno d'Italia fu segnato, invece, da una contrazione generale di popolazione, produzione e reddito. Tre casi diversi, dunque: essi indicano non soltanto che i ritmi e le modalità della crisi furono diversi da area ad area, ma anche che la sfavorevole congiuntura investì paesi che avevano strut-ture economiche di base differenti e che già nel corso del Cinquecento, in un periodo cioè di congiuntura favorevole, avevano fatto emergere quelle differenze.
Dalla crisi alcuni paesi uscirono più deboli, altri più forti: alcuni, come l'Inghilterra e l'Olanda, stabilirono la loro egemonia sul continente, altri si indebolirono ulteriormente e furono subalterni alle grandi potenze economiche fino alla seconda rivoluzione industriale. Ecco perché il concetto di «crisi» appare intimamente legato a quello di «trasformazione ».
Ma nel significato di «crisi generale» occorre inserire anche altri aspetti. Oltre la dimensione della storia economica e sociale, quella della storia politica è entrata a pieno titolo nella considerazione della storiografìa sul Seicento europeo. La pressione militare e fiscale durante la guerra dei Trent'anni; il declino dei grandi sistemi imperiali, quello spagnolo in particolare, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra il centro e la periferia del sistema; la crisi delle forme e delle relazioni politiche tradizionali; l'influenza e la circolazione su scala europea di nuovi modelli politici: sono questi gli scenari delle rivoluzioni e delle rivolte che, soprattutto negli anni Quaranta del Seicento, sconvolsero alcuni paesi europei.

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