L'Inghilterra medio-vittoriana

Il periodo 1850-75 coincise con l’apogeo della potenza britannica. Dopo la revoca delle Corri Laws nel 1846 fu adottata una politica coerentemente liberoscambista, che assecondò un poderoso sviluppo economico, commerciale e demografico. La ricchezza del paese si accrebbe sensibilmente, migliorando lo stesso tenore di vita dei lavoratori e contribuendo a determinare un’accentuata stabilità interna. Su questo sfondo, lo sviluppo della società ebbe tra i suoi effetti una ristrutturazione del sistema politico: le due principali forze politiche
- whigs e tories-— si organizzarono su basi nazionali e assunsero rispettivamente la fisionomia di un partito liberale e di un partito conservatore. Si posero così le basi di un modello bipolare fondato sulla loro alternanza al governo, che sarebbe stato preso per esempio da molti altri paesi. In questa fase centrale del lungo regno della regina Vittoria (durato dal 1837 al 1891), e per l’esattezza dal 1855 al 1874, la scena politica fu tuttavia dominata dai liberali, che sedettero quasi ininterrottamente al governo sotto la guida prima di Henry J. Palmerston e poi — dal 1865 — di William E. Gladstone.
Il governo di Palmerston (1855-65) fu caratterizzato da un netto primato della politica estera, le cui direttrici vennero fissate dal tradizionale antagonismo con la Russia nel Medio Oriente e dalla preoccupazione che le nuove ambizioni imperiali della Francia alterassero gli equilibri europei. Gli episodi più salienti ditale politica furono la partecipazione alla guerra di Crimea e il sostegno indiretto fornito dalla Gran Bretagna all’unificazione italiana, nel quadro di un atteggiamento favorevole alle rivendicazioni nazionali di vari paesi europei. I risultati furono in entrambi i casi positivi: la guerra di Crimea ridimensionò infatti drasticamente la potenza russa in Europa, mentre la nascita di un nuovo grande stato nazionale in Italia contribuì a bilanciare quella francese.
Fu invece Gladstone a promuovere un’intensa politica di riforme, anche se in realtà la più importante di questo periodo fu attuata dal leader tory Benjamin Disraeli in una breve parentesi del predominio liberale. Conservatore ma attento alla tutela sociale dei lavoratori, Disraeli rispose alle esigenze di ampliamento del suffragio, espresse nel 1860-62 da alcune agitazioni radicali, varando nel 1867 un secondo Reform Bili che accrebbe dell’82% l’elettorato politico, portandolo a 2,5 milioni. Benché tale cifra non superasse l’8% della popolazione, questa riforma estese la rappresentanza dei ceti medi imprenditoriali e urbani e della stessa classe operaia, il peso delle quali divenne determinante.
A questa legge, che con il parallelo ridimensionarsi dei poteri della corona creò le premesse di una moderna democrazia parlamentare, si collegò l’intensa opera riformatrice del primo governo Gladstone (1868-74): nel 1869 furono aboliti i privilegi riservati alla chiesa anglicana e nel 1870 un Education Act sottopose le scuole religiose al controllo dello stato, promuovendo la costituzione di scuole pubbliche aconfessionali. Si limitò inoltre la corruzione istituendo concorsi per l’accesso agli impieghi pubblici e abolendo la venalità dei gradi nell’esercito. Nel 1872 fu introdotto il suffragio segreto nelle operazioni di voto e l’anno dopo venne riformato il diritto penale.

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