Ali Q di Ali Q
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Inghilterra post-napoleonica

Durante il periodo napoleonico e anche in seguito, durante la restaurazione, l’Inghilterra mantiene un orientamento conservatore, in opposizione alla Francia rivoluzionaria e alle sue idee progressiste e in favore invece dei valori della tradizione impersonati dai lords e dalla grande proprietà terriera.

Ecco il motivo per cui l’Inghilterra aderisce inizialmente alla “Santa Alleanza”.
Essa nasce nel 1815, tra Austria, Russia e Prussia, le quali si propongono di rappresentare un organismo sovranazionale che si faccia garante dell’ordine in Europa.
L’Inghilterra vede la Santa Alleanza come un insieme di “sublimi sciocchezze”, ma essa è pur sempre uno strumento di ordine internazionale, preferibile comunque al disordine rivoluzionario.

Ben presto, però, tornano a galla in Inghilterra gli schemi progressisti, che vorrebbero tra l’altro un suffragio universale e non riservato solo ai più abbienti.

Portavoce di questa nuova tendenza è la rivista “Westminster Review”.
Ne sono fondatori Bentham e Mill, sostenitori del radicalismo.
Essi sostengono il principio che la legislazione debba la maggior utilità al maggior numero di cittadini, pertanto essi devono avere il diritto di scegliere i rappresentanti delegati all’approvazione delle leggi. Bentham afferma anche che dal diritto di voto debbano essere esclusi i militari – in quanto soggetti al volere degli ufficiali -, mentre secondo Mill le donne – in quanto condizionate dai mariti.

In campo economico, invece, David Ricardo sostiene che il reddito nazionale si divide in tre forme conflittuali tra loro: rendita agraria (proprietari terrieri), profitto (imprenditori) e salario (operai).
Secondo Ricardo, ciò che maggiormente ostacola il progresso industriale è la rendita fondiaria.
La spiegazione è che quando c’è tanta popolazione (quale è la situazione in Inghilterra) i salari non salgono più di quanto siano disposti ad aumentarli gli industriali, poiché esistono sempre disoccupati disposti a lavorare con basse retribuzioni. Tuttavia aumenta la richiesta alimentare, incrementando così il valore dei terreni. Pertanto in queste condizioni, la rendita agraria può aumentare più dei profitti, e quindi attirare capitali dall’impresa alla proprietà terriera, frenando così lo sviluppo industriale.
Per contrastare le tendenze del mercato, sostiene invece il principio dell’autonomia dell’iniziativa economica dallo stato. Occorre perciò indebolire il potere che i proprietari terrieri hanno in parlamento e presso il governo.

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