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CRONOLOGIA ESSENZIALE

-1688 Gloriosa Rivoluzione
-1715 Muore Luigi XIV (il Re Sole)
-1721 Inizio governo di Walpole
-1733-1738 Guerra di successione polacca
-1740-1748 Guerra di successione austriaca
-1756-1763 Guerra dei Sette anni
-1738 Pace di Vienna
-1739 Pace di Belgrado
-1748 Pace di Aquisgrana
-1763 Trattati di Parigi
-1772 Trattato di Pietroburgo
-1774 Trattato di Kuciuk Kainarge
-1779 Trattato di Teschen

2. L’Inghilterra da Walpole a Pitt

La maggior forza dell’Inghilterra del ‘700, stava nella grande stabilità politica, garantita dal sistema adottato in seguito alla “Gloriosa Rivoluzione” del 1688. Nel 1701 l’Act of Settlement stabilì che i sovrani dovessero essere anglicani, che ogni atto di guerra non potesse essere intrapreso senza il sostegno del Parlamento e che esisteva incompatibilità fra cariche della corona e incarichi parlamentari. Nel 1707 l’ Act of Union sanciva l’unione di Inghilterra e Scozia. A partire dal 1715, con i sovrani Giorgio I e II, appartenenti alla casata tedesca degli Hannover, il parlamento fu controllato da una maggioranza whig, vicina agli interessi capitalistici. La camera dei comuni era costituita da 558 membri, prevalentemente proprietari terrieri o appartenenti alla borghesia commerciale. Elettori erano tutti i cittadini maschi che potessero vantare una rendita minima di 40 scellini, quindi anche i piccoli proprietari e i fittavoli, cioè coloro che avevano in affitto poderi altrui.
Il sistema elettorale finiva per fondarsi su clientelismi che rendevano impossibile l’accesso alle cariche parlamentari a chi non fosse in rapporto con i rappresentanti più in vista delle 2 camere, i quali esercitavano il patronage, cioè la supervisione sulle nomine e il controllo sui nuovi eletti. La corruzione aveva avuto ripercussioni economiche notevoli. Solo l’abilità del leader whig Robert Walpole poté evitare il dilagare dello scandalo. Egli governò l’Inghilterra dal 1721 al 1742, risanando il bilancio e riuscendo a ridurre il debito pubblico. In quel periodo nacque la struttura politica del governo di gabinetto; dove i ministri assumevano la responsabilità di governo di fronte al parlamento, della cui maggioranza erano espressione, e non erano più vincolati, nel loro mandato, al re e alla sua fiducia.
Per ciò che riguarda la politica estera, Walpole evitò all’Inghilterra la partecipazione alla guerra di successione polacca e cercò rapporti di intesa con la Francia, nonostante la rivalità marittima e coloniale. A partire dagli anni 40 in Parlamento prevalse la posizione di quelli che volevano una politica più aggressiva, esprimendo per lo più gli interessi dei settori imprenditoriali e commerciali che la politica di Walpole aveva soddisfatto solo in parte. L’ Inghilterra partecipò, in funzione anti-francese alla guerra di successione austriaca. Walpole fu messo in minoranza e lasciò il governo, che passò nelle mani di William Pitt, fautore di una politica anti-francese e grande sostenitore degli interessi imprenditoriali e commerciali delle colonie. L’assunzione di Pitt del governo determinò un periodo di espansione del paese. La partecipazione alla guerra dei Sette anni fruttò al paese l’acquisizione delle colonie francesi nel Nordamerica. Egli si dimise nel 1761 con l’ascesa al trono di Giorgio III, che impose al governo uomini di sua fiducia e la risoluzione pacifica del conflitto con la Francia.

3. Le guerre per l’equilibrio: la guerra di successione polacca e austriaca e la guerra dei 7 anni

Nel XVIII sec. Il principio dell’equilibrio fu il criterio determinante della strategia europea nei rapporti internazionali. Si trattava di un principio pragmatico: lo scopo era quello di evitare la crescita eccessiva di una potenza rispetto alle altre e di sviluppare una diplomazia che potesse risolvere le controversie dinastiche. Queste nascevano dal fatto che le case regnanti europee erano legate fra loro da rapporti di parentela, essendo le politiche matrimoniali uno degli strumenti più utilizzati per rafforzarne il prestigio e cementarne le alleanze. Il principio dell’equilibrio finì per imporsi grazie a una serie di conflitti: la guerra di successione polacca, quella austriaca e la guerra dei Sette anni.

-GUERRA DI SUCCESSIONE POLACCA:
La morte del re di Polonia Federico Augusto II, nel 1733, scatenò un conflitto internazionale per la successione al trono. I candidati erano Federico Augusto III sostenuto dalla Russia e dall’Austria, e Stanislao Leszczynski sostenuto dalla Francia, Spagna e dal ducato di Savoia. Carlo VI d’Austria fu costretto dalla preponderanza militare dei suoi avversari a iniziare precoci trattative che si conclusero con la pace di Vienna nel 1738. Il trono della Polonia venne affidato ad Augusto III. Per ricompensare Leszczynski, gli fu affidato il Ducato di Lorena, che alla sua morte sarebbe divenuto francese. Francesco Stefano, duca di Lorena ottenne il Granducato di Toscana. Don Carlos, figlio di Filippo V di Spagna, ottenne il Regno di Napoli e di Sicilia. L’Austria, sconfitta militarmente, conservava il milanese, Parma e Piacenza. Carlo Emanuele III di Savoia ebbe le Langhe, Tortona e Novara.

-GUERRA DI SUCCESSIONE AUSTRIACA: Carlo VI d’Austria morì nel 1740. Il sovrano nel 1713 aveva emanato una Pragmatica sanzione con cui attribuiva il diritto di successione anche agli eredi di sesso femminile. Nel 1717, alla nascita della figlia Maria Teresa, aveva cercato di utilizzare la sua influenza diplomatica sulle cancellerie europee per fare accettare tale delibera, ma alla sua morte il diritto di Maria Teresa venne impugnato dai consorti delle cugine, figlie di Giuseppe I. Carlo Alberto di Baviera e Federico Augusto III, sposi delle figlie di Giuseppe I, furono militarmente appoggiati dalla Prussia di Federico II, dalla Spagna, dalla Francia e da Don Carlos, re di Napoli. Invece, Maria Teresa poté inizialmente contare su Carlo Emanuele III di Savoia. Nel 1742 intervenne a fianco della regina l’Inghilterra, soprattutto in funzione anti-francese. La pace firmata ad Aquisgrana nel 1748 produsse i seguenti effetti: Maria Teresa vedeva riconosciuta la legittimità del suo trono, anche se la corona imperiale passava formalmente al marito Francesco Stefano di Lorena; Federico II di Prussia otteneva la Slesia, che aveva militarmente conquistato; Carlo Emanuele III ottenne Vigevano, Voghera e l’alto Novarese; Filippo di Borbone, secondogenito di Filippo V, ottenne dall’Austria Parma e Piacenza.

-GUERRA DEI SETTE ANNI: Tra il 1755 e il 1756 si verifico il “rovesciamento delle alleanze”, poiché il nuovo patto tra Inghilterra e Prussia portò la Francia e l’Austria a superare il loro tradizionale antagonismo. L’Austria rivendicava la Slesia, perduta nella guerra precedente a vantaggio dei prussiani, e stava ammassando le truppe in Boemia in accordo con la Russia, allo scopo di invadere la Prussia. Nel tentativo di prevenire l’attacco, Federico II di Prussia invase, senza alcuna dichiarazione di guerra, la Sassonia nel 1756, dando origine al conflitto. La Prussia e l’Inghilterra si contrapponevano a una forte coalizione composta da Francia, Polonia, Sassonia, Russia, Austria e un po’ più tardi dalla Spagna. La guerra fu combattuta nell’area centroeuropea e nelle colonie. Sul fronte europeo la situazione prussiana apparve molto difficile, tanto da rischiare l’annientamento. L’Inghilterra, invece, aveva ottenuto ampi successi coloniali. In Russia, il nuovo zar Pietro III, ammiratore della strategia politica di Federico II, si mostrava favorevole ad un accordo con la Prussia. Nel febbraio 1763, grazie ai Trattati di Parigi, si sancì la fine della presenza francese nel Nordamerica col passaggio delle colonie francesi all’Inghilterra. La Spagna cedeva la Florida agli inglesi. A Hubertsburg venne nuovamente accordato alla Prussia il controllo della Slesia. La Francia, invece, nel 1766 ottenne la Lorena e nel1768 acquistò da Genova la Corsica, compensando in parte la sconfitta coloniale.

4.La spartizione della Polonia e la questione orientale

Dopo la guerra di successione, la Polonia andò incontro a un’irreversibile decadenza. Alla morte di Federico Augusto III, il nuovo re Poniatowski, cercò di attuare una serie di riforme per rafforzare il potere monarchico, incontrando l’ostilità dei potenti vicini. Con il Trattato di Pietroburgo del 1772, Austria, Prussia e Russia misero in atto la prima spartizione. La Russia ottenne la Livonia e parte della Russia Bianca, la Prussia occupò la Pomerania e l’Austria la Galizia. Con la situazione del 1791 fu tentata una ripresa delle riforme per la centralizzazione del potere,frustrata dalla seconda spartizione avvenuta nel 1793. La Polonia, ridotta ormai a uno stato dalle dimensione regionali, venne definitivamente dissolta con la terza spartizione avvenuta nel 1795 e quindi cessava di esistere come stato. Contemporaneamente alle vicende polacche si svolgeva un conflitto tra Russia e Turchia. A partire dal 1768 i russi vittoriosi invasero la Bessarabia, la Moldavia e la Valacchia, giungendo anche in Crimea. A quel punto l’Austria, preoccupata da questo espansionismo, si alleò con la Turchia. Nel luglio del 1774 il Trattato di Kuciuk Kainarge sanciva la pace tra Russia e Turchia. La Russia, pur rinunciando a Moldavia e Valacchia, espandeva la propria influenza sul Mar Nero. Fra il 1783 e il 1784 la zarina Caterina II acquisì il controllo definitivo sulla Crimea e sui traffici tra Mar Nero e Mediterraneo.

ECONOMIA E SOCIETA’ NEL XVIII SEC.
1.La società di Antico regime

La società del XVIII sec., precedente alla Rivoluzione francese, si basava su un modello tradizionale in cui si distinguevano:
Gli oratores, cioè il clero, che di questa società era la guida spirituale e tradizionalmente aveva il controllo sulla cultura. Il clero era un ordine privilegiato e disponeva di beni materiali che gestiva secondo la tradizione del diritto feudale. Le cariche del clero erano quasi vicine a quelle dei membri della nobiltà, mentre la condizione del basso clero era molto vicina a quella del popolo. Al popolo il vescovo o il parroco apparivano molto spesso come i detentori di un potere materiale che si esercitava nella richiesta di dazi e gabelle. I beni della Chiesa costituivano una proprietà inalienabile: non erano, cioè, intestati a persone fisiche che potessero cederli o trasmetterli in eredità, ma a enti ecclesiastici esenti da imposte. Il tradizionale monopolio dell’istruzione manifestava segni di cedimento di fronte ai progressi della cultura laica e alla rivoluzione scientifica, che la Chiesa osservava con preoccupazione e disagio. Dalla contraddizione tra le 2 realtà risultava un modello educativo stantio, non più attuale.
I bellatores, cioè l’ordine aristocratico che aveva il monopolio del comando militare e del potere politico. La nobiltà, godeva ancora dei privilegi che si era abituata a ritenere immutabili. Le prerogative nobiliari facevano riferimento a un modello di società proiettato nel passato e incapace di recepire le istanze di novità. Unica eccezione in questo contesto era l’Inghilterra, dove si assisteva allo sviluppo di un notevole spirito imprenditoriale presso la nobiltà agraria. Tra il XVII e il XVIII sec. Molte funzioni associate all’ordine nobiliare avevano subito un’evoluzione decisiva, che le aveva sottratte al monopolio aristocratico. Ad ex. Per quanto riguardava le cariche pubbliche: nel processo di organizzazione della monarchia assoluta si era costituita una classe dirigente politico-amministrativa di origine anche borghese. Infine, sul piano economico, lo sviluppo delle iniziative mercantili e imprenditoriali e l’espansione della finanza avevano evidenziato una decadenza del ruolo economico della nobiltà rispetto alla borghesia. Si assisteva sempre più spesso al paradosso della dipendenza economica dell’aristocrazia, ossia la classe dirigente, dalla borghesia degli affari, con cui era costretta a indebitarsi per poter sopravvivere.
I laboratores, cioè le classi lavoratrici. Per quanto riguarda il popolo, appare evidente il carattere anacronistico del sistema gerarchico vigente nell’Antico regime, ancora legato alla tradizionale ripartizione per ordini. Lo “Stato” corrisponde a una condizione giuridica inalienabile, a differenza del più moderno concetto di “Classe” che permette il passaggio da una condizione all’altra, in base al reddito. Nobili o plebei si nasce e non è possibile migliorare la propria condizione. Appartengono al popolo i contadini e gli operai, gli artigiani e i diseredati, ma anche la ricca borghesia degli affari e dell’industria, spesso asse portante dell’economia di un paese. Ne conseguiva che nei paesi avanzati la condizione tra ruolo economico e posizione sociale costituiva un fattore di tensione. Questo avveniva soprattutto in Inghilterra e Francia, dove la borghesia aveva acquisito una progressiva coscienza delle proprie potenzialità economiche e della dignità dei valori di cui era portatrice.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
CRONOLOGIA ESSENZIALE

-1780 circa Venne inventata la navetta volante (J. Kay)
-1733 Venne inventata la macchina a vapore (J. Watt)
-1769 Venne inventato il telaio meccanico (E. Cartwright)
-1787 Venne inventata la locomotiva (G. Stephenson)
-1814 Inizio Rivoluzione industriale

1. Perché in Inghilterra?

Sono presenti alcuni elementi che evidenziano le peculiarità del “sistema Inghilterra” nella seconda metà del XVIII sec.: Gli open fiele (campi aperti), cioè i territori appartenenti allo stato, costituivano un’importante riserva per l’integrazione economica dei ceti poveri. I terreni venivano talvolta lasciati a bosco ed erano libera riserva di caccia e di raccolta dei frutti per la popolazione contadina, oppure venivano utilizzati per integrare le coltivazioni insufficienti. A partire dal XVI sec. Essi vennero ridimensionati fino a sparire, a causa dell’emergere di nuove classi di imprenditori agricoli che svilupparono una politica di privatizzazione delle terre e di intensificazione della produzione. La recinzione delle terre, spesso abusiva, veniva comandata da signori sia laici che ecclesiastici, anche assoldando squadre armate private allo scopo di portare a termine in tempi brevi le operazioni. Le recinzioni portarono alla concentrazione di appezzamenti terrieri in grandi aziende agricole e produssero la progressiva scomparsa dei fittavoli e della piccola proprietà fondiaria, incapace di reggere la concorrenza. I contadini che, espulsi dalla terra, tendevano a emigrare verso le città, avrebbero costituito un serbatoio di manodopera a basso costo destinata a essere utilizzata dalle fabbriche nascenti. L’attività mercantile coloniale aveva prodotto una classe borghese agiata che disponeva di capitali da reinvestire. Nel XVIII sec. l’Inghilterra rafforzò la sua posizione commerciale internazionale al punto che alla fine del secolo le esportazioni rappresentavano quasi il doppio del reddito nazionale, rispetto all’inizio del ‘700. Londra era diventata un centro commerciale e finanziario molto importante. La circolazione monetaria e la facilità del credito crearono in breve un modello di sviluppo legato al mercato. L’espressione “accumulazione originaria” indica una riserva di capitali preesistente alla rivoluzione, che risultò determinante per la possibilità di investimenti successivi. La prima rivoluzione industriale inglese fu una rivoluzione a “basso costo”, nel senso che, sviluppandosi soprattutto nel settore tessile, consentì a numerosi privati la modernizzazione dei propri settori produttivi a costi molto minori di quelli che avrebbe richiesto lo sviluppo dell’industria pesante. In Inghilterra la dissoluzione del rigido ordine feudale si determinò anche grazie agli effetti della rivoluzione parlamentare, che aveva dato alle nuove classi imprenditoriali diritto di presenza in Parlamento e voce in capitolo in materia fiscale e finanziaria. La stabilità del sistema politico inglese infondeva sicurezza e stimolava l’iniziativa della classe imprenditoriale, grazie anche a una legislazione che tutelava attentamente i diritti di proprietà, anche sulle innovazioni tecnologiche. L’ industria del cotone era nata intorno all’inizio del ‘700 allo scopo di far fronte alla grande richiesta di tessuti colorati. L’importazione del cotone grezza dall’America favorì un forte incremento della produzione; infatti dal 1788 al 1830 l’importazione di cotone crebbe in maniera esponenziale. La disponibilità di carbone di legna si era ridotta di molto nel XVIII sec., a causa dell’intensa deforestazione. L’Inghilterra disponeva tuttavia di formidabili riserve di carbone fossile. Lo sfruttamento delle miniere portò alla nascita di un settore industriale estrattivo che divenne uno degli assi portanti del decollo industriale.
-James Watt nel 1769 fu artefice dell’invenzione che consentì la rivoluzione della produzione manifatturiera: LA MACCHINA A VAPORE. In realtà questa fu l’ultima di una lunga serie di invenzioni che avevano rivoluzionato la tecnologia della tessitura:
-Nel 1733 John Kay aveva inventato la NAVETTA VOLANTE, azionata a pedale, che rendeva l’operazione della filatura più semplice e veloce.
-Nel 1787 Edmund Cartwright inventò il telaio meccanico.
La meccanizzazione della filatura e della tessitura dipendeva però dall’utilizzo di energia idraulica. Le ruote idrauliche dovevano essere installate lungo i corsi d’acqua e risentivano della scarsa disponibilità di risorse idriche. L’invenzione della macchina a vapore risolveva brillantemente il problema. Watt aveva in realtà modificato e migliorato una macchina già esistente, quella progettata nel 1705 da Thomas Newcomen. Egli costruì un condensatore separato che limitava la dispersione di energia della macchina e consentiva quindi un livello di rendimento superiore. Nel corso del XVIII sec. La popolazione inglese aumentò a ritmo esponenziale. Questo fenomeno causò un aumento della domanda di prodotti e la conseguente necessità di rispondere alle esigenze dei consumatori. Inoltre l’abbandono dei campi da parte dei contadini, incrementava il numero di consumatori che dipendevano dal sistema di produzione industriale pe rla loro sopravvivenza.

2.Oltre il tessile: la siderurgia e i trasporti

La necessità di produrre macchine per l’estrazione del carbone e per la tecnologia industriale stimolò lo sviluppo dell’industria siderurgica. La questione principale che la produzione siderurgica dovette affrontare fu la difficoltà di ridurre al minimo le impurità nel ciclo di fusione del ferro. La produzione di carbonio durante la fusione e la sua maggiore o minore presenza nel prodotto finito, ne determinava la qualità. Il combustibile impiegato conteneva altre impurità che potevano creare difetti nel ferro prodotto. Per questo si preferiva utilizzare al posto del legname o il carbone vegetale o un misto di carbone fossile e carbone vegetale. Questo uso causò la diminuzione di scorte di carbone vegetale e la conseguente crisi del settore. Allora si iniziò ad utilizzare il carbone fossile. L’idea di cuocere il carbone fossile producendo il coke depurato dalle scorie fu il passo decisivo per il decollo della siderurgia industriale. Darby fu il primo a utilizzare il coke per la produzione industriale. Cort nel 1784 applicò l’utilizzo del carbon fossile al puddellagli (affinazione del ferro) e alla laminazione, portando alla totale eliminazione del carbone vegetale dalla produzione siderurgica. Il ferro divenne il materiale maggiormente impiegato nell’industria. Gli stabilimenti siderurgici sorsero principalmente nelle vicinanze delle miniere di carbone. L’industria siderurgica richiedeva maggiori investimenti e alti costi rispetto a quella tessile. Questo spiega il più lento sviluppo della siderurgia. Essa divenne solo in tempi lunghi il settore fondamentale della produzione, soprattutto quando, dopo il 1830 si verificò il boom della diffusione della rete ferroviaria. L’innovazione tecnologica interessò anche i trasporti. Ancora connessa all’industria mineraria carbonifera fu la nascita della locomotiva, macchina simbolo della nuova era dei trasporti, che avrebbe avuto la maggiore diffusione in Inghilterra a partire dagli anni 20-30 del XIX sec. Il primo prototipo di locomotiva a vapore fu costruita da George Stephenson nel 1814. Sempre lui nel 1825 effettuò il primo trasporto di carri di carbone trainati da una locomotiva.

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