maryP di maryP
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Imperialismo e società di massa

I nuovi caratteri del colonialismo

Per la prima volta nel 1902 venne studiato da John Atkinson Hobson il problema dell’imperialismo. Venne studiata la famosa “corsa alle colonie” che caratterizzò gran parte della prima metà del secolo; era incentrata sulla conquista di territori lontani da sottomettere politicamente e commercialmente per migliorare il commercio dello stato principale. La paura che questi stati ebbero era di entrare in un periodo di sovrapproduzione e quindi in una nuova crisi economica. Uno dei principali fenomeni del 1900 fu la creazione di imperi coloniali da parte degli stati-nazione europei; questi imperi erano basati su un nuovo fenomeno, detto cosmopolitismo del capitale, ovvero la tendenza a cercare in continuazione nuovi mercati d’investimento per allargare il mercato interno, attraverso la creazione di aree protette, nelle quali non vi è la concorrenza internazionale. Tutto ciò avveniva per sfuggire alla crisi economica da sovrapproduzione. Questo colonialismo era di tipo imperialistico, poiché mirava alla conquista militare del territorio e al dominio delle società colonizzate.

Il boom speculativo e lo scoppio della crisi economica

L’esordio della crisi fu favorito dal “boom” speculativo del 1873 a seguito della guerra Franco-Prussiana. L’origine è da ricercare nella tassa che la Germania impose di pagare alla Francia (5 miliardi di franchi-oro) che venne effettuato in tempi molto rapidi facendo affluire nelle banche tedesche una grande quantità di denaro; la possibilità di maggiori investimenti e di un ancora maggiore guadagno provocò un’ondata di speculazioni inimmaginabile. Molte banche furono costrette alla chiusura (causa congiunturale) perché particolarmente implicate in affari speculativi. Si creò una reazione a catena: le industrie chiusero creando il fenomeno della disoccupazione, che di conseguenza, creò minori redditi e minore domanda di beni di consumo. In economia la speculazione avviene quando delle persone sono in grado di prevedere quanto potrebbe aumentare il prezzo di un bene rispetto al prezzo corrente, al fine di realizzare un guadagno consistente.

Le cause strutturali della crisi

Una delle cause della crisi fu lo sviluppo ferroviario: questo, in passato, aveva svolto un ruolo fondamentale nella formazione dei mercati nazionali, invece con l’arresto degli investimenti, provocò un rallentamento degli investimenti anche negli altri settori dello sviluppo economico. La seconda causa fu la crisi agraria: infatti l’agricoltura europea dovette subire la grande concorrenza di quella americana, che era estensiva e caratterizzata da costi di produzione molto ridotti. La terza causa fu la crisi industriale, infatti in passato, Cina, India, Russia e alcuni stati meridionali dell’America, servivano da mercati per le merci europee; invece ora molti di questi cominciarono a produrre autonomamente molti prodotti prima importati dall’Europa.

Il protezionismo e la concentrazione monopolistica

Per fronteggiare la grande diminuzione dei prezzi, l’Europa impose dei dazi sull’importazione delle merci, a eccezione dell’Inghilterra. Si instaurò così il protezionismo, opposto al liberalismo, che consentiva al governo di partecipare all’economia. Con questo rapporto instaurato tra industria e Stato, le industrie belliche divennero l’elemento essenziale della politica anticrisi; inoltre le industrie fallite vennero acquistate a prezzi molto bassi da poche grandi imprese, che ottennero così il controllo di interi settori. Nacquero così i monopoli. Tuttavia questo non bastava per superare la crisi: si doveva infatti estendere il mercato interno e internazionale per aumentare il numero dei consumatori; per questo le principali potenze europee vollero conquistare alcune zone del mondo ancora non sottoposte al loro dominio.

Colonialismo e Imperialismo

I paesi industrializzati e la corsa alle colonie

La più importante risposta alla crisi si ebbe grazie alle conquiste coloniali; corsa avviata dall’Inghilterra. In Africa gli inglesi occuparono i territori di Nigeria, Costa D’ Oro, Sierra Leone e Gambia, occuparono anche l’Egitto fino allo stretto di Suez. Le conquiste coloniali costituirono un efficace mezzo per superare la crisi di sovrapproduzione, poiché i territori occupati rappresentavano nuovi collocamenti per i prodotti e garantirono costanti rifornimenti di materie prime a basso costo. L’Inghilterra dominò la minoranza indigena di gran parte dell’Africa (Egitto, Sudan, Uganda, Kenia e Capo di Buona Speranza), privandola di ogni diritto politico e sociale. La Francia occupò invece il Senegal, l’Algeria, la Costa d’Avorio, la Tunisia e l’Unione indocinese; mentre l’Italia, dopo lunghe guerre, ottenne l’Eritrea e la Somalia. La Germania riuscì ad ottenere molte terre, costituendo il terzo grande impero coloniale dopo quello francese e inglese.

La spartizione dell’Africa tra le potenze europee

Dopo di lei anche tutte le altre maggiori potenze poterono sfruttare questo continente in modo molto rapido grazie alla evidente arretratezza culturale e soprattutto militare di quei territori. La suddivisione venne fatta perfino su delle carte geografiche senza preoccuparsi minimamente delle differenze etniche e culturali che, proprio per questo, si risentono ancora oggi. In seguito vi furono delle rivolte anticoloniali, ma vennero facilmente represse sul piano tecnico e militare delle forze colonizzatrici.

La difficile conquista dell’Asia

Diverso svolgimento ebbe la conquista dell’Asia, in cui la società era più sviluppata e quindi più restia a farsi sottomettere. Questa fu alla fine spartita fra Russia, Giappone e Stati Uniti. Nel 1898 gli Stati Uniti ottennero l’arcipelago delle Hawaii e delle Filippine, ma la Cina rappresentava un grande polo di attrazione sia per il Giappone sia per la Russia. Tra queste due esplose una guerra, che vide trionfare il primo; tuttavia vi furono numerose rivolte contro la penetrazione straniera (la più nota è quella dei “boxers”), che diedero il via alla politica delle “porte aperte”: ovvero riconoscere l’indipendenza del paese, mantenendo il territorio cinese aperto allo scambio delle merci delle forze colonizzatrici.

Diversi modelli di colonialismo

In Africa gli inglesi istituirono colonie che godevano di una certa autonomia amministrativa, poiché vi era un forte emigrazione di coloni bianchi; invece le colonie con una popolazione maggiormente africana erano governate totalmente da Londra. I Francesi invece, mantennero tutte le colonie dipendenti da Parigi.

L’ideologia della conquista

L’espansione coloniale venne propagandata come una missione che la superiore civiltà europea doveva compiere presso le popolazione africane prive di cultura. In molti testi spiccavano l’ideale della superiorità dell’uomo bianco sulle altre “razze colorate” e la convinzione che le grandi potenze coloniali miravano al benessere economico e civile

Un nuovo ciclo di espansione economica

Le cause della crescita economica mondiale

Una nuova fase di espansione si ebbe all’inizio del XX secolo fino al 1914. Le cause di questa crescita furono:
- la crescita demografica favorita dalla diminuzione del tasso di mortalità, che aumentò la domanda di beni di consumo ed allargò il mercato
- lo sfruttamento dei giacimenti auriferi Sudafricani aumentò la disponibilità di oro e quindi crebbe la quantità di moneta

- la diffusione dei trasporti ampliò i mercati, infatti l’introduzione di scafi in metallo abbreviò enormemente i tempi delle traversate oceaniche.

L’elettricità e il petrolio

Questa nuova fonte di energia passò dagli usi industriali a quelli civili, infatti le ferrovie non usarono più il carbone, le città vennero illuminate costantemente e la lampadina sostituì il petrolio nelle case. La costruzione di elettrodotti per trasportare l’energia a bassi costi, fece in modo che si creasse un decentramento industriale, che provocò la crescita urbana. Con il passare del tempo il petrolio sostituì il carbone e, con l’espansione dell’industria automobilistica, aumentò anche il suo consumo. Inoltre venne utilizzato per il riscaldamento delle abitazioni. Questo fu molto importante soprattutto per l’ Italia, un paese povero di carbone che, grazie all’elettricità, potè procedere più speditamente nello sviluppo industriale.

I progressi dell’industria

L’industria chimica crebbe molto nel momento in cui si rese possibile l’applicazione delle sostanze chimiche all’agricoltura, utilizzandole come fertilizzanti. Anche l’industria tessile si diffuse quando vennero scoperti i coloranti artificiali, adatti a tingere lana e cotone. Con l’elettricità e la chimica vi fu un largo uso dell’acciaio, sottoposto a continue trasformazioni e utilizzato nella costruzione di edifici e mezzi di trasporto: il suo simbolo fu la Torre Eiffel.

Il taylorismo e il fordismo

L’espansione economica interessò in primo piano l’organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche; a questo riguardo dobbiamo sottolineare l’importanza dello “scientific management”, introdotto da Taylor, che mirava ad ottenere un basso costo della manodopera, mantenendo allo stesso tempo i salari alti. Ford applicò nella sua azienda alcuni principi che daranno poi il nome alla sua teoria, il fordismo. Questi principi erano:
- un’organizzazione, all’interno della fabbrica, che non facesse spostare l’operaio per lavorare
- il calcolo esatto dei tempi di lavoro
- la produzione in serie e di massa.
Si venne così a creare la catena di montaggio. Si ottennero subito grandi risultati producendo grandi quantità di bene di consumo a prezzi radicalmente inferiori aumentando cosi la loro accessibilità ad un vasto pubblico.

La crisi dello stato liberale

L’ingresso delle masse nella vita civile

Con il diffondersi del mercato, vi fu una nuova domanda di partecipazione politica da parte di quelle persone che ne erano state escluse fino a quel momento, ovvero gli operai e gli artigiani. Prima della grande crisi, i sistemi politici degli stati liberali avevano alcuni tratti in comune:
- vi era la maggioranza semplice (chi otteneva il maggior numero di voti vinceva)
- il diritto di voto era limitato ai cittadini maschi e si potevano candidare esclusivamente i pochi notabili locali
Dopo la grande crisi, l’Europa conobbe una grande trasformazione del suo sistema politico:
- in Inghilterra i votanti passarono dal 2,15% a circa ⅓ dei cittadini maschi;
- la Francia fu l’unico Paese ad inserire il suffragio universale maschile
- in Italia i votanti non arrivavano al 2% della popolazione.

La crisi del sistema politico liberale

Nel momento in cui si cercò l’allargamento del suffragio, si venne a creare una crescente instabilità politica: in questo periodo si verificò la formazione di partiti socialisti in tutta Europa, lo sviluppo dei sindacati e l’inizio dei movimenti femministi. Questi ultimi avevano come obiettivo principale quello di estendere alle donne il diritto di voto; i primi nacquero in America, poi si estesero in tutta Europa ma non ebbero nessun risultato.

Verso la democrazia dei partiti

Il passaggio da Stato liberale a Stato democratico avvenne solamente quando vennero creati i partiti elettorali: questi erano istituzioni stabili, che sostituirono i comitati elettorali, i quali si scioglievano subito dopo le elezioni.

I partiti socialisti e cattolici

In questo periodo nacquero i primi partiti socialisti, strettamente legati ai sindacati e alle associazioni cooperative, con lo scopo di rappresentare i lavoratori. Nel 1889 questi partiti diedero vita alla Seconda Internazionale, al fine di coordinare a livello europeo la loro azione politica ed elaborare strategie comuni. Accanto ai partiti socialisti, nacquero quelli cattolici, che cercavano larga adesione tra le masse contadine. Solo negli Stati Uniti i piccoli e i medi proprietari terrieri diedero vita ad un partito autonomo, il People’s Party, che tentò di entrare nella vita politica americana senza riuscirvi.

I movimenti reazionari

In Europa furono molte le classi che diedero vita a movimenti di carattere reazionario: dalle classi dominanti ai ceti più bassi; tuttavia vi era una che li accomunava tutti, ovvero un grande nazionalismo e un violento antisemitismo. L’ideale di questi movimenti era una società rigorosamente gerarchica e sottoposta alla volontà dei capi.

La nazionalizzazione del movimento operaio

La scelta legalitaria del socialismo internazionale.

La formazione di partiti socialisti di massa a livello dei singoli stati è definita nazionalizzazione del movimento operaio, legato alla situazione economica-sociale.,dove la formazione dei sindacati e dei partiti nazionalisti si delinerò come espressione della frammentazione del mercato caratterizzata dal protezionismo e dai vincoli tra l’economia e lo stato nazionale. I gruppi dirigenti si concentrarono sul programma minimo ,su una strategia di riforma che potasse risultati concreti. I partiti socialisti e sindacati ebbero problemi comuni:-lotta contro le tendenze autoritarie,questo sfociò in una richiesta di una legislazione sociale che tutelasse il lavoro.

La seconda internazionale.

Nel 1889 si tenne un congresso a Parigi, dove i massimi dirigenti del movimento operaio europeo arrivarono alla decisione che era necessario riprendere l’attività internazionale attraverso congressi da tenersi periodicamente; il primo di questi congressi si tenne a Bruxelles nel 1891 e segnò l’inizio della Seconda Internazionale. Il tema maggiormente trattato in questi congressi riguardava il parlamentarismo, infatti vi erano gli esponenti dei massimi partiti socialisti che erano favorevoli ad esso, poiché proprio in quegli anni cominciavano ad avere un certo numero di deputati in parlamento; vi erano poi gli oppositori costituiti principalmente dagli anarchici, che puntavano sull’azione diretta del proletariato, e si affermarono nei paesi più deboli.

Il riformismo di Eduard Bernstein.

Era un dirigente socialdemocratico e riguardò tutto il pensiero di Marx ed Engels, infatti affermava che il capitalismo possedeva al suo interno grandi capacità di autoregolazione e per questo sarebbe sopravvissuto a tutto. Inoltre l’industrializzazione non aveva provocato la divisione tra imprenditori e proletariato, come affermava Marx, ma aveva fatto crescere le classi medie e aveva regalato del benessere ai lavoratori. Quindi secondo lui, la classe operaia avrebbe dovuto indirizzare la sua azione politica verso uno stato più democratico. Tuttavia le idee di Bernstein vennero respinte dalla Seconda Internazionale, ma nella realtà divenne la strategia più seguita dai partiti operai. Questo provocò una progressiva subordinazione dei partiti socialisti alle strategie delle diverse borghesie nazionali: emerse con chiarezza a riguardo del colonialismo, nei confronti del quale la seconda internazionale ebbe una posizione ambigua definita colonialismo socialista. L’internazionalismo ebbe limiti allo scoppio della prima guerra mondiale.

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