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Risorgimento

La storiografia contemporanea ha definito Risorgimento il movimento che, delineatosi verso la fine del sec. XVIII e consolidatosi poi nell'Ottocento, si propose di costituire uno Stato unitario e liberale in Italia. La definizione può essere accettata soprattutto se non la si limita agli aspetti della soluzione politico-territoriale data dai patrioti alla questione nazionale, ma la si estende a quel complesso processo ideale, ma anche socioeconomico, che sostanziò le differenti fasi del Risorgimento. La storiografia si è più volte confrontata sulla questione, esprimendo nel tempo, e nell'ottica di diverse prospettive ideologiche, giudizi contrastanti. Ma al di là del valore delle diverse prese di posizione, il Risorgimento ha significato il reingresso dell'Italia nella vita europea, dopo secoli di dominazione straniera e di decadenza civile.
Le polemiche storiografiche hanno spesso fatto eco a polemiche risorgimentali. Mentre la storiografia idealista ha visto nel Risorgimento soprattutto il concretarsi di un processo di crescita culturale ed etico-religiosa sotto la croce sabauda, sottolineando i caratteri autoctoni e originali a scapito delle influenze politiche e culturali provenienti dall'esterno (ovverosia dalla Rivoluzione francese e dall'epoca napoleonica), la cosiddetta scuola economico giuridica ha rivolto la sua attenzione ai fenomeni economici e sociali del Settecento, mettendo in risalto in particolare i rapporti politici e diplomatici dell'Italia con l'Europa e arretrando contemporaneamente il terminus a quo del Risorgimento, sino talvolta a disperderne le peculiarità nel quadro di una più generale e generica storia d'Italia del sec. XVIII.
L'atmosfera e le tensioni del primo dopoguerra condussero alcuni giovani studiosi, ricchi di una fervida passione politica, a riconsiderare il Risorgimento nel suo complesso e in particolare a dare risalto alla già sottolineata frattura fra minoranza intellettuale e popolo (Piero Gobetti, Guido Dorso). Si ricominciò a parlare di conquista regia sull'onda dell'insegnamento democratico di Gaetano Salvemini, di tradimento degli ideali democratici, morali e religiosi dei padri del Risorgimento (in primo luogo di Giuseppe Mazzini), proprio mentre una nuova agiografia filofascista riempiva i libri di storia di immagini oleografiche inneggianti alla casa Savoia e ai suoi fasti.
Nel secondo dopoguerra, l'affermarsi della storiografia gramsciana ha portato a riconsiderare dissidi e contrasti fra classe dirigente e masse popolari, e ha posto l'accento sui caratteri di classe dello Stato liberale postunitario. Nel Risorgimento sono state viste le matrici dei nodi storici dell'Italia unita, e nella mancata partecipazione delle classi popolari al moto risorgimentale la causa prima delle successive debolezze e contraddizioni dello Stato italiano.

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