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Dibattito Politico sulla Giovane Italia

A causa dei ripetuti fallimenti della Giovine Italia e di tutti i vari tentativi di rivolta, intorno agli anni quaranta dell’Ottocento si aprì nella penisola italiana un dibattito politico. Uno dei primi ad accendere questo dibattito fu Vincenzo Gioberti. Egli era un sacerdote che nel 1843 pubblicò un libro intitolato Del primato morale e civile degli italiani che venne molto venduto. Propose una soluzione moderata che poteva essere condivisa pienamente anche da chi fino a quel momento era stato molto diffidente nei confronti dell’indipendenza nazionale. Gioberti partì dalla constatazione che l’Italia aveva un primato morale e civile a causa della sua grande cultura e della sede del papa a Roma. In virtù di questa considerazione, la soluzione migliore per l’Italia era quella di dare vita a una confederazione di stati italiani presieduta dal papa. Si trattava però di un progetto irrealizzabile perché non si teneva conto del ruolo dell’Austria, che sicuramente non avrebbe acconsentito alla realizzazione di questo progetto, e del pontefice Gregorio XVI, che era molto conservatore e addirittura aveva condannato come peccato mortale la libertà e la modernità. Il merito di Gioberti, sebbene la sua proposta non fosse realizzabile, fu quello di aver avvicinato il mondo cattolico al problema dell’unità nazionale.

Nel 1844 Cesare Balbo scrisse Le speranze d’Italia. Balbo, essendo molto diffidente nei confronti della proposta di Gioberti, propose nella sua opera una soluzione federalista. Immaginava una confederazione di stati italiani sotto la guida dei Savoia. Per poter realizzare tutto ciò però bisognava sperare che l’Austria si espandesse nei Balcani a spese dell’impero ottomano così che fosse costretta ad abbandonare i territori italiani. Anche questo progetto era abbastanza utopistico perché l’Austria era certamente interessata ai Balcani, ma non intendeva perdere i propri domini italiani.
Il liberale Massimo D’Azeglio era già noto poiché aveva scritto il romanzo storico Ettore Fieramosca che evocava la disfida di Barletta. Nel 1846 scrisse anche Degli ultimi casi di Romagna che criticava i fallimenti dei sistemi mazziniani. Per realizzare l’indipendenza dell’Italia, secondo D’Azeglio, era opportuno aspettare una crescita dell’economia, uno sviluppo dei collegamenti e un’educazione generale della popolazione. Riteneva dunque prematuro imboccare subito la via dell’indipendenza perché mancavano gli elementi essenziali per poterla realizzare. Come soluzione, D’Azeglio condivideva il pensiero di Balbo perché propose un’alleanza tra gli stati italiani guidata dai Savoia.
Gioberti, Balbo e D’Azeglio furono tre liberali che presero parte a questo dibattito politico. Per lo schieramento democratico si distinsero invece le opinioni di Mazzini, di Ferrari e di Cernuschi. Il pensiero di Cattaneo invece si colloca a metà tra liberali e democratici.
Giuseppe Ferrari riteneva che la lotta del popolo italiano contro l’Austria si poteva realizzare solamente con l’appoggio di una potenza straniera. Il movente fondamentale per gli italiani, oltre all’indipendenza nazionale, doveva essere anche quello delle riforme sociali. Ferrari aveva delle idee che potevano essere definite socialiste. Enrico Cernuschi era un nobile milanese che era vicino alle idee di Ferrari.
Carlo Cattaneo fu un pensatore milanese fondamentalmente liberale che però presentava alcuni caratteri tipicamente democratici. Fu molto moderno e attivo sul piano culturale; introdusse il battello a vapore sul Po. Aprì a Milano la rivista del Politecnico che si occupava di temi economici e scientifici. Condivideva con D’Azeglio l’idea che il problema principale fosse quello di dare una formazione all’Italia prima di raggiungere l’indipendenza. Partì da un’impostazione liberale ed era liberista. Era però favorevole alla repubblica perché vedeva nei sovrani italiani solo dei despoti incapaci e corrotti. Riteneva che il voto andasse esteso a tutti gli italiani man mano che apprendessero la cultura. Propose per l’Italia una repubblica federale sul modello svizzero o statunitense. Era un convinto assertore del federalismo perché riteneva che le varie parti d’Italia presentavano delle tali differenze economiche, culturali e sociali da poter essere valorizzate e tenute insieme efficacemente solo attraverso una repubblica federale. Quando vide che il suo progetto non era stato ascoltato, si esiliò in Svizzera e continuò a scrivere opuscoli per criticare la soluzione scelta.

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