Ester di Ester
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Francia - Rivoluzione monarchico-costituzionale

Dopo il "giuramento della pallacorda" ci fu un grande dibattito che investiva la questione politica della rappresentanza, il diritto di voto e il rapporto con il sovrano. Per i deputati di orientamento più moderato, i cosiddetti monarchiens , la rivoluzione aveva già esaurito il suo compito. La Francia per loro, aveva già una sorta di Costituzione alla quale riferirsi, caratterizzata dal potere regale limitato e controllato dalle magistrature. I moderati proponevano dunque di dar vita a una monarchia costituzionale sul modello inglese, con un parlamento bicamerale; il potere esecutivo sarebbe andato al sovrano, cui doveva essere riconosciuto anche il diritto di veto sui deliberati del parlamento, in modo da bilanciare il potere legislativo. Opposta era la posizione dei deputati che sostenevano la sovranità della nazione. Essi interpretavano la Rivoluzione come un atto di rigenerazione, come la creazione di un nuovo ordine, in rottura con il passato: la Costituzione doveva derivare dal popolo, non dal sovrano; da un presente di libertà, non da un passato di schiavitù. Proponevano un’ Assemblea legislativa, elettiva, sovrana, senza diritto di veto da parte del re, il quale avrebbe esercitato il potere esecutivo sotto il controllo dell’Assemblea.

La maggioranza dei deputati optò per un sistema monocamerale, con un’Assemblea elettiva, titolare del potere legislativo; assegnò al re il potere esecutivo, sotto il controllo parlamentare, ma gli riconobbe il diritto di veto sospensivo, cioè di respingere per due volte i deliberati dell’Assemblea. Diveniva poi centrale la questione del suffragio. Pochi appoggiavano l’idea di un suffragio universale: dominava, infatti, l’idea che il diritto di voto dovesse essere limitato a chi godesse, oltre che della piena cittadinanza, dell’indipendenza e della capacità di fare l’interesse generale. L’idea che tutto il popolo, nullatenenti e poveri compresi, potessero votare e che chiunque potesse venire eletto sembrava innaturale e sbagliata ai nobili e ai borghesi. Dopo avere escluso i minorenni, le donne e i domestici, perché considerati non indipendenti, c’era la necessità di trovare un criterio per selezionare il corpo elettorale dei cittadini. Si adottò quindi la soluzione del suffragio universale, basato cioè sul reddito, o censo.

Nell’Assemblea non esistevano veri e propri partiti o gruppi, ma le prime discussioni avevano identificato un’area di orientamento moderato, i cui deputati sedevano alla destra della presidenza, e un’area più radicale alla sinistra di questa: da allora, i termini "destra" e "sinistra" sono entrati nel linguaggio politico come sinonimi di ideologie, movimenti, partiti, conservatori o reazionari da un lato; progressisti, radicali o addirittura rivoluzionari dall’altro.

In campo amministrativo, il paese fu suddiviso in 83 dipartimenti: veniva così razionalizzata la multiforme geografia amministrativa della Francia di Antico Regime, cancellando gli statuti speciali di città e territori.
In campo giudiziario, vennero soppressi i parlamenti; la giustizia venne affidata a diversi gradi di tribunali elettivi e resa completamente gratuiti.
In campo economico, furono abolite le corporazioni, i dazi e le dogane interne e ogni tipo di esenzione fiscale, istituendo un’imposta fondiaria unica; venne introdotti il libero commercio; fu sancita la libertà di uso individuale della terra, in tutti i suoi aspetti: compravendita, scelte colturali, recinzioni.

L’abolizione di ogni vincolo giuridico nelle attività economiche e l’elettività delle funzioni pubbliche aprivano alla borghesia commerciale e imprenditoriale nuovi spazi di profitto e di carriera. Immediato e gravissimo era il problema di risanare il deficit del bilancio statale. Di qui nacque la decisione di procedere alla requisizione, nazionalizzazione e vendita dei beni del clero. Il provvedimento aveva un chiaro significato politico, perché dichiarare beni nazionali le proprietà ecclesiastiche significava affermare la funzione pubblica della religione e della chiesa.

Il diritto di veto sospensivo si dimostrò fin dall’inizio un problema, perché dava ala sovrano uno strumento per condizionare le decisioni dell’Assemblea. Luigi XVI non si dimostrò capace di trovare un compromesso positivo con la nuova realtà che emergeva nel paese. Il re rimase rigidamente attaccato a una visione "da Antico Regime" della propria figura, rifiutando il patto che l’Assemblea gli proponeva e precludendo così alla monarchia la possibilità di giocare un ruolo attivo nel processo storico che si era avviato in Francia.

Luigi XVI, nonostante i consigli e le pressioni dei deputati moderati, rifiutò di sanzionare il decreto di abolizione della feudalità, la Dichiarazione dei diritti e i primi articoli approvati della Costituzione. Il suo atteggiamento provocò una nuova fiammata insurrezionale: il 5-6 ottobre 1789 un corteo di donne che chiedevano pane e una folla di migliaia di persone invasero il castello di Versaiiles esigendo la firma dei decreti e il trasferimento del sovrano a Parigi.

La nuova legge del 1790 definiva la diocesi sulla base dei dipartimenti, riducendo così i vescovati da 130 a 83; dichiarava la chiesa francese indipendente da ogni autorità esterna; stabiliva che vescovi e parroci fossero designati dal corpo elettorale e fossero stipendiati dallo stato. Un successivo provvedimento impose agli ecclesiastici gi giurare fedeltà alla Costituzione; il potere religioso veniva strettamente subordinato al potere politico. Gli alti prelati si opposero; ma anche nel basso clero si aprirono discussioni. Quasi tutti i vescovi e metà dei preti rifiutarono il giuramento.

Nella primavera-estate del 1791 si ruppe definitivamente il compromesso fra la Rivoluzione e la monarchia. Si moltiplicavano le voci di un complotto aristocratico organizzato da nobili emigrati. La situazione precipitò con la fallita fuga del re: nella notte del 20 giugno Luigi XVI e Maria Antonietta lasciarono il palazzo a Varennes, sulla strada dei Paesi Bassi austriaci. La carrozza reale venne ricondotta a Parigi, accolta da una folla silenziosa. Il popolo francese non si sentiva più rappresentato da un monarca che, fuggendo, aveva rinunciato alla propria sovranità.

La sinistra metteva per la prima volta in discussione la figura del re e il suo ruolo. Il 17 luglio 1791 una folla si radunò al Campo di Marte, in appoggio a una petizione popolare che chiedeva la destituzione del sovrano. La Guardia Nazionale aprì il fuoco, lasciando sul terreno decine di vittime. Non solo l’unità del movimento rivoluzionario, ma anche il rapporto di fiducia tra il popolo parigino e l’Assemblea si erano ormai irrimediabilmente incrinati.

Da questo momento comincia ad avere un peso fondamentale l’opinione pubblica
Il talento giornalistico e l’abilità oratoria si rivelarono requisiti essenziali per il successo si leader molto spesso sconosciuti: la parola fu una delle grandi protagoniste di una Rivoluzione che bruciò in pochi mesi un ordine consolidato da secoli.

Club e società popolari sorsero sin dal 1789 con diversi orientamenti: erano circoli di discussione e di elaborazione politica, dove si formavano opinioni o si prendevano decisioni che sarebbero poi state sostenute dai deputati all’Assemblea. Il circolo destinato a maggior fortuna fu la Società degli amici della Costituzione, i cui membri erano usualmente chiamati giacobini dal nome del convento in cui si riunivano. Questa società riuniva borghesi patrioti e nobili liberali, disposti a pagare una tassa di iscrizione piuttosto elevata; l’orientamento politico era moderato, volto alla difesa delle conquiste borghesi della Rivoluzione. La rete organizzativa dei giacobini, in poco tempo, si estese notevolmente, con società affiliate in tutta la Francia, e il suo peso politico aumentò.

Il club dei cordiglieri, dal nome del convento francescano in cui si riuniva, era di posizione nettamente antimonarchica: la figura di maggior spicco fra i cordiglieri era Danton, uomo di umili origini e abilissimo oratore. Fu lui a proporre la destituzione del re nella manifestazione del 1791. Altro nome noto è quello di Marat, giornalista di posizione politica affine ai cordiglieri.

Una componente dei giacobini costituì un nuovo circolo, quello dei foglianti, dal nome del convento francescano in cui si trasferirono. Per loro la rivoluzione era finita, bisognava consolidarla e preservarla combattendo gli eccessi.

Avendo concluso il suo compito costituente, l’Assemblea nazionale decise di sciogliersi. Alla fine di settembre si tennero le votazioni, con suffragio censitario, per l’elezione dell’Assemblea legislativa, che si riunì il 1° ottobre 1791. All’interno non vi erano veri e proprio partiti, ma schieramenti che si rifacevano ai diversi orientamenti politici dei club. I foglianti volevano chiudere la Rivoluzione, la sinistra voleva svilupparla ulteriormente in senso democratico. Da questi schieramenti emerse un leader di primo piano Brissot, passato dal giornalismo politico alla militanza fra i giacobini. Coagulò intorno a sé una pattuglia di deputati, chiamati “brissottini„, che divenne in pochi mesi il gruppo più influente dell’Assemblea. Furono i girondini a promuovere la guerra all’Austria.

Gli altri stati non vedevano di buon occhio la Rivoluzione, soprattutto l’Austria e la Prussia. Dopo Varennes, nell’agosto del 1791, con la dichiarazione di Pillnitz, l’imperatore d’Austria e il re di Prussica avevano minacciato di intervenire qualora la Rivoluzione non rimanesse entro i binari moderati. Nel marzo 1792 salì sul trono d’Austria Francesco II, nipote di Maria Antonietta.

A favore della guerra contro le monarchie europee si creò un’alleanza paradossale fra Luigi XVI e i girondini. Il re volevo la guerra nella speranza di trarre vantaggio da una sconfitta; i girondini vi scorgevano un mezzo per rilanciare la Rivoluzione mettendo in crisi il re e i foglianti. La guerra diventa mezzo per vincere la politica interna. Robespierre era invece decisamente contrario a un’avventura militare che avrebbe rischiato di spazzare via la Rivoluzione, non di rafforzala. Il re affidò il governo a Brissot e il 20 aprile la Francia dichiarò guerra all’Austria, a fianco della si schierò subito la Prussia. I primi mesi di guerra furono disastrosi per le armi francesi. L’esercito, non addestrato, poco motivato e malguidato subì una serie di umilianti sconfitte. La guerra si stava rapidamente tramutando in una disfatta; si mossero accuse al re e agli aristocratici in quanto giudicati traditori per aver guidato le truppe di cercare la sconfitta della Rivoluzione. Crebbero le difficoltà economiche e la svalutazione dell’assegnato portò con sé l’inflazione.

Un nuovo movimento emerse in Francia, quello dei sanculotti, da sans-culottes in quanto non portavano i calzoni attillati dei nobili ma i pantaloni, che insieme agli zoccoli, al berretto rosso fregio e alla coccarda tricolore. Erano di netta contrapposizione all’odiata società aristocratica. Il movimento sanculotto era composto da bottegai, artigiani, domestici, qualche salariato: cioè tutti quei cittadini passivi cui la Costituzione negava il diritto di voto. Le sue parole d’ordine erano il suffragio universale, la solidarietà popolare contro i privilegi della ricchezza, la lotta contro i nemici della Rivoluzione, la punizione degli accaparratori di beni di prima necessità. I centri organizzativi dei sanculotti erano le sezioni elettorali e i quartieri. Il 20 giugno 1792 una manifestazione invase il palazzo reale e costrinse il re a bere alla salute della Rivoluzione, indossando il berretto rosso.

Il 10 agosto 1792 si conobbe un proclama del duca di Brunswick, comandante delle truppe austro-prussiane, che minacciava di sottoporre Parigi a un’esecuzione militare e a una sovversione totale se il re e la sua famiglia avessero subito il minimo oltraggio. I popolani armati presero d’assalto, abbandonandosi a stragi e a violenze di ogni tipo, il palazzo reale, il municipio e istituirono un nuovo governo della capitale, la Comune rivoluzionaria. L’Assemblea legislativa, sotto la pressione popolare, deliberò di deporre Luigi XVI e di convocare le elezioni, con suffragio universale, per una nuova Assemblea costituente, che si sarebbe chiamata Convenzione, sull’esempio americano.

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