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Il dispotismo illuminato

Nella seconda metà del Settecento in gran parte dei paesi europei cominciò un processo di riforma voluto dai sovrani assoluti e influenzato dall’illuminismo. Per quanto riguarda la politica riformatrice viene definito dagli storici dispotismo illuminato. In realtà, anche se molte riforme corrispondono alle tesi dei filosofi, furono soprattutto le esigenze concrete far trionfare i principi della ragione a determinare le scelte dei sovrani. Essi intendevano soprattutto rafforzare l’autorità dello stato sui poteri particolari della nobiltà e della Chiesa. In questo senso il dispotismo illuminato fu semplicemente un aspetto del processo di formazione dello Stato, che non attaccò significativamente l’antico regime. I sovrani riformatori fecero delle idee illuministiche un uso strumentale: i principi, infatti, pur sentendosi ispirati a quelle idee, se ne servono soprattutto per dare nuovo vigore e una più aggiornata giustificazione alla loro tradizionale politica di accentramento.

Le riforme e resistenze

Gli obiettivi principali delle riforme furono:
- La riorganizzazione dell’apparato burocratico al fine di rendere l’amministrazione dello stato più razionale. In questo campo particolarmente importante fu l’istituzione catastale.
- L’aumento delle entrate fiscali col tentativo di imporre la tassazione anche alla nobiltà e al clero
- Il giurisdizionalismo ossia l’estensione della giurisdizione dello Stato sulle chiese nazionali.
Nella sostanza i sovrani cercarono di assumere il controllo del clero locale e di sottrarre alla Chiesa le sue proprietà e gli antichi privilegi, "come la mano morta" che impediva la vendita ai beni ecclesiastici o il vitto d’asilo nei conventi o nelle chiese e che vietava la cattura di chiunque vi si fosse rifugiato. Tentarono inoltre di acquisire il controllo della cultura e dell’istruzione, all’epoca quasi interamente nelle mani della chiesa. La politica giurisdizionalista fu accompagnata da una violenta polemica contro gli ordini religiosi e investì soprattutto i gesuiti, accusati di essere al servizio di Roma e di tramare contro lo Stato. I gesuiti furono espulsi da molti paesi: nel 1773 la pressione delle corti europee indusse Papa Clemente IV addirittura a sopprimere l’ordine (poi ricostruito nel 1824). La radicalità di questi obiettivi fu respinta dai ceti popolari che difendevano la religione tradizionale, ma ovviamente le resistenze più forti vennero della nobiltà e dal clero che si vedevano privati di antichi privilegi (ciò determinò spesso il fallimento delle riforme). Fu questo il caso della Spagna dove la politica riformatrice di Carlo III di Borbone ottenne risultati modesti per la forte opposizione della nobiltà e degli ecclesiastici. Ma il caso più clamoroso fu quello della Francia, dove sia Luigi XV, sia Luigi XVI furono bloccati dall’opposizione dei ceti privilegiati. Il tentativo più importante di riforme fu avviato nel 1774 dal ministro delle finanze Anne-Jacques Robert Turget che propose numerosi provvedimenti innovativi: tolleranza per minoranze religiose, sottrazione dell’insegnamento scolastico al clero, estensioni delle tasse agli ecclesiastici e alla nobiltà. Anche in questo caso le resistenze vinsero e Luigi XVI fu obbligato a licenziare Turget. Il riformismo così falliva, proprio nel paese dai cui era partita la “Primavera dei Lumi”.

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