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Espansione e nuovi protagonisti delle conquiste coloniali

L'ascesa delle potenze atlantiche si verificò anche nella conquista delle colonie. Tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo l'Olanda , l'Inghilterra e la Francia affiancarono in questo campo la Spagna e il Portogallo. Alla fine del Seicento, l'estensione dei domini di queste cinque potenze era di circa quattro milioni di kmq, quasi il triplo della loro superficie complessiva.
Le novità, tuttavia, non furono solo quantitative. Quando non si limitava alla ricerca di basi commerciali, il colonialismo cinquecentesco era essenzialmente volto alla spoliazione dei territori conquistati: si limitava cioè a saccheggiare le risorse disponibili fino all'esaurimento, senza nessun progetto. Il caso emblematico in questo senso fu rappresentato dalla Spagna che sfruttò fino all'esaurimento le miniere americane di oro e argento.
Soprattutto a partire della metà del XVII secolo, invece, si entrò in una nuova fase dell'espansione coloniale: le colonie cessarono di essere considerate semplici fornitrici di beni di lusso, come le spezie e i metalli preziosi, e nei possedimenti americani si diffuse il sistema delle piantagioni di zucchero, cotone, tabacco e caffè. Le coltivazioni cioè vennero organizzate in grandi aziende agricole capaci di garantire straordinari e duraturi profitti.

Nei domini si producevano quindi materie prime da importare in madrepatria, dove sarebbero state consumate o lavorate nelle manifatture. Contemporaneamente le colonie diventarono anche uno sbocco di mercato per i prodotti finiti europei. Una serie di flussi commerciali - di materie prime verso l'Europa e di prodotti finiti verso le colonie - collegò così i domini agli Stati colonizzatori.

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