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CAUSE DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

Per comprendere appieno quelle che furono le cause e le conseguenze della celebre rivoluzione che scoppiò in Francia nel 1789, non possiamo che ricordare qual era la situazione di una dei maggiori stati europei al principio del 700. La Francia, infatti, tra il 600 e il 700, era stata governata da Luigi XIV, il quale aveva costretto la Francia a intraprendere delle guerre molto dispendiose dal punto di vista economico e con poche acquisizioni territoriali: il dispendio economico per le guerre aveva fatto sì che il popolo francese, già subissato da una gran quantità di tasse, dovesse pagarne ancora in numero maggiore e ciò aveva attirato l’odio e il malumore del popolo verso la figura del sovrano. L’unica classe sociale che non doveva versare tasse alle casse statali francesi erano appunto i nobili, coloro che detenevano, insieme al clero, quasi il 100% dell’intera ricchezza prodotta in Francia e che erano stati ospitati dal sovrano all’interno della reggia di Versailles, dove conducevano una vita spesa nel lusso più sfrenato.

Neppure l’Illuminismo era riuscito ad attecchire in modo fruttuoso né dal punto di vista teorico, con le famose dottrine di Montesquieu e Rousseau, né dal punto di vista pratico con il dispotismo illuminato. Di conseguenza già la situazione dello stato francese agli inizi del secolo non lasciava presagire un esito pacifico, in quanto era sotto gli occhi di tutti il fatto che la continua tendenza a far pesare il bilancio soltanto su una classe sociale, ossia quello che verrà in seguito chiamato terzo stato, formata da tutti coloro che non appartengono né alla nobiltà né al clero, avrebbe portato anche a una crisi economica, poiché proprio la classe borghese, il ceto medio, dovendo spendere tutti i soldi guadagnati in tasse avrebbe causato un rallentamento dell’economia di grande portata.
Poiché tale situazione era continuata per molti anni anche dopo la morte di Luigi XIV, massimo rappresentante dell’assolutismo, l’economia era al collasso, in quanto, come accennato già in precedenza, tutte le risorse venivano incamerate dallo stato, non vi era stata l’attivazione dell’attività economica e quei molti che pagavano spendevano tutti i loro soldi per le tasse. A ciò si andò ad aggiungere una pesante crisi agricola che la Francia dovette attraversare tra l’88 e l’89, che non furono due anni di vera e propria carestia, bensì due anni in cui la domanda di prodotti agricoli non venne coperta totalmente, vi fu un conseguente aumento del prezzo del prodotto agricolo e molte fasce della popolazione che non si potevano permettere di acquistare il prodotto ad un costo inferiore rimasero senza un bene di prima necessità come era il cibo. Si ebbe quindi un accrescimento del malcontento e si aggiunse, alla situazione già critica della Francia, un nuovo motivo di protesta. Altra causa dello scoppio della rivoluzione francese fu la suddivisione dal punto di vista politico, che era ancora legata alla concezione tipica del 1600, che vedeva la società divisa in stati o ordini. I rappresentanti dei tre stati o ordini si riunivano soltanto nell’unico organismo rappresentativo, gli Stati Generali, un organismo che però non era stabile, in quanto l’ultima convocazione risaliva a ben 175 anni prima dello scoppio della rivoluzione nel 1614 e ciò ci fa anche comprendere la penetrazione dell’assolutismo in Francia.
Gli Stati Generali non venivano considerati, come invece capitava con il dispotismo illuminato, un mezzo di aiuto per il sovrano, bensì la convocazione di questi ultimi era considerata una forma di debolezza da parte del re, che chiedeva aiuto la popolo in un momento difficile, una sorta di ultima spiaggia. La nobiltà invece all’epoca era una sorta di parassita a corte, che viveva nel lusso e non versava le tasse, mentre il clero non era omogeneo, in quanto vi era un alto clero, facilmente identificabile con i cardinali, i vescovi che appoggiavano l’operato del re, e un basso clero, composta da preti di campagna che si identificavano nella situazione vissuta dal popolo. A ciò si andò ad aggiungere anche il fatto che Luigi XIV inizia a rendersi conto che l’unico modo per uscire dalla crisi economica era togliere o in parte o tutti i privilegi di cui godeva la nobiltà; di conseguenza la nobiltà insorge e fa pressione per la convocazione degli Stati Generali. Il sistema di voto degli Stati Generali era molto particolare: ognuno dei tre stati o ordini votava al suo interno, risultava quindi un voto per ognuna delle classi rappresentati e nel momento in cui due di esse avesse preso la stessa decisione l’altro voto sarebbe stato inutile.
Gli Stati Generali si esprimono sull’abolizione dei privilegi della nobiltà e poiché essa poteva contare sul sostegno del clero, voleva che dagli Stati Generali uscisse una presa di posizione ufficiale. A sua volta il re spera che dagli Stati Generali esca una considerazione di buon senso, per far presente che ogni parte del regno doveva fare la sua parte. Durante i lavori e le discussioni il terzo stato esprime le sue perplessità sul sistema di voto e vuole che esso venga modificato a favore del voto per testa; il re però si rende conto che ciò avrebbe destabilizzato ulteriormente il paese, che sarebbe caduto in mano al terzo stato e il re stesso non voleva inimicarsi la nobiltà, a cui aveva chiesto già troppo con la riduzione dei loro privilegi.
Di conseguenza per mantenere una certa forma di equilibrio tra i due ordini che avevano avanzato le loro pretese il re decide di raddoppiare il numero di rappresentati del terzo stato ma mantiene il voto ancora per ordini e quella che doveva essere una soluzione vantaggiosa per entrambi gli ordini scontenta entrambi perché la nobiltà vede crescere il potere del terzo stato e quest’ ultimo si sente defraudato. A giugno, il terzo stato, dopo aver fatto ulteriori pressioni sul re affinché si cambi il sistema di voto e dopo aver ottenuto il suo rifiuto, si riunisce da solo nella famosa sala del giuramento della pallacorda e si autoproclama assemblea nazionale.

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