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Bartolomé De Las Casas

Si imbarca nel 1502 per prendere possesso di alcune terre nel Nuovo Mondo e combatte per alcuni anni contro gli indigeni. Nel 1510 inizia la sua conversione a quelle idee per le quali combatte per tutta la vita: si convince dell'inumanità e dell'ingiustizia con cui i padroni europei, gli encomenderos, trattano gli indigeni. Si fa sacerdote e si dedica totalmente alla difesa degli Indios per i quali reclama libertà e uguaglianza di diritti con i conquistadores. Tale atteggiamento incontra naturalmente l'opposizione dei coloni e la predicazione non ottiene alcun risultato, sicché decide di ottenere dal governo spagnolo la promulgazione di leggi favorevoli agli indigeni. Viene nominato nel 1516 procuratore universale e protettore degli Indios. Ottiene le simpatie di Carlo V, ma l'avversione dei conquistadores rende vano ogni suo tentativo. Fattosi frate dominicano continua la sua battaglia mediante la predicazione: scrive un gran numero di opere (Memoriale per il Consiglio delle Indie, Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, Storia delle Indie). In base ai suoi principi vengono redatte le Nuove Leggi delle Indie, ratificate dallo stesso Carlo V. Combattuto ancora dagli encomenderos, che gli muovono accuse di eresia e di tradimento, viene costretto a tornare in Spagna e a vedere revocate le Nuove Leggi, che tra l'altro si erano rivelate inefficaci. Si ritira in convento fino alla morte.
In una lettera di denuncia, scritta al Papa, De Las Casas propone una soluzione al problema degli Indios sfruttati: si sarebbero potuti utilizzare gli abitanti del continente africano, allora non considerati esseri umani, per i disumani impieghi d'Oltreoceano. Senza volerlo De Las Casas dà inizio ad una delle pagine più nere della nostra storia: la tratta dei neri.

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