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L'esordio dell'agricoltura capitalistica

La rotazione pluriennale non fu un'invenzione inglese: era già praticata nei Paesi Bassi (dove il maggese era in ritirata da tempo), in Danimarca, in alcune zone della Germania settentrionale. Infatti, le aree che abbiamo citate esauriscono il quadro della più evoluta agricoltura europea; a esse dobbiamo ancora aggiungere la pianura padana. Nulla del genere si poteva trovare né nelle sconfinate pianure dell'Europa orientale, dominate da estesi latifondi a grano, né nell'Europa mediterranea (Spagna e Italia meridionale), dove solo le colture specializzate arboree (frutteti, vigneti, oliveti) si staglaivano su uno sfondo di latifondi e allevamento transumante; né, infine, nella pur ricca agricoltura francese, fondata su un intreccio fra piccola proprietà contadina e grande proprietà nobiliate, poco propense all'innovazione e all'investimento.

In Inghilterra le innovazioni agricole portarono con sé una profonda ristrutturazione economica e sociale, perché determinarono la riduzione e poi la scomparsa della piccola proprietà contadina: privati delle integrazioni di reddito garantite dalle terre comuni, collocati in una posizione sempre più marginale rispetto alla grande azienda agricola, i piccoli prorpietari dovettero progressivamente abbandonare i loro campi. Il destino di queste figure sociali fu quello di trasformarsi in lavoratori salariati agricoli e, successivamente, con l'affermarsi della rivoluzione industriale, in operai di fabbrica. Questo processo non poté dirsi compiuto prima del secondo decennio dell'Ottocento: ma già nella seconda metà del XVIII secolo l'Inghilterra mostrava i caratteri fondamentali dell'agricoltura di tipo capitalistica, fondata su grandi aziende gestite da imprenditori privati attraverso l'impiego di manodopera salariata.

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