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L'Africa tra il XV e il XVI secolo

L'oro non era l'unico bene africano che interessava ai portoghesi, importante era il commercio degli schiavi. Questo commercio degli schiavi si venne a inserire in una realtà sociale africana che praticava comunemente la schiavitù data ai prigionieri di guerra come pena. Diversa era la tratta dei mercanti musulmani forza lavoro delle saline sahariane, quella portoghese indirizzata alle piantagioni di canna da zucchero. Comparsa una seconda direzione americana della tratta dei neri: le isole antillane per le piantagioni di canna da zucchero, le regioni minerarie del Messico e del Perù che fu presto interrotto dal fatto che gli africani non riuscivano ad adattarsi al clima degli altopiani. Dopo il 1550 la tratta degli schiavi fu verso il Brasile dove si sviluppò, con più successo, la canna da zucchero.
I portoghesi entrarono in contatto con diversi sovrani della Costa d'oro, e in particolare con il re del Mani-Congo. I rapporti con i congolesi si dimostrarono molto positivi e condussero al battesimo del re, che prese il nome di Giovanni.
Il figlio di questi, battezzatosi col nome di Alfonso e divenuto fervente cristiano
si interessò ai sacerdoti e agli insegnanti portoghesi, che gli servivano per creare una piccola élite colta con la quale avviare la costruzione di una struttura statale: egli riuscì a far prevalere il principio dinastico su quello elettivo. Il sovrano congolese si rese conto dei pericoli che comportava la tratta degli schiavi nelle sue terre e fece di tutto per espellere i mercanti. Solo un suo successore riuscì a cacciare i negrieri.
I portoghesi dall'Africa facevano provenire dall'Africa: avorio, pelli dei grandi felini ed oro. Il paese produttore di oro era conosciuto con il nome di Monopotama, verso il quale furono dirette numerose spedizioni portoghesi, fallite di fronte l'ostilità dell'ambiente.
I portoghesi tentarono di stabilire rapporti con l'impero cristiano d'Etiopia, che tuttavia non si mostrò particolarmente interessato, fin quando cominciò a sentire la pressione dell'impero ottomano. Uno dei principati islamici l'Adal nel 1527 scatenò la guerra santa contro gli infedeli etiopi, affinché si convertissero alla vera fede. Il disfacimento dell'impero etiope fu impedito dall'arrivo dei portoghesi, che inflissero numerose sconfitte ai musulmani. Sia gli etiopi, che i musulmani, indeboliti dalla guerra, non seppero contrastare gli attacchi delle tribù del sud.
Pochi decenni dopo un altro impero africano crollò, quello del Songhai. Dopo aver conquistato le saline di Tagheza, fu attaccato dal Marocco.
Contro i sovrani songhai pagani, il sultano del Marocco preparò una grande spedizione militare. Formalmente si trattava di una guerra santa, ma fra i suoi obiettivi vi erano il sale di Taghaza e l'oro del Niger. L'esercito songhai era numeroso ma primitivo e la guerra portò all'annientamento dell'impero songhai.
I sultani del Marocco non riuscirono a succedere ai re neri nel dominio della regione nigeriana e tornarono al tribalismo; il dissolversi delle reti dei traffici condusse alla definitiva decadenza di Gao e Timbuctu.

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