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Il primo Cinquecento e il Rinascimento:

Il Profilo storico e culturale

Il quadro storico

Il Cinquecento


La tradizione pone il 1492 come data di riferimento tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna. Ma dal punto di vista letterario e artistico i primi anni del ‘500 presentano una continuità con il ‘400, mentre la vera cesura è presente solo verso la metà del secolo con la fine dell’età umanistico-rinascimentale e tardo–rinascimentale e barocca.

Alcuni ideali del precedente secolo sono resistiti mentre altri sono ormai superati, come:
• L’idea di un Impero universale.
• L’unità cristiano-cattolica.
• La centralità del mediterraneo.

Cambiamenti

In ogni caso il Cinquecento segna per l’Europa un periodo in cui si aprono nuovi orizzonti intellettuali a seguito di alcuni fatti che scuotono le antiche concezioni:

• Le grandi scoperte geografiche che portano alla formazione di vasti Imperi cambiando così il significato di questa parola.
• Una nuova concezione dell’individuo che si stacca dalla chiesa e rivendica la propria legittimità di accostarsi personalmente e senza intermediari alle Sacre Scritture.
• Il tentativo di formare un Impero universale messo in atto da Carlo V s’infrange e lo Stato che si rafforza diviene la colonna portante di una nuova età.

I mutamenti più significativi riguardano la concezione di spazio e tempo. Il polacco Niccolò Copernico rivoluziona la concezione tolemaica (sostenuta anche da Dante) dell’universo.
Mette infatti il sole al centro dell’universo ponendo la Terra come un pianeta che gli ruota attorno.
Anche le scoperte geografiche contribuiscono a modificare la rappresentazione del pianeta.
Con Cristoforo Colombo e in seguito Amerigo Vespucci, viene scoperto un nuovo continente, chiamato anche Nuovo Mondo. Soprattutto per i regni iberici questo significa nuovi possedimenti e nuove fonti di ricchezza.

La Riforma Protestante

La Chiesa, ormai corrotta al suo interno dalla continua ricerca di un potere secolare, assumeva prestigio come istituzione secolare ma era in perpetuo declino come istituzione spirituale. Al suo interno si erano formati due principali posizioni:
• Quella della corte papale, per la quale la religione si riduceva alla predicazione della salvezza nella vita ultraterrena.
• Quella d’ispirazione evangelica che percorreva la religione con l’obbiettivo di una purificazione dei costumi e di un riscatto universale.

Era sentito, tra gli stessi ecclesiastici, un bisogno di riforma, di ritorno alla semplicità del cristianesimo originale. Si fece portatore di questo bisogno Erasmo da Rotterdam, seguito in Italia anche dal Savonarola a Firenze che proponeva una moralizzazione dei costumi e, in Germania da un monaco agostiniano, Martin Lutero, che nel 1517 dà vita a un movimento di contestazione che prende il nome di protestantesimo.

Si accende cosi un’animata disputa tra la Chiesa Cattolica e quella protestante che induce questi ultimi alla pubblicazione di una Bibbia in tedesco in cui apparivano due immagini singolari: la prima rappresentava una bestia incoronata con la tiara papale e la seconda Babilonia (o meglio Roma) bruciata da fuoco proveniente dal cielo.

Vani anche i tentativi di intavolare un accordo tra le due chiese da parte di Carlo V con la dieta di Augusta. Ne sussegue così uno scisma.
Accenni di idee riformistiche raggiungono anche l’Italia e si concentrano più che altro nelle accademie dove si sviluppa una religiosità più intima (evangelismo), mentre nelle campagne, e quindi fra la maggior parte della popolazione rimangono forti le credenze superstiziose.

Le Guerre d’Italia

La politica di equilibrio tra gli stati italiani viene meno a cominciare dalla fine del XV secolo. E la penisola diventa così preda di tutte le maggiori potenze europee in concorso per conquistare il controllo di un paese strategicamente favorevole nei commerci. L’invasione da parte degli eserciti stranieri venne inoltre facilitata dalla divisione e dalla concorrenza tra gli Stati italiani che non riuscirono quindi ad organizzarsi per rimanere uniti. L’evento che segna simbolicamente la caduta della penisola fu il Sacco di Roma a opera dei lanzichenecchi di Carlo V per punire il papa che aveva stretto accordi con la Francia.

A seguito della pace di Cateau-Cambresis (1559) tra l’Impero e la Francia, l’Italia venne definitivamente frantumata e gli Stati italiani rimasero tutti nell’orbita degli spagnoli.
La società si rivela statica-conservatrice e si viene a delineare uno scontro tra la componente aristocratica e la borghesia che si sarebbe accentuato nel corso del tempo.

Il quadro culturale

Il Rinascimento

Il Rinascimento deriva il suo nome da “rinascenza”, parola coniata da Giorgio Vasari con il significato di “rinascita”, da un precedente periodo di decadenza (Medioevo). Si fanno spazio nuovi valori che vanno a sostituire la metafisica medievale e il dogmatismo religioso:
• Il culto della bellezza.
• La ricerca di una perfezione nelle forme.
• La pratica in tutte le arti.

L’evento che pone fine all’età rinascimentale è il Sacco di Roma nel 1527 per la sua carica di significati:
• Gli equilibri politici cadono sotto il potere straniero.
• Molte collezioni di libri e testi antichi vengono distrutte o disperse.
• La precarietà dei valori fondamentali porta a stati d’animo come incertezza e pessimismo.

Classicismo e anticlassicismo

La parola estetica che descrive i nuovi valori del ‘500 viene coniata solo successivamente, nel secolo dell’Illuminismo, ma l’ideale artistico del primo ‘500 è realmente la cosiddetta ricerca di perfezione per mezzo dei modelli classici.
Vengono recuperati i pensieri intorno alla Poetica di Aristotele e di Platone, ma, dal momento che l’intellettuale rinascimentale avvertiva questo ritorno ai classici come una limitazione del proprio genio creativo, il pensiero di questo filosofo venne rivisto e modificato.

L’arte diventa così non solo la rappresentazione del mondo vero, ma anche quella di una realtà possibile, e quindi verosimile. Inoltre l’ arte è anche catarsi o mezzo di purificazione e mimesis o imitazione della natura.

Politica

La storia (o meglio la politica) diventa una scienza autonoma, libera finalmente dalla dimensione religiosa e morale e da credenze secondo le quali il corso della storia è regolato da forze provvidenziali. Fra i maggiori studiosi di questa disciplina ricordiamo Guicciardini e Machiavelli.
Il primo introduce l’utilizzo di strumenti ufficiali a sostegno della ricostruzione storica.
Mentre il secondo considera la storia come un mezzo per comprendere le linee di continuità dell’agire umano, e diventa così un supporto alla politica. Machiavelli espone le sue idee politiche in una pubblicazione intitolata “Il Principe” in cui espone che il miglior governante o principe savio è solo colui che riesce a sfruttare al meglio le qualità umane e allo stesso tempo quelle bestiali come l’astuzia e l’imbroglio per mantenere la politica in buono stato (“furbo come una volpe e forte come un leone”).

I maggiori centri culturali

Le città che si distinguono maggiormente nella produzione artistico-letteraria sono Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Roma, Napoli e Urbino.

Ferrara vive in un periodo di precarietà politica in quanto si ritrova tra lo stato pontificio che vuole riottenere i possedimenti persi durante la cattività avignonese, e la rivalità di Venezia nei traffici in Val Padana.

La città risponde a questa situazione con un intensa attività culturale che mantiene alto il suo prestigio almeno in questo campo. I maggiori esponenti letterati formatisi a Ferrara sono Boiardo, Ariosto e Tasso.

A Roma, specie durante il pontificato di Leone X e Clemente VII, entrambi Medicei, si stabilisce una sorta di linea di scambio per molti artisti e letterati dell’epoca tra Firenze e Roma, i due maggiori centri italiani della cultura rinascimentale.

Firenze invece presenta una vita politica molto movimentata. Governata dal 1434 dalla famiglia dei Medici, verso la fine del secolo (1498) il governo finisce nelle mani di un prete riformista, Girolamo Savonarola, che istituisce un governo di tipo teocratico. Questo governo, però, non durò a lungo, perché il sacerdote venne messo al rogo con la condanna di aver abbandonato i suoi seguaci.

Nei successivi anni repubblicani, si intavolarono anche molte riunioni di intellettuali intorno ad importanti questioni religiose, a cui partecipò attivamente anche Machiavelli. Ma la repubblica non prese piede in Firenze perché sconfitta un'altra volta nel 1512 dai Medici. La stessa situazione si ripete una seconda volta con la discesa delle forze imperiali, e ancora una volta i Medici ottengono il governo fiorentino.

A Venezia è presente invece un clima culturale più aperto grazie alla sua favorevole posizione geografica e ad una minore influenza della riforma. Grande esponente fu Giovanni Bessarione.

Vita di corte

Le corti italiane tornano ad essere centri di intensa attività culturale commissionata da uno spirito di mecenatismo diffuso tra tutti i principi. Per ogni aspetto della vita si sentiva il bisogno di dettare delle regole o delle norme a cui attenersi. Nascono così i primi “manuali” di corretto comportamento da tenere: “Il libro del cortigiano” (Baldassarre Castiglione) e il “Galateo” (Giovanni Della Casa).

La figura dell’intellettuale

Il principe cortese si circonda di artisti e uomini di lettere affinché esaltino, con le loro opere, la sua grandezza. In queste condizioni l’artista ha funzione di pura esecutività. Alcuni finiscono per coltivare ideali di società perfette, il che sarebbe un utopia.
Altri invece non accettano questi costumi e cercano quindi una propria autonomia dignitosa.

La questione della lingua

Nei primi anni del ‘500 il latino è ancora la lingua in uso nei testi di studio, ma con la disgregazione politico-territoriale della penisola nasce il bisogno di una lingua scritta comune alla nazione: questo diventa per tutto il secolo oggetto di accese dispute.
Varie le proposte presentate:
• A favore del fiorentino del ‘500.
• Uso nella scrittura di espressioni della lingua parlata (Castiglione).
• Formazione di una sintesi di tutti i dialetti della penisola.

Ma tra tutte queste quella che prevale sulle altre è sostenuta da Pietro Bembo, che con il “Prose della volgar lingua” esprime il suo favore verso la lingua utilizzata da due grandi esponenti del ‘300, Petrarca e Boccaccio. Dante fu escluso perché Bembo mirava ad un linguaggio formalmente e stilisticamente più alto.

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