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Il potere veneziano

La base del potere di questa città lagunare è si il commercio ma anche la buona gestione del territorio che eviterà sempre la penuria, ma il segreto della potenza veneziana è l’armeria e la capacità di costruire armi.

a Venezia il termine squero indicava i diffusi cantieri navali per la costruzione, la manutenzione e il ricovero delle imbarcazioni di ogni dimensione, sia a remi che a vela, spaziando dai piccoli sandołeti fino alle grandi galee da guerra. Con l'accentramento nell'Arsenale dell'attività cantieristica per le navi più grosse, sia militari che mercantili, l'ambito degli squeri si specializzò sulle imbarcazioni più piccole, di uso privato. L'arsenale di Venezia costituisce una parte molto estesa della città insulare di Venezia in Italia e fu il cuore dell'industria navale veneziana a partire dal XII secolo. È legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, Venezia riuscì a contrastare i turchi nel mar Egeo e a conquistare le rotte del nord Europa. L'ubicazione dell'area, fu decisa sia per motivi strategici (difesa contro eventuali attacchi nemici) che logistici (qui si trovava il punto di arrivo del legname proveniente dal Cadore).

L’arsenale continuò ad allargarsi per 400 anni, modificando l’aspetto del luogo con bonifiche, deviazioni, costruzione di vasche e altro.

È il primo esempio di catena di montaggio grazie alla settorialità, al controllo della qualità e alla presenza di così tante mansioni specializzate.

Primo fra queste è il Proto, l’architetto che misura e traccia perfettamente a terra con l’aiuto di fili colorati il sesto e l’ossatura dello scafo. La tracciatura del sesto era un’arte segreta e tramandata oralmente all’allievo prediletto, tanto segreta che l’arsenale era cintato e sorvegliato per proteggerlo.

Le galere, fiore all’occhiello della produzione erano canoe dall’aspetto slanciato, circa 5x35, molto veloci e manovrabili ma con capacità modeste.

Se la procedura di produzione era segretissima, le armature del ponte erano standardizzate e disponibili in ogni emporio. Potevano andare sia a vela sia con remi di lunghezza diversa coordinati all’unisono, per garantire la puntualità in caso di assenza di vento.

Per queste imbarcazioni era utilizzato il miglior legname, scelto di persona dal proto nei boschi controllati dall’arsenale e poi affidati a contadini fino al raggiungimento della misura desiderata. Una volta abbattuto l’albero il legname veniva stagionato, evitando il più possibile ogni spreco. Entrano in scena i mastri d’ascia e i remieri, che lavoravano accanto alla veleria e al fabbro dell’arsenale. La calafatura, poi, era indispensabile e avveniva con la canapa della miglior qualità, proveniente dalla foce del Don, prodotte industrialmente (preziose nell’antichità) al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra e con il vantaggio di mantenere i capitali in movimento acquistando la materia prima all’estero come "cliente di riguardo".

Gli Arsenalotti che prestavano lavoro nella "officina delle meraviglie", erano privilegiati e tendevano a tramandare ereditariamente il loro mestiere. Loro appartenevano a molte corporazioni perché erano molte le arti necessarie e i tipi di manodopera qualificata richiesta e non erano semplici artigiani, tanto che formavano una vera e propria comunità. Perfino i rematori, che una falsa tradizione vuole schiavi erano in

realtà uomini liberi, reclutati dall’armatore (cioè il proprietario della nave) per la forza fisica e per l’esperienza in difesa e navigazione, ingaggiati per un singolo viaggio e pagati prima della partenza per garantire la sopravvivenza della famiglia durante la loro assenza e che inoltre potevano trasportare della paccottiglia, cioè beni da vendere a destinazione o al ritorno a Venezia, in un certo senso partecipando, seppur in tono molto minore all’avventura commerciale.

Su ogni galea oltre alle merci preziose tenute nella stiva, trovavano posto dai 200 ai 250 uomini fra rematori, medico, astrologo, cuoco, balestriere, cartografo, numero che le rendeva pressoché inattaccabili. I capitani delle carovane mercantili dovevano stilare delle relazioni in veneziano di carattere politico-territoriale in cui descrivevano cosa avevano visto nelle terre raggiunte: oltre alla capacità mercantile e nautica dunque dovevano avere potenzialità letterarie e diplomatiche, in quanto avevano spesso ruoli di ambasciatore. La relazione doveva essere consegnata al doge che la doveva ascoltare in compagnia del consiglio e poi conservare.

La base dell’alimentazione dei galeotti era il pan biscotto e la zuppa, più elementi freschi ad ogni sosta.

La fatica e gli stenti potevano portare certo a epidemie e il viaggiatore era un mestiere estremamente redditizio ma anche molto rischioso: infatti, benché Venezia non ebbe mai problemi con lo scorbuto, in 700 anni furono portate a Venezia più di 50 epidemie, tutte registrate dallo stesso dipartimento che controllava anche l’arrivo delle navi. Fra queste ci fu la peste, bubbonica o polmonare, maggior piaga dal 1347-48. La prima epidemia in otto mesi decimò i 3/5 della popolazione e la seconda fra il 1575 e 1577 non fu da meno con più di 50.000 morti, fra cui il pittore Tiziano. La tenuta del medico in periodo di epidemie era terrificante: indossava una maschera con un lungo becco simile a quello di un uccello dove venivano inserite erbe ed essenze, una bacchetta per non toccare tessuti infetti, occhiali di osso e una tunica di lino.

Il territorio sfuggente alle spalle porta la città ad aprirsi all’area mediterranea. L’obiettivo dei veneziani non era di conquistare in modo violento, ma si accontentavano di stabilire porti fissi, dove lasciavano dei veneziani d’origine agli empori dove poter ricevere rifornimenti, riparazioni, cure, pezzi di ricambio, o dove poter commerciare liberamente, tenendo rapporti diplomatici indifferentemente con cristiani o islamici benché spesso nei territori raggiunti si mettesse in atto un’opera di colonizzazione e messa a cultura.

Il commercio si espanderà fino alle coste dell’Inghilterra, al Don

La repubblica, o meglio l’Oligarchia si mantenne saldamente e senza conoscere alcuna rivolta per ben undici secoli. le famiglie più potenti (si noti l’assenza di titoli nobiliari) facevano primeggiare uno di loro tramite elezione alla carica di doge, il quale svolgeva l’attuale funzione di presidente della repubblica e che dunque non poteva agire di testa sua, ma affiancato dai dieci membri del consiglio e i sei consiglieri ducali. La causa di questa stabilità è il controllo reciproco: non appena un personaggio qualsiasi mostrava di cercare di prendere il potere o di volerlo tramandare ereditariamente veniva immediatamente giustiziato dagli stessi nobili, come ad esempio accadde a Marin Falier, primo e unico doge ad esser giustiziato per alto tradimento.

Un altro tipo di nave era la Galeazza, più grossa e forte, con cannoni su ogni lato, tanto pesante da essere trascinata ma quasi imbattibile. Grazie a questo tipo di imbarcazione il 7 ottobre 1571 Giovanni d’Austria poté sconfiggere la flotta ottomana a Lepanto e liberarsi finalmente dai pirati musulmani. A mezzogiorno infatti 4 galeazze con 50 cannoni ciascuna entrarono in campo contro lo schieramento del sultano. La superiorità tecnologica e la disciplina ferrea e cristiana sopraffarono la flotta turca in quattro ore terribili, in cui erano morte in media 3 persone al secondo. Il sultano fu immediatamente decapitato.

Ma Venezia, che aveva ancora una volta mostrato di essere forte, doveva fare i conti con la nuova rotta aperta da Vasco da Gama che scoprendo una nuova via di comunicazione con l’India aveva attentato al monopolio dei commerci orientali veneziano.

Venezia perderà terreno in campo nautico quando l’interesse commerciale si sposta sulle Americhe.

Per attraversare l’oceano erano necessarie navi ben più grandi e robuste delle galee e per costruire queste serviva una riconversione dell’arsenale e un rinnovo tecnologico che avrebbe portato ad una politica di conflitto con le altre potenze europee in corsa per la conquista.

La scelta di non adeguarsi ne comporta un’altra, cioè quella di espandersi territorialmente nelle zone vicine, fino a Brescia e Bergamo, dove la serenissima impone di affinare una manifattura, incentivando lo

sfruttamento delle risorse naturali del territorio. Nel caso della leonessa e dei conigli queste furono le armerie e i retifici.

La fine del ‘500 dunque segna anche la fine di un’epoca, ma Venezia resta un importantissimo centro per i beni di lusso, come merletti e vetro, la cui produzione era un segreto industriale da proteggere gelosamente dai molti tentativi di plagio. Il re di Francia ad esempio era riuscito a chiamare a corte artigiani molto specializzati come mastri vetrai con laudi pagamenti, ma questi furono con tutti i mezzi riportati indietro o eliminati. Venezia perde la sua autonomia nel 1797 con l’arrivo di Napoleone, che inizialmente sembra portare libertà, ma che dopo sei mesi, spazzata Venezia da cordani, metalli, depositi di legname e opere d’arte trasferite a Milano e in Francia la vende agli Austriaci.

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